Giovanni Battista Casti

Prima la musica poi le parole / Der Schauspieldirektor

bozzetto_di_Francesca_Donati_per_la_Scenografia_di_Prima_la_musica_e_poi_le_parole-395

Prima_la_musica_e_poi_le_parole__Der_Schauspieldirektor-395_2

bozzetti delle scenografie

Antonio Salieri, Prima la musica poi le parole

Wolfgang Amadeus Mozart, Der Schauspieldirektor (L’impresario teatrale)

★★★☆☆

Venezia, Teatro Malibran, 9 ottobre 2020

(video streaming)

Primedonne al Malibran

Un’opera buffa italiana e un Singspiel tedesco che prendono in giro il mondo del teatro settecentescosono i due atti unici che nacquero su richiesta dell’Imperatore Joseph II per una rappresentazione privata nel giardino d’inverno del castello di Schönbrunn. Scopo dell’Imperatore era di mettere in competizione i due compositori, uno italiano e l’altro austriaco, per rendere più frizzante la serata la cui occasione era il passaggio a Vienna della sorella dell’imperatore, l’arciduchessa Maria Cristina moglie del principe Alberto di Sassonia governatore dei Paesi Bassi. Se allora a Vienna era spettato a Salieri, il compositore di corte, chiudere le serata, qui a Venezia l’onore tocca a Mozart, ovviamente.

Su libretto di Giovanni Battista Casti, Prima la musica poi le parole ebbe come interpreti femminili Nancy Storace, la prima Susanna de Le nozze di Figaro , e Celeste Coltellini, futura acclamata Nina pazza per amore.

La scena si apre nella casa del Maestro di Cappella, intento a discutere aspramente col poeta poiché il loro signore (il conte Opizio) ha commissionato loro la stesura di un’opera lirica in soli quattro giorni. Il furbo maestro (vedendo l’impossibilità di comporre un’opera lirica in quattro giorni) rivela al poeta che ha intenzione di riciclare la partitura di una sua vecchia opera poco conosciuta, il vate però si lamenta del fatto che fare prima la musica delle parole è come «far l’abito, e poi far l’uomo a cui s’adatti». Il Maestro allora lo deride sostenendo che è chi scrive la musica a fare tutta la fatica, sprona poi il poeta a muoversi a scrivere qualche verso per un’aria poiché a breve sarebbe giunta una cantante virtuosa dell’opera seria, Donna Eleonora. Successivamente alla scena si aggiunge Tonina, una cantante dell’opera buffa che contribuirà con le sue lamentele (insieme a quelle di Donna Eleonora) a creare scompiglio, ma alla fine tutto si risolverà per il meglio: le cantanti si metteranno d’accordo e il poeta si appacificherà col maestro.

Opera “aperta” è invece Der Schauspieldirektor di Mozart, che la sera del 7 febbraio 1786 aveva preceduto il divertimento di Salieri. Il lavoro, la cui trama innocente fu suggerita dall’Imperatore stesso, è preceduta da un’ouverture la cui scala e carattere sono affini a quelli dell’ouverture de Le nozze di Figaro,  scritta e rappresentata nello stesso anno. Nella prima parte un impresario di teatro sceglie attori e cantantanti per formare una compagnia per uno spettacolo. I dialoghi appartengono all’attualità dell’epoca e in tempi moderni il testo è usualmente riscritto. Nella seconda parte si assiste alla rivalità tra i due soprani che si sesibiscono in un’aria e un rondò cui seguono un terzetto e un vaudeville finale. Si contano quindi solamente quattro brani vocali nella partitura.

Con i guanti e distanziati i personaggi messi in scena da Italo Nunziata in questo spettacolo al Teatro Malibran di Venezia appartengono agli anni’30-’40 per il lavoro di Salieri, agli anni ’50-’60 per quello di Mozart, dove il regista si ispira a Pirandello e si diverte a prendere in giro il birignao e la recitazione sopra le righe degli attori. Qui i dialoghi sono recitati in italiano e le arie sono cantate nell’originale tedesco. Le essenziali scenografie sono distinte per stile: più realistiche quelle della prima parte, più astratte quelle della seconda, entrambe di allieve della Scuola di Scenografia dell’Accademia di Belle Arti veneziana come pure i costumi. L’ambientazione “moderna” è più riuscita per il lavoro di Mozart, essendo quello di Salieri molto legato all’ambiente teatrale coevo zeppo di citazioni di opere dell’epoca. Ne viene fuori uno spettacolo ben congegnato ma un po’ freddo, che non sembra rendere attuale lo spirito per cui erano nati i due lavori.

Alla testa dell’orchestra del Teatro La Fenice a ranghi ridotti, Francesco Maria Sardelli si dimostra come al solito abile concertatore in questo repertorio: pulizia di suono e attenzione al colore strumentale i pregi maggiori. In scena giovani interpreti: Szymon Chojnacki (il compositore), Francesco Vultaggio (il poeta), Francesca Boncompagni (Donna Eleonora, virtuosa seria), Rocío Pérez (Tonina, buffa).

Particolarmente virtuosistica l’aria «Là tu vedrai chi sono» di Donna Eleonora, che sembra anticipare quella della Regina della Notte del Flauto magico, cosa che viene maliziosamente sottolineata dal regista che fa scendere dietro alla cantante il fondale stellato dipinto da Schinkel per la produzione berlinese del 1815.

Più numerosi i personaggi dell’Impresario teatrale, sei attori e quattro cantanti. Ai tre già sentiti nella prima parte – Szymon Chojnacki (Herr Buff), Rocío Pérez (Frau Herz) e Francesca Boncompagni (Fräulein Silberklang) – si aggiunge Valentino Buzza (Herr Vogelsang). La parte del leone la fanno ovviamente le due dame con due arie virtuosistiche che mettono in luce le qualità della Boncompagni dalle sicure agilità e dagli acuti fulminanti e della Pérez, cantante di temperamento.

Parolecop_0

DSC9503.jpg copia

La grotta di Trofonio

dp169464
Jean-Charles-Joseph Rémond, Entrée de la grotte de Posillipo, 1822-1842

Giovanni Paisiello, La grotta di Trofonio

★★★★☆

Napoli, Teatrino di Corte di Palazzo Reale, 22 novembre 2016

«La terra in vece di cocozze e cavoli | sguiglia scienze e filosofi»

La vicenda de La grotta di Trofonio si può accostare a quella del Così fan tutte di quattro anni dopo, ma anche del Midsummer Night’s Dream scespiriano per il cambio di personalità dovuto al succo del “love-in-idleness” spremuto sulle palpebre dei personaggi dal folletto Puck. Qui invece è la grotta del titolo a trasformare le individualità dei personaggi: «Fu celebre per secoli, in Grecia, l’antro di Trofonio, dove le persone ammesse a interrogare l’oracolo bevevano due sorte d’acqua, l’una delle quali cancellava dalla mente tutti i pensieri profani della vita, l’altra aveva virtù d’imprimere nella memoria tutto quello che si era veduto nell’antro. Ma la grotta di Trofonio immaginata dal nostro poeta ha questa proprietà, che, se alcuno v’entri per una porta esca per l’altra, egli cangia subitamente indole e umore e se, il medesimo, poi, ritorni poi nella grotta e n’esca pe’l varco opposto, ripiglia l’essere primiero. Tale è la macchina principale introdotta per ispargere il ridicolo e l’allegria e per attraversare ad un tratto le nozze de’ vari personaggi della favola, le quali, da ultimo con reciproca soddisfazione si compiono». Così dice il libretto dell’abate Giovanni Battista Casti per la prima rappresentazione, Vienna 12 ottobre 1785, dell’intonazione di Antonio Salieri. Nella vicenda chiunque entri nella grotta trasforma dunque la sua indole e il suo carattere. Si mettono così a scompiglio le vite di due sorelle, Eufelia “donzella letterata” e Dori “donzella allegra”, figlie di Don Piastrone, “probabil genitore” e fanatico della filosofia, qui messa in burla come nel lavoro di Paisiello di dieci anni prima, Il Socrate immaginario. Le ragazze assistono incredule al radicale cambiamento dei loro promessi sposi, il serioso Artemidoro e l’allegro Don Gasperone, entrati per errore nella grotta. Quando scoprono la ragione del mutamento le ragazze vi entrano anche loro senza sapere che un’ulteriore visita all’antro ha riportato i giovani alla normalità. L’intervento del mago Trofonio ricompone le coppie e la vicenda si conclude con la celebrazione di due matrimoni.

Poche settimane dopo a Napoli, nel teatro dei Fiorentini, va in scena con grande successo, su testo rimaneggiato da Giuseppe Palomba, l’adattamento musicale di Paisiello. Il Palomba introduce nella narrazione del Casti un’ambientazione partenopea nella figura del faceto Don Gasperone, da livornese diventato “mercadante” napoletano. Ruolo affidato a una star del teatro buffo napoletano del tempo, Antonio Casaccia, su cui viene cucito un testo in dialetto ricco di gag e sapide invenzioni lessicali. La sua entrata infatti passa da «Oh che coppia bella e gaia! | Mascolini a paia a paia | noi vogliamo germogliar» a «Oh che coppia bella e guasca! | Carnevale ‘nziem ‘e Pasca | mò se vanno a ‘nguadejà». Il nuovo librettista porta poi a otto il numero dei protagonisti, aggiungendo le figure della ballerina Madama Bartolina e della locandiera Rubinetta, entrambe all’inseguimento dei due bellimbusti fedifraghi ora amanti delle figlie di Don Piastrone.

La struttura musicale è in due atti ricchi di pezzi di insieme (solo dieci sono le arie solistiche) su modello mozartiano e in anticipazione di quello rossiniano. I numerosi autoimprestiti e il ritmo frenetico conferiscono una grande orecchiabilità e piacevolezza al lavoro, la cui musica è realizzata con un’orchestra formata da due oboi, due corni, due trombe e archi.

Rappresentata per la prima volta in tempi moderni, l’opera ritorna ora sulle tavole del Teatro di Corte della reggia partenopea in occasione del “Progetto Paisiello 1816-2016” dopo aver inaugurato la scorsa estate il Festival della Valle d’Itria. Sulla messa in scena aveva allora scritto argutamente Andrea Merli: «con un fantastico team che conosce pochi rivali – scene di Dario Gessati, costumi di Gianluca Falaschi, luci di Camilla Piccioni – [Alfonso Antoniozzi] ci immerge nella lettura di volumi di filosofia e di vedute della Grecia antica che fisicamente riempiono la scena e vengono sfogliati da una squadra di “ellenici fanciulli” che ci riportano alle immagini scattate a inizio secolo [scorso] dal barone Von Gloeden. […] Don Piastrone e le sue squilibrate figlie ripercorrono i passi di quei turisti, in maggior parte nordici, a caccia di camere con vista e di latini afrori maschili. Con lo stratagemma di uscire ed entrare dalle pagine dei volumi […] si infilano a ritmo alterno nella grotta del mago che sperimenta strani filtri e polveri magiche. Al punto che nell’ipercinetico finale la “magnifica reggia”, che di botto dovrebbe apparire al posto dell’orrido antro, si traduce in un “viaggio” coloratissimo, forse per qualche “fungo” somministrato da Trofonio».

Il regista ammicca sapientemente a vari tipi di spettacolo: Don Gasparone ricorda Nino Taranto, Artemidoro un gagà con paglietta, Don Piastrone Eduardo de Filippo, Rubinetta (con vista del Partenone sul grembiule) una locandiera goldoniana, Eufelia un’occhialuta che ha perso la vista sui libri e che si vergogna degli occhiali come la Marilyn di Come sposare un milionario, Dori e Madama Bartolina sono tipici caratteri dell’opera comica settecentesca, e infine quel Trofonio mezzo pastore e mezzo monaco ortodosso.

Nel ruolo titolare c’è uno Scandiuzzi che, senza rinunciare alla potenza di voce impiegata nei drammi seri in cui l’abbiamo ammirato, si cala alla perfezione nel ruolo comico del mago filosofo «gran ciurmator». Pregevole, ma un po’ troppo giovane, il Don Piastrone di Giorgio Caoduro. Timbro non piacevole invece e qualche scarto di intonazione per l’Artemidoro di David Ferri Durà, mentre lo spassoso Don Gasperone trova in Filippo Morace l’interprete ideale per comicità e schietta vocalità. La coppia di sorelle, che doveva essere interpretata da Sonia Prina e Maria Grazia Schiavo, ha avuto invece in quest’ultima recita le voci della spigliata Benedetta Mazzuccato del cast alternativo come Dori, mentre per Eufelia la Schiavo, a causa di un’indisposizione, è andata sì in scena ma con la voce di Rubinetta, una Caterina di Tonno che non solo ha salvato la serata, ma se ne è dimostrata la mattatrice, come quando è scesa in platea con Scandiuzzi in un sapido siparietto da avanspettacolo. Daniela Mazzuccato ha esibito le sue ben note doti di brillantezza e presenza scenica nel ruolo di Madama Bartolina.

Su tutti ha dominato con la sua attenta concertazione Alessandro De Marchi, che ha esposto della musica di Paisiello i fulgidi tesori. Gli accompagnamenti degli archi, gli interventi dei legni e degli ottoni hanno riempito con le loro suadenti note la sala quasi coeva del Teatrino di Corte di Palazzo Reale in un equilibrio perfetto di raffinatezze musicali e architettoniche.

1k8a0971

1k8a1086-600x401

1k8a1337-800x534

maxresdefault