I Lombardi alla Prima Crociata

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★★★★☆

«Se non avessi conosciuto il compositore, avrei scommesso che era un colonnello d’artiglieria» (Gioachino Rossini nei Souvenirs personnels di Edmond Michotte)

Almeno il titolo avrebbe dovuto incuriosire i Leghisti e indurli a sostituire quel «Va’ pensiero» che anela alla Palestina (!) con uno dei tanti cori di cui è costellata questa quarta opera di Verdi in cui le genti lombarde, non contente di scannarsi in casa propria, decidono di esportare un po’ del loro testosterone sull’altra sponda del Mare Nostrum.

Sono i cori infatti l’aspetto più rilevante di questo lavoro giovanile: da quello iniziale che racconta l’antefatto della storia di Viclinda «gentil donzella, vaga e fragrante», al mistico coro dei claustrali, a quello meno mistico degli sgherri «D’un sol colpo in paradiso / l’alme altrui godiam mandar! / Col pugnal di sangue intriso / poi sediamo a banchettar!», al giuramento del secondo quadro, alla canzone dell’harem, al «Gerusalem! Gerusalem!» del terzo quadro – e tutti hanno il loro distinto carattere.

Come inno padano vedo bene il coro del finale «O signore, dal tetto natio» con quell’accenno ai «vaghi / ruscelletti dei prati lombardi!… / Fonti eterne!… Purissimi laghi!… / Oh vigneti indorati dal sol!» oppure il coro dell’invettiva allo «Stolto allah! Sovra il capo ti piomba / già dell’ira promessa la piena» con quella marcetta di fiati spernacchianti e tintinnio di piatti irriverente come un Offenbach.

Il successo del Nabucco aveva spinto Verdi a battere il ferro fin ch’era caldo. Erano iniziati gli «anni di galera» (1843-1850) in cui il compositore scrisse dieci melodrammi in condizioni precarie di salute, con il fiato degli impresari sul collo e le pretese degli editori da onorare. I Lombardi alla Prima Crociata inaugura questo periodo frenetico durante il quale Verdi firma il contratto di ogni nuova opera ancor prima di terminare la precedente.

Andato in scena nel febbraio 1843 con grande successo, il dramma lirico su libretto di Temistocle Solera tratto da un poema di Tommaso Grossi solleticava le passioni risorgimentali di quei milanesi che sotto il dominio austriaco si identificavano con i crociati che volevano liberare Gerusalemme dai musulmani. In quattro quadri, che come nei romanzi d’appendice hanno titoli pregnanti (La vendetta, L’uomo della caverna, La conversione, Il Santo Sepolcro), vi si narra di Pagano che è invidioso del fratello Arvino, tenta di ucciderlo, ma si sbaglia e fa fuori invece il padre. Pagano invoca su sé la maledizione divina e per il rimorso parte da Milano per la Terra Santa dove vivrà da eremita in una grotta. Lo ritroveremo presto poiché anche Arvino diventa condottiero crociato (siamo nel 1097) e assieme alla figlia Giselda si trasferisce al di là del Mediterraneo. Qui la figlia viene rapita dal tiranno di Antiochia, ma ha il tempo di innamorarsi di suo figlio, Oronte, che si converte al cristianesimo per poter stare vicino all’amata. Alla fine Gerusalemme cadrà nelle mani dei crociati, ma Oronte e Pagano saranno uccisi e a Giselda non resterà che aspettare di rivederli in cielo.

Musicalmente l’opera è afflitta dagli errori di gioventù di un compositore che ha molte cose da dire: il concertato della scena seconda giunge troppo presto nell’opera, quando i singoli caratteri non sono ancora ben definiti e anche la preghiera di Giselda non ha giustificazione drammatica in quel momento. Ma tutto cambia dal terzo quadro con una successione di scene travolgenti, cabalette e sorprendenti trovate musicali, tra cui uno sbalorditivo e virtuosistico assolo di violino che prelude e accompagna la scena della grotta.

La stagione 2009 del Regio di Parma viene inaugurata da questo allestimento di Lamberto Puggelli che rinuncia ai richiami risorgimentali per concentrarsi invece sul messaggio pacifista del grido di Giselda «No!… giusta causa / non è d’Iddio / la terra spargere / di sangue umano. […] No, Dio nol vuole! […] Ei sol di pace / scese a parlar!». E sul muro dello sfondo, unico elemento di una scenografia minimalista, viene proiettata quella straordinaria denuncia dell’inumanità della guerra che è Guernica di Picasso. Prima erano state proiettate immagini della basilica di Sant’Ambrogio in costruzione, rovine classiche, cupole dorate.

Inesistente è la regia sugli attori che gesticolano nei modi più convenzionali (braccia al cielo, mano al cuore, genuflessioni e sguardi verso il loggione) o sul coro in pose statiche.

I colorati costumi di Santuzza Calì ricordano i disegni di Luzzati, ma per gli ebrei al muro del pianto gli abiti sono invece moderni.

Daniele Callegari fornisce una lettura impetuosa della partitura senza però sopraffare i cantanti e il coro maschile di Parma si conferma tra i migliori dei teatri italiani.

Dimitra Theodossiou mirabile nelle mezze voci della preghiera così come negli acuti presi con sicurezza e precisione fa una Giselda al calor bianco nel finale secondo che infiamma il pubblico a sipario aperto. Le tiene testa nell’appassionato duetto uno smagliante Francesco Meli, un Oronte con soli quattro interventi in cui però il cantante riesce a farsi ugualmente notare. Pertusi chissà perché è truccato da mandarino cinese nel primo quadro e poi calvo con una benda sull’occhio solo nel secondo e se è per non farsi riconoscere ci riesce benissimo. Da assassino a pio eremita il cantante cerca di dare spessore ad un carattere assurdo con la forza e l’eleganza della sua vocalità. Non per niente Massimo Mila aveva definito «burattini stereotipati» i personaggi di questo’opera.

Il disco fa parte della collana ‘Tutto Verdi’ della Unitel e contiene anche un making of dello spettacolo.

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