Die Meistersinger von Nürnberg

Richard Wagner, Die Meistersinger von Nürnberg

★★★★☆

Milano, Teatro alla Scala, 19 marzo 2017

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Splendidi Maestri cantori, ma il tenore è latitante

La Norimberga che si presenta all’alzarsi del sipario in questo allestimento de Die Meistersinger von Nürnberg del Teatro alla Scala coprodotto con Zurigo è quella distrutta dalla Seconda Guerra Mondiale. In primo piano, poste su una piattaforma rotante, le rovine della Katharinenkirche (la chiesa dove avvenivano le riunioni dei Maestri Cantori nel XVI secolo), sullo sfondo le facciate annerite e le finestre vuote dei palazzi sventrati dai bombardamenti. Nel secondo atto l’albero di lillà evocato da Hans Sachs («Wie duftet doch der Flieder | so mild, so stark und voll!») sbuca tra le impalcature che ingabbiano le rovine mentre sullo sfondo nel cielo grigio svettano le molte gru della ricostruzione della città. Nel terzo atto i tubi innocenti sorreggono ancora le rovine della chiesa, ma nello skyline i nuovi grattacieli oscurano le guglie gotiche.

La regia di Harry Kupfer, le scene di Hans Schavernoch e i bei costumi di Yan Tax fanno rivivere Die Meistersinger nella Germania del secondo dopoguerra facendo piazza pulita del Medioevo della vicenda, senza farlo rimpiangere. Nella lettura di Kupfer la ricostruzione della città dopo la barbarie bellica è come una risposta alle ultime parole di Hans Sachs sulla purezza dell’arte tedesca, parole esaltate dal regime nazista ma che alle nostre orecchie acquistano un tono profetico diverso. «Habt Acht! Uns dräuen üble Streich’!» (Attenti! Pessimi eventi ci minacciano!), ma non sarà la «der welsche Tand» (la latina frivolezza) a corrompere i buoni spiriti, ma una ben più autoctona ideologia.

Neanche Kupfer riesce pienamente nell’impresa di rendere convincente la rissa che conclude il secondo atto sotto un cielo tempestoso (musicalmente invece una delle cose mirabili della serata), ma si ammira comunque la sua abilità nel rendere teatrale ogni momento dello spettacolo. In questo è aiutato da interpreti che si rivelano ottimi attori e dalla concertazione magistrale di Daniele Gatti. Nel 149° anniversario dalla prima, il Satyrspiel di Wagner ha ricevuto infatti una lettura mirabile dal direttore milanese.

Una descrizione del terzo atto può dare un’idea del magnifico spettacolo. Dopo il preludio quasi bruckneriano, memorabile per come l’orchestra del teatro riesca a dispiegare tutte le possibili sfumature sonore che fanno di questa una pagina sublime, la scena con David, il lungo monologo di Hans Sachs e la scena con Walther prendono qui un sapore straussiano pieno della nostalgia e della matura rassegnazione del ciabattino che deve cedere al giovane sia il primato della propria arte sia l’amore per la ragazza.

L’arrivo di Beckmesser, dolente per le botte della sera prima, si trasforma invece in uno sketch che ha la comicità di un cartone animato in cui ogni smorfia e contorcimento del personaggio è sottolineato da un suono della duttile orchestra. Qui la bravura di Markus Werba permette di raggiungere un risultato umoristico raramente visto in scena. Mutamento totale poco dopo. il quintetto che segue tocca punte di un lirismo rarefatto ed estatico reso magnificamente dalla direzione sensibilissima di Gatti e la citazione dal Tristano aggiunge un momento di commozione indicibile. Nella scena finale di San Crispino, in cui le rovine sono sede della tenzone dei maestri cantori, una fanfara si inerpica sulla piattaforma più alta dell’impalcatura, la gente di Norimberga entra allegramente vestita a festa, carri, mascheroni, saltimbanchi e acrobati formano un gioioso corteo con variopinte bandiere e gonfaloni.

Michael Volle non solo riesce ad arrivare inesausto alla fine del suo massacrante ruolo, ma ci arriva dopo una prestazione maiuscola in cui ha toccato tutte le corde dell’espressività in un canto-conversazione che è sempre attento alla parola e alle sfumature del carattere del suo personaggio. La voce riesce ad emergere dall’orchestra anche quando usa mezze voci o toni sussurrati: una lezione di canto giustamente osannata dal pubblico. Sfortunato il ruolo di Walther von Stolzing in questa produzione: la prestazione del titolare alla prima era stata disastrosa forse anche per le condizioni di salute di Michael Schade, ma neanche il sostituto dell’ultimo momento si è rivelato all’altezza della situazione. Il pubblico è stato comunque indulgente per il generoso tentativo di Erin Caves.

Come s’è detto, eccellente il Beckmesser giovanile di Markus Werba: vocalmente ha esibito il suo bel timbro e scenicamente non ha esagerato in effetti caricaturali. Nobile e autorevole il Pogner di Albert Dohmen la cui voce dà qualche comprensibile segno di stanchezza soprattutto salendo all’acuto. Efficaci gli altri cantori. Un po’ fragili invece le due voci femminili, soprattutto quella di Jacquelyn Wagner, Eva di bella presenza ma vocalmente esile. Eccellente come sempre si è dimostrato il coro istruito da Bruno Casoni.