Libri

Controtenori

Alessandro Mormile, Controtenori

2010 Zecchini Editore, 218 pagine

Corpi sonori: il controtenore come icona contemporanea

Con Contrtotenori, Alessandro Mormile firma un libro anomalo e necessario, capace di parlare agli appassionati di musica colta ma anche a chi, del mondo lirico, conosce solo i riflessi più abbaglianti. Non è un saggio musicologico in senso stretto, né una semplice raccolta di ritratti: è piuttosto un attraversamento critico, narrativo e culturale della figura del controtenore, voce-simbolo della nostra epoca musicale e, al tempo stesso, specchio delle sue contraddizioni.

Il punto di forza del libro sta innanzitutto nell’angolazione scelta. Mormile evita accuratamente l’approccio celebrativo o didascalico, preferendo un’indagine che intreccia storia, estetica, mercato e identità. Il controtenore non è qui soltanto una tipologia vocale, ma un fenomeno: una costruzione culturale che nasce dalla riscoperta del repertorio barocco, si nutre del mito dei castrati e approda, nel XXI secolo, a una scena globale dominata da immagini, strategie comunicative e aspettative spesso sproporzionate rispetto alla sostanza musicale.

Il sottotitolo, La rinascita dei “nuovi angeli” nella prassi esecutiva dell’opera barocca, suggerisce una lettura “in controluce”. Controtenori non racconta solo le voci, ma ciò che le circonda: i corpi, le posture sceniche, le proiezioni di genere, l’ambiguità che affascina il pubblico contemporaneo. Mormile osserva come il controtenore sia diventato una sorta di icona liquida, capace di incarnare una modernità che ama mettere in crisi le categorie tradizionali, ma che al tempo stesso rischia di trasformare la diversità in un prodotto standardizzato.

Il libro è attraversato da una scrittura agile, mai accademica, che alterna analisi puntuali a divagazioni controllate, senza perdere il filo critico. L’autore dimostra una conoscenza solida del repertorio – da Händel a Vivaldi, da Cavalli a Porpora – ma soprattutto una consapevolezza lucida delle dinamiche contemporanee: il ruolo delle agenzie, la pressione dei social media, la tendenza a privilegiare il timbro “seducente” o l’immagine fotogenica rispetto alla qualità stilistica e alla profondità interpretativa.

Uno degli aspetti più riusciti di Contrtotenori è la capacità di mettere in discussione alcuni luoghi comuni duri a morire. Mormile smonta l’idea del controtenore come erede diretto del castrato, mostrando quanto questa narrazione sia più mitologica che storica. Al tempo stesso, non indulge in atteggiamenti nostalgici o difensivi: il presente viene osservato con sguardo critico ma non reazionario, riconoscendo i meriti di una generazione di interpreti che ha restituito vitalità e centralità a un repertorio a lungo marginalizzato.

Centrale è anche il tema dell’identità vocale come costruzione. Il controtenore, nella lettura di Mormile, è una voce che esiste sempre in relazione: al repertorio, al pubblico, al contesto mediatico. Non c’è essenzialismo, né idealizzazione: ciò che interessa all’autore è il processo, il modo in cui una voce viene ascoltata, desiderata, consumata. In questo senso, il libro dialoga implicitamente con questioni più ampie, che riguardano il teatro musicale oggi: il rapporto tra autenticità e spettacolo, tra filologia e marketing, tra arte e industria culturale.

Pur nella sua densità tematica, Contrtotenori resta un libro leggibile, persino brillante, capace di mantenere un tono ironico e disincantato senza mai scivolare nel sarcasmo. È un testo che invita alla riflessione più che al giudizio definitivo, e che lascia al lettore il compito di interrogarsi sul proprio modo di ascoltare.

Calibano

Calibano, l’Opera e il mondo

128 pagine, numero otto, novembre 2025

Lohengrin, l’invenzione del Medioevo

La persistente fascinazione esercitata dal Medioevo sull’immaginario contemporaneo appare difficilmente contestabile: un universo simbolico compatto, immediatamente riconoscibile, dotato di una forza evocativa che continua a nutrire letteratura, arti visive e musica. E tuttavia, l’immagine che ne conserviamo è in larga misura il prodotto di uno specchio deformante: la rilettura ottocentesca di quell’“età di mezzo” che il Romanticismo assunse a luogo privilegiato di proiezione ideologica ed estetica. L’Ottocento vi scorse non soltanto un repertorio formale – il gotico come stile architettonico e come categoria dello spirito – ma anche la nostalgia per una supposta unità europea perduta, capace di sedurre pensatori e poeti, primo fra tutti Novalis.

La riscoperta medievale aveva preso avvio in Inghilterra già negli anni Sessanta del Settecento, per poi consolidarsi in Germania attraverso romanzi storici e figure leggendarie che avrebbero profondamente influenzato l’immaginario musicale, ispirando Richard Wagner e non solo lui. È dunque di un Medioevo “inventato”, ricostruito e rifratto attraverso sensibilità moderne, che occorre parlare, più che di una sua restituzione storicamente neutra.

A questo tema è dedicato l’articolo di Elisabetta Fava che apre il nuovo numero di Calibano, uscito in concomitanza con Lohengrin, titolo inaugurale della stagione lirica del Teatro dell’Opera di Roma. “L’invenzione del Medioevo” costituisce il filo conduttore dei contributi di Giuliano Milani, Vanessa Roghi, Eloisa Morra, Francesca Scotti, Federico Canaccini, Sergio Pace, Valentina Pigmei e Renato Bordone, cui si affiancano due racconti di Carola Susan e Tommaso Pincio.

Di particolare rilievo la testimonianza di Francesco Filidei, compositore non solo de Il nome della rosa presentato al Teatro alla Scala, ma anche di lavori ispirati a un Medioevo immaginario come l’oratorio The Red Death e il Cantico delle creature per soprano e orchestra. Nel suo intervento Filidei affronta una questione eminentemente teorica e poetica: perché si canta nell’opera lirica.

Tod bei den Salzburger Festspielen

Sophie Reyer, Tod bei den Salzburger Festspielen (Morte al Festival di Salisburgo)

2025 Emons, 236 pagine

Jedermann e l’uomo che morì due volte

Nel cuore scintillante e già crepuscolare dell’Austria degli anni Trenta, Sophie Reyer costruisce un affresco insieme luminoso e inquietante: siamo al Festival di Salisburgo del 1937, ultimo valzer di un mondo che danza sull’orlo dell’abisso, ignaro – o forse no – della tempesta imminente.

A rompere l’incanto è un delitto clamoroso. L’attore chiamato a incarnare la Morte nel leggendario Jedermann viene assassinato; il suo sostituto fa la stessa fine. Eppure lo spettacolo deve andare avanti: lo pretende il regista, un Max Reinhardt monumentale, per il quale il teatro resta un assoluto, persino quando la realtà irrompe con la violenza del sangue.

Reyer intreccia con grande abilità il giallo storico a un romanzo di risarcimento umano e artistico. Al centro della scena emerge Else Heims, attrice berlinese, prima moglie di Reinhardt, figura reale e dimenticata, restituita qui a una complessità vibrante. Il racconto procede su due binari: da un lato la tensione dell’indagine, dall’altro il ritratto di una donna che rifiuta il ruolo di comparsa in un universo teatrale dominato dagli uomini e che, suo malgrado, diventa al tempo stesso bersaglio ed eroina.

La scrittura è elegante, mobile, attraversata da una sottile ironia che alleggerisce senza mai banalizzare. Si avverte l’aria che si fa irrespirabile, l’ombra dell’antisemitismo che serpeggia dietro le quinte, il presentimento dell’Anschluss che di lì a poco travolgerà l’Austria. Tra luci di scena, compromessi di celebrità e vertigini di successo, la Storia avanza con un rumore cupo e inesorabile.

La Salisburgo del 1937 è ricostruita con precisione quasi maniacale, i dialoghi sono vivi, i personaggi numerosi ma nitidi. Su tutti spicca Else, che lentamente si emancipa dalla morsa di un sistema che la sovrasta. Questo non è soltanto un “giallo con paillettes”: è una riflessione acuta sul teatro come specchio del potere, sul ruolo della donna e su quel destino che, silenzioso, si prepara sempre dietro le quinte.

Calibano

Calibano, l’Opera e il mondo

144 pagine, numero sette, settembre 2025

The Turn of the Screw, dove abita la paura

Il numero 7 di Calibano si articola attorno al tema dell’orrore e del perturbante, assumendo come fulcro simbolico e concettuale The Turn of the Screw di Benjamin Britten, attualmente in scena al Teatro dell’Opera di Roma, e il racconto gotico omonimo di Henry James. L’opera e il testo letterario funzionano da dispositivo generativo, consentendo di interrogare l’inquietudine come categoria estetica e come sintomo culturale di lunga durata.

I contributi raccolti nel volume mostrano come paura, spettralità e angoscia attraversino trasversalmente letteratura, cinema, arti visive, architettura, moda, musica e media contemporanei, configurandosi non come residui irrazionali, bensì come forme di conoscenza indiretta del reale. In questo quadro, Marco Malvestio indaga l’intreccio fra horror e fantascienza, da Lovecraft alle declinazioni postumane, mentre Carmen Gallo analizza le figure femminili in pericolo nella letteratura angloamericana, soffermandosi sui dispositivi narrativi che trasformano la vulnerabilità in spazio critico. Ancora Gallo affronta il tema della ribellione femminile nelle letterature dell’orrore, mentre Filippo Cerri dedica il proprio intervento al cinema folk-horror, letto come riscrittura mitica delle paure collettive. Nicolò Palazzetti smonta il mito culturale del Fantasma dell’Opera, rivelandone la stratificazione ideologica, e Stefano Nazzi si concentra sulla “cronaca dell’orrore” nel reale contemporaneo, dove l’evento traumatico si fa racconto mediatico.

Particolarmente significativo è l’inserimento della prima intervista italiana allo scrittore George Saunders, la cui riflessione letteraria si colloca da tempo sul crinale fra grottesco, empatia e perturbante. Sul versante sonoro, Giuliano Danieli affronta il tema dei suoni acusmatici, ovvero quei suoni la cui causa resta invisibile, concetto elaborato negli anni Cinquanta da Pierre Schaeffer e sistematizzato nel Traité des objets musicaux (1966), testo fondamentale per comprendere l’ascolto come esperienza enigmatica.

Nell’articolo di apertura, “Prede del passato”, David Bering-Porter propone una lettura dell’horror come lente critica della contemporaneità, a partire dal cinema – L’esorcista in primis – per mostrare come l’orrore funzioni da linguaggio capace di denunciare la perdita di individualità, la coazione a ripetere e il ritorno fantasmatico di traumi non elaborati. Il passato, lungi dall’essere risolto, riemerge come spettro culturale, insinuandosi nei media e nelle immagini seriali. In questa prospettiva, l’horror si rivela non mero intrattenimento, ma strumento privilegiato per interrogare identità, memoria e tensioni del presente, in continuità con le ricerche che confluiranno nel prossimo saggio dell’autore, Undead Labor, dedicato alle intersezioni fra immaginario mediale ed economia politica.

Il loggionista impenitente

Alberto Mattioli, Il loggionista impenitente

2025 Garzanti Editore, 364 pagine

Varcato il traguardo delle 2000 sere all’opera – quello delle 1500 fu superato nel 2017 – Alberto Mattioli dà alle stampe la raccolta dei suoi articoli pubblicati negli ultimi anni, quelli della ripresa del dopo-Covid, su numerosi quotidiani, sia cartacei che on-line.

Innanzitutto il titolo. L’autore spiega che il sostantivo e l’aggettivo gli si addicono perfettamente poiché non si ritiene né musicologo né critico musicale (non solo, perlomeno): Mattioli si dichiara spettatore potenzialmente entusiasta, la stessa passione dei loggionisti, anche se si affretta a dichiarare che «le balcony girls della Scala e del Regio di Parma, per indicare le più temibili, e io non abbiamo esattamente la stessa idea di cosa sia uno spettacolo d’opera “bello”»! Per quanto riguarda l’aggettivo “impenitente” poi, la quarantina d’anni di assidua frequentazione di questo mondo surreale che è il teatro d’opera spiega chiaramente l’attributo.

La sua è una passione che si legge chiaramente nella prosa ricca e stimolante: con le sue cronache si vive veramente lo spettacolo, lo stile brillantissimo non è mai fine a sé stesso ma, frutto di una conoscenza profonda dell’argomento, fa capire il senso di quello che vede anche al lettore non specialista, che si sente così coinvolto grazie ai molti riferimenti sempre colti ma mai aridamente dotti.

Organizzati in capitoli tematici – persone, polemiche, mode, opere, recensioni – i suoi articoli trattano tutto quello che è avvenuto di importante nel teatro musicale europeo, con cronache dai festival più prestigiosi come dai teatrini di provincia dove spesso si svelano gemme nascoste. Gl’indici finali dimostrano che ben poco manca: da Claudio Abbado a Stefan Zweig per i nomi, da Adelaide di Borgogna (Rossini) a Written on Skin (Benjamin) per le opere, Mattioli riesce sempre a fornire l’inquadramento preciso, l’aneddoto succoso, l’informazione essenziale e anche quella non essenziale ma che diventa tale dopo che l’ha scritta.

Un bonus inaspettato completa il libro: il libretto di Opera, amore, il suo quinto libretto d’opera, qui su un collage musicale organizzato da Federico Gon con la messa in scena dell’Accademia del Maggio Fiorentino: un mini melodramma facile da portare in giro (tre cantanti, pianoforte e fisarmonica) per spiegare negli ottantotto istituti di cultura all’estero che cos’è l’opera lirica a un pubblico che non la conosce. Ma anche e per celebrare il canto lirico italiano come patrimonio immateriale dell’umanità da parte dell’UNESCO.

Invettive musicali

Nicholas Slonimsky, Invettive musicali

2025 Adelphi Editore, 430 pagine

Il nome di Nicolas Slonimsky non dice molto al di qua dell’Atlantico, ma oltre oceano la sua figura è quasi leggendaria: nato a San Pietroburgo nel 1894 e genio musicale fin da piccolo, durante la Rivoluzione Russa lascia il paese e dopo un lungo e rocambolesco viaggio arriva a Parigi nel ’21 dove la sua attività di pianista gli dà la possibilità di entrare in contatto con le maggiori personalità musicali del tempo. Nel 1923 è negli Stati Uniti, acquisisce la cittadinanza americana nel 1931 e morirà qui all’età di 101 anni. Nel 1988 aveva pubblicato il suo libro di memorie Perfect Pitch e a questo proposito Leonard Bernstein scrisse: «Se unite l’Enciclopedia Britannica con una storia della musica scritta da Oscar Wilde, avete qualcosa che assomiglia a questo straordinario memoir».

Lexicon of Musical Invective, “critical assaults on composers since Beethoven’s time” è il suo testo più famoso. Uscito nel 1953 e con una seconda edizione ampliata nel 1965, si tratta di una minuziosa raccolta dei «giudizi prevenuti, ingiusti, maleducati e singolarmente poco profetici» espressi anche da illuminati esegeti sui musicisti elencati in ordine alfabetico da Bartók a Webern e con le citazioni riguardanti ogni singolo compositore presentate in ordine cronologico. Mentre è comprensibile che “il rifiuto dell’insolito”, come Slonimsky intitola il saggio che accompagna il suo irriverente campionario, colpisca i musicisti nel loro tempo, stupisce come ancora nel 1881 John Ruskin in una lettera a John Brown ammettesse che Beethoven gli suonasse «come un sacco di chiodi che vengono rovesciati, a cui ogni tanto si aggiunge la caduta di un martello» mentre nel 1899 Philip Hale sul “Musical Record” a proposito della Nona sinfonia scrivesse: «il Finale mi sembra per la maggior parte fiacco e orrendo  […]  musica stupida e irrimediabilmente volgare […] indicibile grossolanità del tema principale»…

Nessun compositore sfugge alla idiozia di certi critici: si arriva a definire «straziante cacofonia» la musica di Chopin; Berlioz è classificato come «lunatico delirante»; Wagner è, a seconda dei casi, «eunuco demente» o «ciarlatano disperato»; quella di Debussy è «mal de mer»; di Stravinskij «le massacre du printemps»; quelli di Bartók «escrementi»; quella di Schönberg «la sinfonia da camera degli orrori». Non si salva neppure Puccini, ovviamente. Sul New York Herald Tribune del 5 febbraio 1901 ecco che cosa viene scritto  sulla sua Tosca: «Libidine e ferocia sono presentate nella loro nudità, e non c’è tempo di riflettere sui meccanismi (e ce ne sono parecchi  nella musica di Puccini) in cui la musica diventa un intralcio insolente, dove frasi di autentica sostanza sono mischiate a incredibili scemenze»! Ogni commento appare superfluo.

Calibano

Calibano, l’Opera e il mondo

144 pagine, numero sei, marzo 2025

Alcina, l’incantesimo del mondo

«Proprio nel 2025 ricorrono i dieci anni della pubblicazione nel nostro paese di un grandioso lavoro teorico-politico che ha rivoluzionato il dibattito sulla lotta sociale e sul femminismo, partendo proprio dalla caccia alle streghe. Si tratta di Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria (Mimesis, 2015), dell’attivista, scrittrice e accademica italiana naturalizzata americana Silvia Federici. Un testo fondamentale, nei confronti del quale la nostra rivista riconosce un debito d’ispirazione, palese fin dal nome che abbiamo scelto di darle». Così scrive Paolo Cairoli direttore della rivista uscita in concomitanza con la produzione dell’Alcina all’Opera di Roma.

È la magia infatti il soggetto del numero sei di Calibano, una magia da sempre legata all’universo femminile, come dimostrano gli articoli di Paolo Pecere, “Il mondo è ancora magico”; Giulia Paganelli, “Danzando nella foresta della notte”; Annalisa Perrotta, “D’incanto e d’oblio”; Alberto Piccinini, “Qualcosa di umano e sublime”; Davide Daolmi, “Dall’apparenza all’apparire”; Michela Garda, “Come una seduzione”; Andrea M. Alesci, “Parole magiche, magiche parole”.

Come sempre degli “speciali” affrontano l’argomento da un punto di vista più ampio e qui abbiamo i contributi di Loredana Lipperini, “Ne possiamo ancora scrivere” (opera in lettere); la testimonianza di Sofia Righetti Nottegar, “Guardare oltre”; Domitilla Pirro, “La casa spezzata” (Opera in fotogrammi); un racconto di Claudia Durastanti, “L’apparizione”; mentre Giuliano Danieli in “Se non ti basta” affronta il tema opera e magia.

Il tatuaggio della farfalla

Attilio Piovano, Il tatuaggio della farfalla

2024 Gremese Editore, 205 pagine

È ormai appurato che quando i musicologi scrivono “per divertimento” amano immergersi negli abissi della psiche umana o nelle più efferate vicende delittuose.

È successo con Franco Pulcini, indiscusso esperto di Leoš Janáček e Dmitrij Šostakovič, con la serie Delitto a… formata ad oggi da Delitto alla Scala e Delitto al Conservatorio, in attesa forse di diventare un trittico con un delitto nel mondo del balletto… Ma anche con Laura Cosso, che dopo saggi su Berlioz e il Romanticismo francese è arrivata alla sua prima escursione nella narrativa con La vita terrena, una complessa vicenda con personaggi le cui vite si annodano in sofferti legami famigliari.

Ora è la volta di Attilio Piovano, docente di conservatorio e musicista che con Il tatuaggio della farfalla – dopo saggi su Maurice Ravel e Igor’ Stravinskij – scrive il suo sesto romanzo. Un libro che ruota attorno alle figure di Francesca e Flavia, due donne trentacinquenni la cui conflittuale relazione e i cui tormentati destini sembrano misteriosamente se non addirittura morbosamente legati. Due donne dalla complessa e contradditoria psicologia: Francesca in preda a moti d’ira, «quei tanti che da sempre punteggiavano la sua esistenza: costantemente in bilico tra momenti di euforica eccitazione (sempre più rari a dire il vero) e abissi di depressione, dominati da un dolore sordo e cupo, che talora potevano protrarsi per giorni, settimane addirittura, e parevano spingerla inesorabilmente verso il baratro»; Flavia enigmatica figura sempre con lo stesso «vestitino azzurro chiaro e a tracolla una borsa di stoffa; in testa un largo cappello di paglia un po’ fuori moda che in parte ne occultava il viso, con un nastro bleu marin. Un paio di semplici infradito in gomma intonati peraltro col colore del vestito», e un tatuaggio di farfalla sul collo…

Ambientata in due città iconiche come Venezia e Lisbona, la storia delle due artiste, la prima fotografa e la seconda decoratrice di azulejos, segue sviluppi drammatici e tormentati. La scrittura precisa e scorrevole dell’autore induce a divorare le pagine di una vicenda coinvolgente in cui anche la musica è presente: nella figura di Ravel, il compositore preferito dalle due donne; di una capricciosa pianista Lituana; e di Jean-Marie Leclair e del suo violino macchiato di sangue. Un altro dettaglio macabro che fa prevedere l’inaspettato cruento finale di questo appassionante romanzo.

Stabat Mater

Tiziano Scarpa, Stabat Mater

172 pagine, Einaudi, 2008

Nella Venezia settecentesca c’erano istituzioni che si facevano carico delle bambine abbandonate alla nascita. Queste venivano accolte e si dava loro un’istruzione, per lo più musicale, per esibirle in chiesa dietro una grata che ne celava la vista al pubblico: «Noi siamo una parvenza che secerne musica. Siamo fantasmi che soffiano una sostanza impalpabile. Noi risultiamo belle perché siamo misteriose e spargiamo bellezza nell’aria, la menzogna della musica maschera la nostra afflizione». Da queste istituzioni si poteva uscire da vive solo se riconosciute dalla madre naturale, che dopo tanti anni si riprendeva la figlia, oppure per andare sposa a un vecchio o a un secondogenito che si era innamorato della voce ascoltata in chiesa.

Una di queste istituzioni era l’Ospitale della Pietà, dove incontriamo Cecilia, nome dato dalle suore a una neonata di poche ore abbandonata sulla porta. Figlia di una prostituta, o di una vedova il cui marito era morto in guerra, o di una madre con già troppi figli, Cecilia era dunque stata salvata dal destino di essere gettata appena nata in un canale. Ma la ragazza, ora sedicenne, sogna talora di cantare sott’acqua, dentro le nere acque di un rio veneziano: «Noi siamo pesci abissali, cantiamo il nostro non essere mai venuti al mondo. La musica si propaga nell’acqua nera. Gli uomini e le donne della città camminano sulle rive, scorrono sulle loro barche. Noi siamo le sirene che cantano dal fondo dell’acqua torbida, nessuno ascolta il nostro canto nero». Cecilia spera sempre di ritrovare la madre a cui scrive lettere, ora dure ora accorate, su fogli di musica scartati. Le sue parole si mescolano alle note dei Miserere o degli Alleluja, scritte di nascosto nella notte, quando è insonne e allora vaga per il silenzioso edificio.

Allorché il vecchio don Giulio viene sollevato dall’incarico, a istruire le fanciulle arriva il giovane don Antonio. Antonio Vivaldi. E la musica che le ragazze suonano diventa diversa: «In un’ora io sono stata musicalmente grandine, musicalmente afa, musicalmente gelo, musicalmente tepore, musicalmente piedi intirizziti, musicalmente pioggia leggera, musicalmente suolo ghiacciato che fa male cadendoci sopra, musicalmente prato tenero, sono musicalmente stata dentro il sonno di un guardiano di capre, dentro un cane che abbaia, dentro gli occhi di una mosca, sono musicalmente stata nuvola nera, passo ubriaco, bestia terrorizzata e pallottola che lo uccide». Il prete dai capelli rossi fa scoprire alle allieve come tramite i suoni sia possibile produrre stati d’animo a loro sconosciuti.

Singolare romanzo questo di Tiziano Scarpa, Premio Strega nel 2009. Testo di grande intensità, dalla scrittura tesa e raccontato in un crescendo implacabile. La Venezia che emerge dalle sue pagine non è la città scintillante di stucchi dorati e rutilante di colori: è una città scura, minacciosa, solcata da rii scuri dalle acque fetide. E angusta, a misura dei passi di una bambina che, confinata tra le quattro mura di un vecchio palazzo, scoprirà nella musica la forza per un atto di ribellione: Cecilia riesce a fuggire dall’Ospitale travestita da uomo e prende la via del mare sulle labili tracce della madre. Il coraggio glielo ha dato proprio quella musica.

Calibano

Calibano, l’Opera e il mondo

144 pagine, numero cinque, novembre 2024

Simon Boccanegra, potere

Anche il teatro della capitale, dopo l’indigestione pucciniana dovuta al centenario della morte del compositore di Lucca, come la maggior parte degli enti lirici italiani punta su Verdi per l’inaugurazione della sua stagione. Al Costanzi è infatti andato in scena il Simon Boccanegra e il tema del potere è oggetto del n° 5 di “Calibano”, la rivista dell’Opera di Roma.

«L’esistenza è una questione di verbi modali. La parola ‘potere’ infatti non è solo un sostantivo che indica la capacità di terminare le azioni altrui, e anche un verbo, che rappresenta la possibilità di fare. Il verbo modale ‘potere’ in questo senso sembrerebbe agli antipodi del suo parente ‘dovere’: il primo indica la possibilità di svolgere un’azione, l’altro indica l’obbligo di farlo. La possibilità implica la scelta, l’obbligo no. A entrambi in ogni caso è correlato l’ultimo verbo modale rimasto ‘volere’. Si può volere qualcosa che si può fare; si può volere qualcosa che non si può fare; si può volere qualcosa che si deve fare; si può volere qualcosa che non si deve fare». Così introduce il tema il Direttore Paolo Cairoli, un tema declinato in mille modi sulle pagine della rivista: nella scelta tra supremazia e non-violenza (Roberta Covelli); nel linguaggio da Verdi a oggi (Federico Faloppa); nei caratteri architettonici (Sergio Pace); nella rinuncia del potere della specie umana (Francesca Matteoni); nel dominio digitale (Donata Columbro); nel fenomeno delle fake news e del gaslighting e del pericolo per la  democrazia (Francesca Coin).

Particolari sono i due articoli di Francesco Antinucci su cucina e Potere e di Virginia Gg Niri su erotismo e Potere mentre tra gli speciali sono interessanti gli scritti di Marco Montanaro sugli eroi delle strisce e sull’architettura dei i teatri e il potere politico di Giuliano Danieli. Come sempre intriganti le illustrazioni create questa volta da Katie Morris con i software di intelligenza artificiale.