Edward Bulwer-Lytton

Rienzi

Richard Wagner, Rienzi

★★★★☆

Roma, Teatro dell’opera, 18 maggio 2013

Rienzi, tribuno attuale

Poche altre opere sono così “romane” quale il Rienzi: come nella Tosca e nel Benvenuto Cellini di Berlioz, qui la città eterna è vera protagonista. Ghiotta occasione quindi quella di vedere sulle scene del Costanzi il giovanile capolavoro di Wagner allestito nel bicentenario della nascita del compositore.

Il compositore l’avevo scritto tra il 1837 1e il 1840, prima quindi dei moti rivoluzionari di Dresda a cui parteciperà, e si capisce quanto fosse legato alla figura del tribuno romano Cola di Rienzo quale figura liberatrice e repubblicana in lotta contro i nobili e gli sfruttatori del popolo. «[Opera] prettamente romantica, il libretto connota Rienzi anche in questo senso, esaltandone i tratti più ingenui e freschi, quanto la tragica caduta per vizi nondimeno e purtroppo effimeri ed identici a quelli dei potenti che combatteva, pur non sottraendogli quel manto di eroe della pace che fino all’ultimo combatte contro l’oligarchia dei nobili  dell’epoca». (Livia Bidoli)

Proposta in versione non integrale, dalle 4 ore e 40 minuti della versione completa si è scesi alle tre ore (mancano i ballabili e vi sono alcuni tagli), viene eseguita da Stefan Soltész senza eccessiva enfasi ma con giusta sottolineatura della matura scrittura orchestrale e della vena melodica che ha il solenne tripudio nella preghiera intonata nel quinto atto. Protagonista instancabile e autorevole è Andreas Schager nel ruolo eponimo, ma bene è anche il reparto femminile con Manuela Uhl (Irene) e soprattutto Angela Denoke en travesti nella parte di Adriano Colonna, entrambe ottime attrici.

Evocata con pochi elementi architettonici più che esattamente ricostruita è la Roma di Hugo de Ana che firma regia e scenografie: il portone del Pantheon, i Fori, la colonna Traiana, le statue equestri. Anche i costumi rimandano al passato, ma le problematiche offerte dall’opera rimangono di grande attualità anche oggi, sembra dire il regista che però non ha insistito come hanno fatto invece certi registi tedeschi anche se ha dichiarato di ispirarsi, per l’interpretazione ideologico-registica di Rienzi, a figure del totalitarismo novecentesco, come Mussolini e Hitler. Quest’ultimo amava a tal punto quest’opera da farsi regalare dalla famiglia Wagner l’autografo, andato perduto nell’incendio del bunker dove si suicidò. «Sempre più, nel corso dell’opera, il Rienzi di de Ana lascia l’austera compostezza per abbandonarsi a risa maligne e atteggiamenti assolutistici, in nome della restaurazione dei fasti romani. In tal senso risulta efficacemente drammatica la scena dell’aggressione a Rienzi di fronte a San Giovanni in Laterano, tutta giocata in moviola (i movimenti scenici sono a cura di Leda Lojodice); emozionante la scena finale, che è invasa da una proiezione di un incendio che si staglia sulla Colonna Traiana, con la fulminea lapidazione di Rienzi e di Irene, mentre una folla inferocita vuole appenderli. Uno spettacolo musicalmente centrato e visivamente appagante. Impreziosisce il tutto una serie di citazioni poetiche, proiettate durante tutta l’opera, che esortano un’Italia prostrata a rialzarsi, monito attuale ora come un tempo». (Stefano Ceccarelli)

Rienzi

Richard Wagner, Rienzi

★★★★☆

Berlino, Deutsche Oper, 24 gennaio 2010

(registrazione video)

Parabola sull’abuso di potere

Rienzi, l’ultimo dei tribuni è la terza opera di Richard Wagner e tratta della vicenda storica di Cola di Rienzo, il notaio papalino del Trecento che tentò di restaurare in città la repubblica sul modello dell’antica Roma, facendosi nominare Tribuno della plebe.

Imponente dramma in cinque atti, Rienzi rispecchia lo stile del grand opéra francese, dominante allora nei teatri di tutta Europa. In queso lavoro però le peculiarità di tale stile (il tema storico, la grandiosità di scene e ambientazioni, gli immensi cori, le parate militari, ecc.) sono volutamente esasperate da Wagner in ogni aspetto, come dichiara egli stesso: «Il grand opéra con tutta la sua pompa musicale e scenica, la sua passionalità ricca di effetti e operante con masse musicali, stava di fronte a me e la mia ambizione artistica mi spingeva non solamente ad imitarla, ma addirittura a superarne tutte le passate manifestazioni con un dispendio illimitato di energie». In effetti il ventisettenne Wagner riuscì a portare davvero all’estremo ogni aspetto del Rienzi, tanto che alla prima rappresentazione a Dresda l’intero dramma, inclusi gli intervalli, arrivò alla durata record di sei ore.

L’idea dell’opera gli era venuta nel 1836 con la lettura del romanzo di Edward Bulwer-Lytton Rienzi, the last of the Roman Tribunes, a cui seguì l’anno seguente la stesura del libretto e finalmente, nell’agosto del 1838, l’inizio della partitura. Wagner, aveva trovato lavoro come direttore d’orchestra al Teatro di Riga e potè dedicarsi più comodamente alla stesura dell’opera, fiducioso nel suo successo. Infatti, poiché l’anno prima del Rienzi aveva avuto una sfortunatissima messa in scena della sua opera buffa Das Liebesverbot (Il divieto d’amare) a Magdeburgo, decise di comporre un’opera nell’allora famoso e popolarissimo stile operistico francese in modo da potersi dimostrare un compositore affermato e maturo rispetto alle esigenze artistiche del suo tempo. Nel 1839, al termine della stesura dei primi due atti, il compositore fu costretto a fuggire da Riga per i suoi pressanti e costanti problemi di debiti; giunto in Francia fece la conoscenza di Meyerbeer e di Moscheles. Avuta l’occasione di parlare del Rienzi in corso di composizione e di una sua possibile rappresentazione a Parigi, sede per eccellenza dello stile grand-opéra, non poté però realizzare questo suo sogno. Quando il lavoro fu finalmente terminato nel novembre 1840, Wagner non riuscì ancora a trovare un teatro per metterlo in scena. Di nuovo perseguitato dai debiti, nel 1841 egli fuggì a Meudon, da dove scrisse al re Federico Augusto II di Sassonia per richiedere una rappresentazione a Dresda.

Alla fine fu cruciale l’appoggio di Meyerbeer per la prima rappresentazione del Rienzi: infatti egli scrisse al direttore generale del Teatro di Dresda raccomandandogli personalmente il lavoro. Così Wagner poté tornare in Germania solo nell’aprile 1842; la prima rappresentazione del Rienzi fu al Teatro di Corte Reale il 20 ottobre dello stesso anno con un successo immenso: Wagner, da totalmente sconosciuto compositore in continue difficoltà economice, passò ad essere eletto Kapellmeister del teatro di Dresda, potendosi finalmente stabilire nella capitale sassone.

La spropositata lunghezza originale però costrinse Wagner a condensare ampiamente l’opera in una versione più breve già il 26 ottobre, 6 giorni dopo la prima esecuzione. Gli interpreti però, decisi ad eseguire l’intera partitura originale, indussero Wagner a dividere l’opera in due serate il 23 e il 24 gennaio 1843: i primi due atti assunsero il titolo di Rienzis Grösse (Grandezza di Rienzi), e gli altri tre atti (con una nuova introduzione all’Atto III) il titolo di Rienzis Falle (Caduta di Rienzi). L’idea però non ebbe seguito e da quel momento si eseguì una versione meno tagliata di quella del 26 ottobre. Il successo, nonostante tutto, continuò ad essere tale che la versione definitiva venne replicata per 20 serate consecutive.

Rienzi rappresenta il primo grande successo del compositore tedesco, un successo che non si ripeterà più fino a oltre un decennio dopo, visto che i primi grandi drammi nel suo stile del tutto innovativo e mai visto prima furono del tutto incompresi e per molto tempo non accettati dai pubblici europei.

Il manoscritto del Rienzi era nelle mani di Hitler (fervente ammiratore dell’opera) e di conseguenza andò perso nei bombardamenti del 1945. Non esiste quindi un’edizione di riferimento e molte sono le versioni possibili, con incisioni su CD che vanno da due a quasi quattro ore.

Con i suoi 150 minuti la messa in scena del Rienzi nel 2010 alla Deutsche Oper di Berlino è una versione drasticamente condensata e distribuita in due atti dal regista e scenografo Philipp Stölzl che qui utilizza in larga misura il mezzo filmico (mezzo di propaganda favorito dai totalitarismi del XX secolo) nello stile dei cinegiornali dell’Istituto Luce italiano o dei documentari di Leni Riefenstahl.

Parte I. Di fronte a un finestrone che si affaccia su una maestosa catena alpina, solo alla sua scrivania un Rienzi al potere ascolta da un vecchio grammofono a tromba l’ouverture. Si sdraia sulla scrivania per seguire gesticolando la musica, esegue qualche acrobazia e sul finestrone/schermo appare un mappamondo proprio come nel Great Dictator di Chaplin.
(Atto I). La scena si tramuta in uno sghembo paesaggio urbano in stile futurista e assistiamo al tentativo di rapimento della sorella di Rienzi, Irene, qui una ragazza bionda con la treccia avvolta sul capo, salvata da Adriano Colonna che ama la ragazza. A metter pace tra le due fazioni degli Orsini e dei Colonna, e a prendere le difese del legato pontificio, arriva l’uomo d’ordine: stivali e cappotto di pelle, scorta armata, Rienzi ha già le sembianze del dittatore di turno acclamato dalla folla. Pur avendo avuto un fratello ucciso da un Colonna, Rienzi si riconcilia con Adriano che condivide i suoi ideali di libertà e si proclama Tribuno di Roma tra l’entusiasmo del popolo.
(Atto II). I patrizi mettono da parte le loro rivalità per allearsi contro di lui e cercano di ucciderlo, ma il tribuno si salva e, contro l’opinione dei suoi seguaci e del popolo che vuole la morte per i cospiratori, li perdona ed essi lasciano la città.
Parte II. (Atto III). È tempo di guerra: i nobili hanno messo su un esercito e attaccano la città. La scena è divisa in due nel senso dell’altezza: in basso il rifugio del tribuno immerso in luce gialla; sopra il popolo fra le rovine dei bombardamenti e sul fondo lo schermo che rimanda le immagini della propaganda. Adriano intona la sua aria «In seiner Blüte bleicht mein Leben» (La mia vita appassisce mentre è in fiore) ed è l’ultima volta che sentiremo in un’opera di Wagner accenti così belcantistici: a partire dall’Olandese volante lo stile del compositore prenderà la svolta che sappiamo. Rienzi difende vittoriosamente la città, ma le distruzioni e le morti subite indeboliscono il suo potere. Sul cadavere del padre che riconosce fra i caduti, Adriano maledice il tribuno.
(Atto IV). Si diffonde l’opinione che Rienzi con i suoi intrighi politici e la smodata ambizione tradisca gli interessi del popolo. Lo scontento e le defezioni fra i suoi si moltiplicano. Adriano si offre come giustiziere. Non c’è più alcun dubbio che la sua stella sia al tramonto allorché dell’interno del Laterano si leva il canto di maledizione dei monaci e sulle porte viene appesa la bolla papale di scomunica nei suoi confronti.
(Atto V). Mentre medita amaramente sulla sua sorte, Rienzi si trastulla con il modellino della sua città. Ha combattuto per la gloria della Chiesa e la Chiesa lo ha tradito, ha combattuto per il popolo e il popolo lo ha tradito. Anche gli amici più fedeli lo abbandonano. La folla invade il Campidoglio, Rienzi viene ucciso e Adriano, corso a salvare Irene, la trova morta nel rifugio.

Sebastian Lang-Lessing dirige con vigore e rende particolarmente apprezzabili i passaggi sinfonici che legano i vari quadri dell’opera..

Torsten Kerl è un eccellente e brillante Rienzi, ruolo che riprenderà due anni dopo al Théâtre du Capitole di Tolosa nella produzione di Jorge Lavelli diretta da Pinchas Steinberg (l’unica altra registrazione video esistente e comprendente venti minuti in più di musica). Camilla Nylund è l’intensa Irene, sorella dai rapporti neanche troppo velatamente incestuosi, mentre la voce luminosa di Kate Aldrich dipinge il carattere appassionato di Adriano Colonna, personaggio en travesti che nel 1842 fu tenuto a battesimo dalla Wilhelmine Schröder-Devrient.

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  • Rienzi, Soltész/De Ana, Roma, 18 maggio 2013