Ronald Duncan

The Rape of Lucretia

Benjamin Britten, The Rape of Lucretia

★★★★☆

Glyndebourne, Opera House, 9 agosto 2015

(registrazione video)

«Ora, con parole stanche e con queste scarne note tentiamo di dare un senso alla tragedia umana» (1)

Manca ancora mezzo millennio all’avvento del cristianesimo, come dice la voce del coro femminile («This Rome has still five hundred years to wait | before Christ’s birth and death») nella vicenda narrata da Ronald Duncan nel libretto per Britten. Siamo durante il regno di Tarquinio il Superbo, «the Etruscan upstart», l’arrivista venuto da fuori Roma, il quale per nascondere il male interno usa una minaccia straniera, «an axiom among kings» commenta ancora il coro femminile.

Livio (Ab urbe condita, libro I), Ovidio (Fasti, libro II), Shakespeare (The Rape of Lucrece), ma soprattutto André Obey (Le viol de Lucrèce, 1931) sono le fonti principali per il raffinato testo che per annunciare il tramonto sull’accampamento romano usa parole quali «here the thirsty evening has drunk the wine of light» mentre Lucretia dormiente è definita «a chrysalis contained within its silky obivion». Il tema ossessivo dell’innocenza violata viene qui ripreso da Benjamin Britten in questa storia pagana vista secondo una prospettiva cristiana, forse l’unica possibile nel 1946 in un paese che usciva dalle devastazioni della guerra.

Quasi settant’anni dopo la creazione, ritorna a Glyndebourne questa prima chamber opera del compositore inglese nell’allestimento di Fiona Shawn, la quale ambienta la vicenda ai tempi della composizione: non suonano più le sirene, non ci sono più raid aerei, ma la popolazione ha ancora a che fare con tessere alimentari ed enormi ristrettezze. La coppia che funge da coro, «observers [that] stand between this present audience and that scene», si aggira in quello che sembra uno scavo archeologico con il perimetro in pietra di un’abitazione. I romani sono sporchi di sudore e di terra, Lucretia è l’unica “pulita”, ma verrà anche lei “contaminata” con lo stupro subito. Assieme allo scenografo Michael Levine, al costumista Nicky Gillibrand e alle luci di Paul Anderson, la regista crea uno spettacolo di grande coerenza e suggestione, psicologicamente complesso e magnificamente recitato e cantato. Christine Rice è una Lucretia piena di nobiltà e passione e bella voce mezzosopranile, il barihunk anglo-australiano Duncan Rock delinea un Tarquinius di sicura presenza scenica e vocale, Matthew Rose e Michael Sumuel danno efficacemente voce a Collatinus e a Junius. I precisi interventi del doppio coro sono realizzati alla perfezione da Allan Clayton e Kate Royal.

Leo Hussain a capo della dozzina di strumentisti della London Philharmonic mantiene in magistrale equilibrio i toni rarefatti e pieni di tensione di una partitura ricca di preziosità.

(1) «Now with worn words and these brief notes we try | to harness song to human tragedy» sono le ultime parole del coro nel libretto.

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The Rape of Lucretia

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★★★★☆

L’innocenza corrotta

Altro che Il ratto di Lucrezia come viene ancora tradotto qui da noi: il titolo originale è Lo stupro di Lucrezia! Mica quisquilie, direbbe Totò. E di ciò si tratta, infatti. Junius e Tarquinius sono invidiosi della bellezza e della fedeltà della moglie del loro compagno Collatinus, Lucrezia. In preda all’alcol il principe etrusco corre a Roma e, mentre è suo ospite, violenta la virtuosa matrona. Lucrezia si ucciderà per il disonore nonostante la comprensione del marito. La vicenda – già nota a Livio, Ovidio, Machiavelli, Chaucer e Shakespeare tra i tanti – è tratta dalla tragedia Le viol de Lucrèce (1931) di André Obey.

Atto primo. I cori descrivono lo stato di degrado in cui è caduta Roma sotto il dominio etrusco di Tarquinius. Collatinus, Junius e Tarquinius stanno libando in una tenda di un campo fuori Roma; i due romani raccontano che, durante una visita a sorpresa fatta alle mogli la notte precedente, solo Lucretia, moglie di Collatinus, si era mostrata fedele e virtuosa, unica tra tutte le spose dell’Urbe. Tarquinius, eccitato dal racconto, decide di violare la castità della donna fedele: la sua cavalcata affannosa verso Roma è narrata dal coro maschile. Mentre sta filando nella sua casa, in compagnia delle ancelle Bianca e Lucia, Lucretia espone la sua idea dell’amore (“How cruel men are to teach us love!”), seguita dal coro femminile, che riferisce i preparativi della casa per la notte; frattanto giunge Tarquinius, che chiede ospitalità per la notte.
Atto secondo. Mentre il coro lamenta la triste sorte del popolo romano sotto il dominio etrusco, Lucretia, addormentata, viene aggredita da Tarquinius: vano è ogni tentativo di difesa, e la donna viene violentata. Il coro canta il dolore di Cristo quando la virtù è assalita dal peccato, e la consolazione offerta ai cristiani dalla purezza della madre di Dio. L’alba sorge sulle ancelle in una splendida giornata estiva; sopraggiunge Lucretia, che manda Lucia a chiamare il marito. Collatinus arriva con Junius e capisce, dalle parole di Bianca, ciò che è accaduto. Lucretia, nonostante le manifestazioni di amore di Collatinus, dichiara che la sua vergogna è troppo grande per poter sopravvivere e si uccide con il pugnale.

«Con The Rape of Lucretia Britten conferma la sua maestria – peraltro già ampiamente manifestata in Peter Grimes– nella difficile arte di dare una prospettiva personale a un tema così tradizionale, componendo la sua prima opera da camera per un’orchestra di diciassette strumenti e tredici esecutori, con soli otto personaggi in scena. Nonostante, o forse grazie, alla ristrettezza dell’organico, Britten dimostra qui la sua abilità nel servirsi di tecniche compositive rigorose, creando sì una forma espressiva strutturalmente ‘costruita’, e tuttavia con effetti di grande naturalezza. Di intensa drammaticità è inoltre il coro funebre che conclude l’opera, nel quale tutti e otto gli interpreti domandano a sé stessi e all’universo: “Is this it all?”». (Giancarlo Arnaboldi)

Su libretto di Ronald Duncan, quest’opera da camera (cinque fiati, cinque archi, percussioni, arpa e un pianoforte per i recitativi) ha un’economia di mezzi dettata in parte anche dalle scarse risorse disponibili nell’immediato dopoguerra. Il debutto a Glyndebourne nel 1946 avvenne con la direzione di Ernest Ansermet e le voci di Kathleen Ferrier protagonista e Peter Pears come coro maschile. Il lavoro prevede infatti, fin dall’originale di Obey, la presenza in scena di due personaggi, il coro maschile e il coro femminile, che commentano l’azione e inseriscono la vicenda pagana in un contesto cristiano che è stato molto criticato fin dalla prima dell’opera in quanto il pio moralismo del libretto non risolve il dilemma morale della arrendevolezza o meno di Lucrezia alla violenza subita (1). Né è di aiuto la bellissima musica che rimane ambigua sui reali sentimenti della donna e che fa di questa l’opera più lirica di Britten, con un uso sapiente dell’armonia e una scrittura vocale che va dagli animati recitativi alle melodie dei temi dei vari personaggi agli estesi melismi sul suono i della sillaba centrale del nome di Lucrezia nella pronuncia inglese.

Nel 2001 l’opera di Britten viene presentata all’Aldeburgh Festival nella sonora Snape Maltings Concert Hall con l’orchestra della English National Opera diretta da un attento Paul Daniel e con la messa in scena di un David McVicar che affronta la vicenda e l’apoteosi cristiana finale con estrema asciuttezza. Fin dall’inizio, come si è detto, l’ingenua conclusione del libretto aveva sollevato parecchie perplessità, ma come dice McVicar in un brevissimo commento inserito come extra del disco, dopo i terribili anni di guerra e lo shock della scoperta proprio in quel periodo dei campi di concentramento e dei terribili crimini ivi commessi si comprende il soccorso, seppure irrazionale, di una fede per comprendere il male che era stato compiuto. Ora il messaggio risulta però meno convincente.

Nella esigua compagine di cantanti (i tre maschi bellicosi, le tre donne e la coppia di narratori) tutti sono bravi, ma svettano per incisività e rimangono indimenticabili la figura della sposa fedele interpretata da una magnifica Sarah Connolly e il provocante Tarquinio di Christopher Maltman.

(1) Solo nel V d.C. secolo, mille anni dopo il fatto, Sant’Agostino assolveva l’anima di Lucrezia dall’adulterio, per condannarla però definitivamente per il suicidio commesso!