Arlecchino

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★★☆☆☆

Il «riso doloroso» di Busoni

Arlecchino oder Die Fenster op. 50 è un capriccio teatrale in un atto che Ferruccio Busoni scrisse su libretto proprio in tedesco quando risiedeva a Zurigo. E lì debuttò l’11 maggio 1917 assieme alla sua Turandot.

Con i dialoghi parlati e una musica che tradisce una certa influenza viennese, come ad esempio nella serie di suoni che appare a mo’ di fanfara all’inizio, l’opera è suddivisa in quattro parti in cui Arlecchino assume quattro diversi ruoli: libertino, soldato, marito, conquistatore.

In una via della città di Bergamo alta, Arlecchino corteggia Annunziata mentre il marito Matteo si diletta alla lettura del canto di Paolo e Francesca dalla Divina Commedia. Per disfarsene, Arlecchino dapprima inventa un’invasione della città da parte dei barbari, quindi si traveste da capitano per arruolarlo. Intanto Colombina, moglie trascurata di Arlecchino, cede alle lusinghe di Leandro. Arlecchino lo sfida a duello e lo uccide, ma è un’altra burla. Vedendo Leandro magicamente ‘risorto’, il dottore Bombasto e l’abate Cospicuo chiedono soccorso al vicinato, ma le finestre subito si richiudono: «L’uomo», commenta amaro l’abate, «propende ad occultare la sua innata bontà». Arlecchino ripudia Colombina, consentendole di sposare Leandro, ser Matteo torna alle sue dotte letture e Annunziata lo abbandona per Arlecchino.

«Gli elementi di straniamento propri del ‘teatro nel teatro’ (Arlecchino, velata proiezione dell’autore, più che parte in causa è regista e distaccato commentatore degli avvenimenti), il gusto per la parodia delle convenzioni teatrali (l’opera è tutta costruita a settecenteschi numeri chiusi) e per una musica ‘al quadrato’ intessuta di citazioni colte, il tono di scettica ironia e di Singspiel che guarda per un verso a Così fan tutte e Zauberflöte, per l’altro è contiguo ai ‘ritorni’ al comico e al meraviglioso di Strauss (Ariadne auf Naxos) e in parte anticipa quelli di Stravinskij (Pulcinella) e di Gian Francesco Malipiero (L’Orfeide), non hanno certo agevolato la popolarità di questo come degli altri titoli teatrali di Busoni. Il suo motto era “dire cose importanti in forma divertente”; e la ‘cosa importante’ sottesa alle buffonerie del ‘capriccio’ è la difficoltà, per il teatro musicale del nostro tempo, di continuare a esistere senza smarrire quel senso di totalità e di classica perfezione che Busoni vagheggiava nei modelli supremi di Mozart e di Rossini. Denunciando l’inadeguatezza del teatro naturalista e di sentimenti con l’ingannevole levità di una giocosa burla, Arlecchino ci addita sotto la luce di una gelida ironia l’innocenza irrecuperabile di quei modelli. La nota fondamentale del ‘capriccio’ resta dunque quella dell’amarezza e dello smarrimento scettico: un «riso doloroso» (Sablich), cui Busoni cercherà di offrire la speranza di una risposta in positivo nel Doktor Faust». (Michele Porzio)

Opportunamente abbinato al Pulcinella di Stravinskij, nel marzo 2007 al teatro Comunale di Bologna Arlecchino viene proposto nella versione italiana di Vito Levi e messo in scena da un regista particolare, Lucio Dalla (1), mentre in buca scende il direttore d’orchestra David Agler. Le scene di Daniele Naldi – sono suoi anche i costumi moderni, con Leandro cantante Pop con chitarra elettrica a tracolla – costruiscono la Bergamo del testo coma un’unica casetta di fiaba che gira su sé stessa per servire da abitazione di ser Matteo e da osteria.

Il Pulcinella del balletto di Stravinskij, che era stato lasciato in mutande alla fine della prima parte, lo ritroviamo come Arlecchino nella seconda, portato in platea durante l’intervallo da due infermieri. Salito sulla scena si dipinge il corpo con delle bombolette colorate e sarà quello il suo costume. Mentre la sua parte è quasi totalmente recitata e affidata al giovane Marco Alemanno, riccamente cantata è invece quella di Leandro, qui Filippo Adami. Massimiliano e Ugo Guagliardo sono la stralunata coppia Cospicuo e Bombasto e Maurizio Lo Piccolo il sarto. Delle due donne in scena solo la Colombina di Sabina Willeit ha un ruolo cantato, essendo quello della moglie di Matteo un ruolo muto.

Scenicamente spigliati i cantanti svolgono adeguatamente il loro compito su una base musicale modesta di un direttore che non riesce a trascinare un’orchestra svogliata.

La registrazione è disponibile su un DVD che riporta come extra il backstage dello spettacolo.

(1) Per il cantante bolognese non era la prima incursione nel mondo della lirica: a parte la canzone Caruso, nel 2003 aveva presentato la sua versione pop di Tosca il cui sottotitolo Amore disperato è diventato una sua celebre cover. In seguito collaborerà per gli allestimenti di Pierino e il lupo di Prokof’ev e de L’opera del mendicante di Gay/Pepusch.

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