Aureliano in Palmira

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★★★☆☆

«Musica Divina Cantanti Infami”, ma non qui

Le note della sinfonia del Barbiere o il motivo della cavatina del conte d’Almaviva non devono trarre in inganno: non siamo a Siviglia, bensì tra i solenni resti archeologici di Palmira in Siria nel 270 circa a.C. e ci apprestiamo ad assistere ai due atti del dramma serio su libretto di un Giuseppe Felice Romani che gioca a fare il Metastasio.

La spregiudicata consuetudine dell’autocitazione porterà Rossini a utilizzare non solo la sinfonia, ma anche il coro iniziale e il rondò di Arsace prima nell’Elisabetta e poi nella commedia di Beaumarchais.

L‘Aureliano in Palmira venne presentato alla Scala nel 1813 con scarso successo, “solo” 14 repliche, a causa soprattutto della inadeguatezza dei cantanti, in primis quel Giovanni Battista Velluti per cui era stata scritta la parte di Arsace, unico ruolo di contralto maschile scritto da Rossini. Ma neppure la parte femminile aveva brillato e della prima donna Laurença Correa il Porta scriverà: «in quell’anno stancò veramente la sofferenza del pubblico, al quale alcuna sera pareva cantasse per far grazia ed alcun’altra per far dispetto».

Atto I. La regina Zenobia, il suo amante Arsace e i preti offrono sacrifici nel tempio di Iside e pregano per la loro salvezza temendo l’esercito romano che si sta avvicinando. Il generale Oraspe entra accompagnato da musica marziale e annuncia che l’imperatore Aureliano e l’esercito romano sono ormai alle porte di Palmira. Arsace impegna le truppe persiane nella difesa della città. Dopo una drammatica battaglia i persiani vengono sconfitti. Giunge Aureliano e si rivolge ad Arsace, ora prigioniero. Questi replica all’imperatore con dignità e proclama il suo amore per Zenobia, dicendosi pronto a morire per lei. Zenobia ha nascosto il tesoro del regno nelle volte sotto il palazzo e decide di opporre un’ultima resistenza con le sue truppe per salvare la città. Chiede ad Aureliano una tregua, in modo da potergli parlare e ottenere la libertà dei prigionieri, incluso Arsace. Al rifiuto di Aureliano di liberare i prigionieri, chiede di poter almeno vedere Arsace un’ultima volta. Zenobia e Arsace piangono per il loro destino. Aureliano entra e promette di liberare Arsace a condizione che egli abbandoni Zenobia. Arsace rifiuta e viene condannato a morte. Gli eserciti di Roma e di Palmira si preparano per l’ultima battaglia. Atto II. I romani hanno conquistato Palmira. Aureliano entra nel palazzo di Zenobia e le offre il proprio amore, ma lei rifiuta. Nel frattempo Oraspe libera Arsace, che fugge sulle colline presso l’Eufrate dove alcuni pastori lo proteggono. Alcuni soldati si uniscono ad Arsace, e gli dicono che Zenobia è prigioniera. Arsace la vuole liberare e alla guida delle truppe di Palmira lancia un nuovo attacco contro i romani. Nel palazzo, Aureliano propone a Zenobia di regnare insieme su Palmira. Zenobia rifiuta ancora. Più tardi, di notte, Arsace e Zenobia si incontrano e quando vengono scoperti dalle truppe romane chiedono di essere messi a morte. Sebbene segretamente ammiri il loro coraggio e la reciproca devozione, Aureliano ordina che finiscano i loro giorni in celle separate. Publia, figlia del generale romano e segretamente innamorata di Arsace, supplica Aureliano di avere pietà di lui. L’ultima scena si svolge in una grande sala del palazzo di Zenobia. I comandanti e i sacerdoti della sconfitta Palmira sono raccolti in supplica davanti ad Aureliano. Oraspe, Arsace e Zenobia vengono condotti nella stanza incatenati. Aureliano muta atteggiamento e libera Zenobia e Arsace concedendo loro di regnare insieme su Palmira a patto che entrambi giurino fedeltà all’Impero Romano. Essi accettano e lodano Aureliano per la sua generosità.

Nell’attesa di assistere alla prossima produzione dell’opera al Rossini Opera Festival 2014 basata sull’edizione critica, visioniamo il DVD della Bongiovanni riportante l’allestimento presentato nel cortile del palazzo Ducale di Martina Franca nell’ambito del Festival della Valle d’Itria 2011 incentrato sul tema “La coscienza del potere”.

Diversamente dalla prima storica, questa di Martina Franca ha il suo punto di forza soprattutto nei cantanti, a iniziare da quel fenomeno vocale che è Franco Fagioli la cui eccelsa coloratura e gli affondi nel grave sono sempre pertinenti alle esigenze drammatiche del personaggio. È a lui che, giustamente, vengono dispensate le più calorose ovazioni. Il soprano cubano Maria Aleida, Zenobia, spara i suoi acuti con sicurezza mentre il tenore rumeno Bogdan Mihai, pur non avendo l’autorevolezza richiesta dalla parte del titolo, non delude comunque il pubblico. Di buon livello il rimanente del giovanile cast.

Il regista Timothy Nelson impone gesti ridicoli ai cantanti che all’inizio sembrano tradurre in linguaggio per non udenti quello che vanno dicendo. Non si sa se sia stata una sua scelta poi l’immotivata “partecipazione straordinaria” della danzatrice Louise Frank che si aggira in scena quale “vecchia Zenobia”.

Improbabili i costumi di varie epoche e paesi: dalle uniformi militari ai kilt scozzesi (?) al tubino nero ai fez con l’emblema fascista alle casacche da deportato al completo D&G di Aureliano, la costumista Michelle Cantwell non si fa mancare nulla.

L’Orchestra Internazionale d’Italia non sempre risponde adeguatamente alle sottigliezze richieste dal giovane direttore Giacomo Sagripanti, mentre efficiente risulta il coro di Bratislava.

Ripresa video quasi amatoriale, immagine molto granulosa e audio che denuncia la registrazione all’aperto con i microfoni dei cantanti squilibrati fra di loro e con quelli dell’orchestra. Nessun extra, ma l’opuscolo allegato riporta interessanti interventi.

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