Il ragazzo del risciò

09:23

Guo Wenjing, Il ragazzo del risciò

★★★★☆

Torino, 23 settembre 2015

La Cina adotta l’opera occidentale

Il ragazzo del risciò (骆驼祥子, Luòtuo Xiángzi, letteralmente “Fortunato Cammello”, nome e soprannome del protagonista maschile) è il titolo di un romanzo del 1936 di Lao She (pseudonimo di Shu Qingchun, 1899-1966), il più importante autore della letteratura cinese moderna. Nel libro, di trecento pagine nella nuova traduzione inglese, si narra della triste vita di un tiratore di risciò nella Pechino degli anni ’20.

Il protagonista Xiangzi ha un solo pensiero: «Ogni centesimo che risparmiava lo portava più vicino al suo obiettivo: comperare un risciò tutto suo. Non comperarlo era impensabile. […] Era il suo ideale, la sua aspirazione, la sua religione, quasi. Non c’era ragione di vivere se non poteva tirare il suo proprio risciò. Non aspirava a essere un ufficiale, o a diventare ricco, o a mettere su un negozio. Tutto il suo talento stava nel tirare un risciò e la sua immutabile speranza era di comperarne uno. Non farlo sarebbe stata una disgrazia».

Come per l’altro grande compositore cinese contemporaneo Tan Dun, questo lavoro di Guo Wenjing (classe 1956, Tan Dun è del 1957) si rivolge alla storia del suo paese. Ma mentre con The First Emperor si risaliva nel tempo, al primo imperatore cinese che fece costruire la Grande Muraglia, la storia del Ragazzo del risciò si sviluppa durante gli anni dell’ultimo imperatore, che nel libro non viene però mai nominato. Come per Tan Dun anche questa è la quinta e più ambiziosa opera per intenti e forma di Guo Wenjing. A differenza di quella di Tan Dun però è scritta secondo i paradigmi formali e musicali dell’opera occidentale – pezzi chiusi, concertati, arie, duetti, cori – ma in lingua cinese, ciò che ha presentato non poche difficoltà per gli interpreti ormai tutti cresciuti alla scuola di canto occidentale, come ha detto il compositore alla presentazione dell’opera. I richiami alla musica tradizionale cinese sono presenti in tutta la partitura, che si sviluppa in otto scene che concentrano i ventiquattro capitoli del testo originale.

Presentata un anno fa al Centro Nazionale per le Arti dello Spettacolo di Pechino, Il ragazzo del risciò è ora in prima europea al Regio di Torino nell’ambito di MiTo-Settembre Musica, operazione fortemente voluta da Enzo Restagno, direttore artistico del festival ed eminente esperto di musica contemporanea, il quale si è dichiarato grande estimatore della musica di Guo Wenjing che ha presentato al pubblico in un incontro il giorno prima.

L’orchestra, di impianto occidentale, comprende anche due strumenti tradizionali cinesi: il sānxián (una specie di liuto) e il suŏnà (un oboe-trombetta dal timbro penetrante), che emergono nei momenti di maggior intensità emotiva dell’opera quando l’orchestra quasi tace. Il compositore in un’intervista definisce la sua opera nello stile di una sinfonia di Mahler, ma è piuttosto a Dmitrij Šostakovič che viene da pensare ascoltando la sua orchestra. Vocalmente si va invece da uno stile buffo-tragico quasi mussorgskiano per i personaggi di Liu Siye e Er Qiangzi, i tremendi padri-padroni, al lirismo pucciniano di Xiaofuzi, la povera prostituta innamorata di Xiangzi.

Dopo una prima parte in cui si costruisce il colore locale della vicenda con uno stile che si avvicina a quello del musical americano alla Bernstein, il lavoro prende una fisionomia più personale e convincente con la scena dello squallido matrimonio tra Xiangzi e Huniu e il loro pungente duetto. Nella seconda parte molti sono i momenti di grande intensità, come la morte di Huniu e l’aria di Xiaofuzi, i due unici personaggi, entrambi femminili, che dimostrino una certa dose di umanità: contorta quella della moglie Huniu, pura come quella della Liù di Turandot quella di Xiaofuzi.

La regia vivace e funzionale alla vicenda muove i singoli personaggi e le masse corali con efficacia. La scenografia quasi intenerisce per la sua onesta ingenuità, cui non siamo quasi più abituati: gli alberi sembrano veri alberi, così la facciate delle case che si spostano su rotelle, il cielo dipinto sul fondo e i cammelli con gli omini dentro.

Prima dell’ultima scena il compositore inserisce un coro che canta la vecchia Pechino, ora completamente scomparsa. Assente nel testo originale di Lao She, è un pezzo di grande impatto teatrale ed emotivo che il pubblico del Regio – quello delle grandi occasioni rimpolpato da numerosi membri della folta comunità cinese di Torino – ha salutato con un applauso interminabile. Così come caldi e insistenti sono stati gli applausi finali che hanno salutato i bravi cantanti, soprattutto le due interpreti femminili, il direttore Zhang Guoyong, il regista Yi Liming e il compositore stesso.

Da Torino lo spettacolo si sposta ora a Milano, quindi a Parma, Genova e Firenze. Per tornare poi nella fantastica cupola di titanio e cristallo adagiata sul lago artificiale di fianco alla piazza Tien’anmen, dove la musica lirica occidentale viene prodotta assieme alle nuove opere nazionali in quella che ormai possiamo chiamare Opera Cinese a tutti gli effetti.

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