Nina, o sia La pazza per amore

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★★★☆☆

Ma alla fine è veramente guarita dalla sua pazzia?

Andata in scena come commedia per musica in un atto nel 1789 al Palazzo Reale di Caserta, venne poi ripresa dall’autore e con l’aggiunta di tre nuovi numeri presentata a Napoli l’anno successivo con i dialoghi parlati e in due atti. È in questa versione che viene normalmente eseguita. Il testo del Lorenzi è basato sul libretto scritto per l’Opéra-Comique Nina ou la folle par amour (1786)di Nicolas Dalayrac.

Atto I. Nina ha perduto il senno, al punto che non riconosce più le persone che le stanno intorno. È Susanna, la sua governante, a spiegare il motivo della condizione di Nina. La ragazza doveva sposarsi con Lindoro e l’unione era approvata dal Conte, padre di Nina. Ma al presentarsi di un migliore pretendente, il Conte aveva cercato di rompere l’unione con Lindoro, il quale si era battuto con il rivale ed era stato ferito mortalmente. In seguito a questi eventi Nina è impazzita, e vive nella speranza di rivedere l’amato. Il Conte è disperato e Giorgio cerca di infondergli ottimismo. Atto II. Lindoro però non è morto. Era stato ferito gravemente ma ora è guarito e si presenta al Conte, che lo accoglie come un figlio. Nina viene preparata all’incontro con Lindoro, che poco dopo ha luogo. Nina però non riconosce Lindoro, il quale è costretto a fingere di essere un amico di sé stesso che porta notizie a Nina. Nina si innamora del presunto amico di Lindoro, che accetta la situazione. Ma la serenità a poco a poco ridona la ragione a Nina, che torna a riconoscere le persone e lo stesso Lindoro, col quale si può così felicemente riunire.

Tra le più conosciute delle oltre novanta opere di Paisiello (del suo Barbiere di Siviglia sappiamo come è andata a finire…) questa ebbe un enorme successo a suo tempo e fu il cavallo di battaglia di molte primedonne, dalla Coltellini della prima alla Colbran, dalla Malibran alla Pasta fino alla moderna Bartoli che nel 2002 si presenta sotto la bacchetta di Ádám Fischer al pubblico di Zurigo.

La sua prima aria «Il mio ben quando verrà» è una straordinaria lezione di belcanto italiano con il suo avvicendarsi di momenti patetici e di passaggi di coloratura e con quegli abbellimenti in cui il nostro soprano eccelle. E lezione vera e propria diventa la scena in cui Nina stessa corregge il canto delle villanelle subito dopo. Un Jonas Kaufmann, non ancora megastar della scena lirica, fa poi il suo ingresso come improbabile pastore accompagnato dal suono di una vera zampogna.

Tra la canzone del pastore e il quartetto del primo finale il maestro concertatore Ádám Fischer inserisce il recitativo e aria K.272 di Mozart «Ah, lo previdi – Deh, non varcar quell’onda» su testo tratto dall’Andromeda dello stesso Paisiello, forse per voler mostrare le diverse possibilità di espressione degli affetti nel canto: qui abbiamo infatti un’aria altamente drammatica con cui Nina/Andromeda accusa il padre di contrastare la sua unione. Il pezzo risulta piuttosto incongruo nel clima che si è finora instaurato nell’opera, ferme restando le straordinarie capacità espressive della Bartoli e la sua sontuosa vocalità. Per di più mette in evidenza l’abisso che separa la qualità musicale dei due compositori: la generosa facilità e piacevolezza melodica dell’italiano neanche lontanamente si avvicina al genio musicale del contemporaneo salisburghese.

Il ritorno di Jonas Kaufmann come Lindoro non lo rende più convincente, complice la sciatta e a tratti stramba regia di Cesare Lievi che fa sembrare tutti un po’ pazzi. Se non come attore, rimane salva per fortuna la prestazione vocale.

Come al solito i dialoghi parlati mettono allo scoperto capacità recitativa e dizione dei cantanti, qui comunque quasi accettabile per gli interpreti d’origine non italiana, soprattutto il padre tormentato dal rimorso di László Polgár.

Il DVD contiene un documentario di tre quarti d’ora intitolato un po’ esageratamente “Giovanni Paisiello, il genio dimenticato”. Due tracce audio e sottotitoli in cinque lingue compreso l’italiano.

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