Boris Goudenow

Johann Mattheson, Boris Goudenow

Innsbruck, Haus der Musik, 25 agosto 2021

Anche quest’anno arriva da Innsbruck la recensione di Orlando Perera.

Cabaret al Cremlino

Nella sua caccia alle rarità, quest’anno il Festival di musica antica di Innsbruck ha esibito verso la fine una preda davvero singolare. Più che una rarità, è quasi un inedito Boris Goudenow oder Der durch Verschlagenheit erlangte Trohn oder Die durch Neigung glücklich verknüpfte Ehre (Boris Goudenow o Il trono ottenuto per astuzia o L’onore felicemente legato all’inclinazione) – opera da camera in tre atti di Johann Mattheson (1681-1764), compositore, cantante e teorico amburghese, coevo di Johann Sebastian Bach – posto quasi a chiusura dell’edizione 2021.

Musica e libretto sono firmati dallo stesso autore nel 1710 per il Teatro dell’Opera sul Gänsemarkt (Mercato delle oche) di Amburgo. Come d’uso, molte arie sono in italiano. Ma il fatto più singolare è che l’opera al suo tempo non è mai stata rappresentata. Bisogna ricordare che si era allora nel pieno della cosiddetta Guerra del Nord: Russia, Danimarca e Sassonia alleate contro la Svezia, per il dominio del Mar Baltico. Probabilmente ad Amburgo non si volevano creare problemi politici con l’alleata Russia zarista: la non edificante vicenda di intrighi dei due zar Boris e Teodoro risaliva a poco più di un secolo prima, il cupo Periodo dei Torbidi e del falso Dimitri. Magari si è aggiunta l’indecisione dello stesso Mattheson. Fatto sta che non se ne fece nulla, il Gänsemarkt (sorto nel 1678, primo teatro d’opera pubblico fuori Venezia) passò ad altro e il manoscritto finì dimenticato negli archivi.

Per fortuna, prima dei bombardamenti alleati che rasero al suolo Amburgo, i documenti più preziosi erano stati messi al sicuro in un castello vicino Dresda. Di lì furono poi dispersi in vari luoghi. Ritrovato nel 1998 in Armenia (ma qualche musicologo più informato ne aveva già studiato alcuni frammenti), il Boris dopo tre secoli è stato eseguito in prima assoluta, ma in forma di concerto, ad Amburgo, solo nel gennaio 2005. Il primo allestimento scenico cinque mesi dopo, il 18 giugno 2005 al Boston Early Music Festival. Fu replicato poi al Tanglewood Festival in Massachusetts, e infine a Mosca e San Pietroburgo.

Tutto ciò non poteva non attirare l’attenzione del Sovrintendente e Direttore Artistico delle Innsbrucker Festwochen Alessandro De Marchi, che ne ha deciso una nuova ripresa dopo sedici anni, inserendola nella serie “Barockoper Jung”, per i giovani musicisti. Il cast vocale è formato infatti da finalisti e vincitori del concorso di canto Pietro Antonio Cesti, voluto da De Marchi nel 2010. Anche l’orchestra italiana Concerto Theresia è formata da giovani sotto i trent’anni. A dirigerla il friulano Andrea Marchiol, accreditato interprete barocco, mentre alla regia è stata chiamata l’inglese Jean Renshaw, anche coreografa. Un progetto dunque non solo di riscoperta storica, ma anche di nuove opportunità professionali, in questo periodo tanto difficile soprattutto per i giovani artisti che si affacciano sulla scena.

Il protagonista e la vicenda sono evidentemente gli stessi che ispireranno 160 anni dopo il tormentato capolavoro di Musorgskji, su libretto di Puškin, più volte riorchestrato da numerosi compositori. Ma l’opera russa, a parte titolo e personaggi, non ha molto a che vedere con quella amburghese, che Musorgskji del resto non poteva conoscere. E quand’anche, stile musicale e impianto drammaturgico sono lontani anni luce. La vicenda si svolge nell’antico Cremlino ed è storica. Protagonista il principe russo Boris Goudenow che attraverso intrighi e delitti riesce a farsi nominare zar, al posto di Teodoro vecchio e malato, che infatti muore presto.

Atto primo. La vicenda inizia nella Sala del Consiglio del Cremlino dove, dopo che Irina moglie dello zar Teodoro Iwanowitz ha confermato l’unità dell’Impero, Boris Goudenow viene nominato governatore di Mosca. Il boiardo Fedro confessa il suo amore a Irina e lei stessa tratta i sentimenti di Fedro con una certa benevolenza, consigliandogli di stare attento e di rispettare l’etichetta. Boris appare e rivela le sue aspirazioni personali insieme a Gavust, un principe straniero, che intende ostacolare i piani dello zar di divorziare da sua sorella. Insieme intendono anche indagare sulle intenzioni del principe Josennah, appena arrivato. Inaspettatamente arriva la notizia che lo zar è gravemente malato. La compagnia si disperde lasciando Gavust da solo. Bogda, il servo di Boris, che ha dormito per tutto il tempo, si sveglia bruscamente e si dichiara preoccupato che l’inquietudine legata alla malattia di Teodoro possa privarlo del sonno. Anche Gavust, che si è innamorato di Axinia, la figlia di Boris, ha le sue preoccupazioni. La principessa Olga e Josennah entrano in scena. Olga canta del carattere possessivo dell’anima e Gavust della sua speranza per un vero amore, mentre Josennah sottolinea i benefici che si dovrebbero trarre dalle questioni di cuore. Entra Axinia, la figlia di Boris e Josennah esprime la sua preoccupazione per l’improvvisa malattia dello zar. Josennah se ne va per affari sui quali si può solo speculare. Gavust, incaricato da Boris di scoprire le intenzioni di Josennah a Mosca, lo cerca ancora invano. Boris e Fedro si consultano sulla gravità della situazione della salute dello zar. Dopo ulteriori notizie avverse, si precipitano tutti a rendere omaggio a Teodoro morente. Dopo quest’ultimo, Fedro esprime la speranza che il suo amore per Irina possa essere finalmente ricambiato.
Atto secondo. Alla morte di Teodoro, Irina, Boris, Fedro e Gavust si uniscono per esprimere l’attuale crisi politica in un canone a quattro voci. Boris professa di aver precedentemente raccolto corona e scettro (i simboli dello zar) alla morte di Teodoro per deporli davanti ai riuniti permettendo la consultazione sul legittimo successore. Egli si esclude esplicitamente, adducendo la stanchezza e l’affaticamento della vita di corte e la necessità della pace in un monastero. Con orrore di Fedro, Irina dichiara che intende unirsi a suo fratello. Boris e Irina se ne vanno e il gruppo si disperde. In una scena solitaria, Josennah comunica il suo piano di sposare Axinia e diventare zar. Infatti, ha già firmato un’alleanza con Olga in tal senso. Gavust, testimone della conversazione tra Josennah e Olga, informa Axinia dei loro piani, giurando vendetta. Boris e sua sorella nel loro monastero ricevono una richiesta da un gruppo di bambini e vecchi poveri che Boris si prenda la responsabilità degli orfani della Russia. Anche Fedro prende la parola e spiega alla vedova dello zar quanto il paese e il suo popolo desiderino rivedere il suo padrone. Segue un messaggio di Gavust, che chiede ufficialmente a Boris di assumere la corona dello zar. Boris accetta di sacrificarsi per il regno. Giubilo generale.
Atto terzo. Tornati a Mosca, Olga e Josennah ammettono la loro sconfitta. Gavust e Fedro sequestrano i due chiedendo spiegazioni per il tradimento politico e la truffa di Josennah. Come punizione per il suo misfatto, Josennah viene bandito. Olga e Axinia reagiscono con sgomento e sollievo. Gavust si rallegra constatando che ora nulla può impedire il suo futuro con Axinia. Fedro continua a lottare per l’affetto di Irina. Boris è scontento di tutto il trambusto in materia di “trono e amore”. Il nuovo zar è formalmente incoronato, Josennah è perdonato da Boris e riconciliato con Olga, Gavust ottiene la sua amata Axinia e infine Irina ascolta il suo cuore e si unisce all'”Ordine degli amanti”, dove un boiardo ben noto a tutti la sta già aspettando.

Insomma, un complesso connubio fra trono e amore, che Mattheson librettista racconta in maniera un po’ confusa, tanto che alcuni critici rilevano come diversi punti della trama rimangano incomprensibili (anche per la frequente alternanza linguistica tedesco-italiano), e la regia della Renshaw non riesce a dipanarli più di tanto. Il taglio resta comunque leggero, quasi da commedia del potere, con una buona dose d’ironia. La Santa Madre Russia è evocata in cliché da cabaret, un colorato plastico in miniatura del Cremlino, la neve finta cade incessante, pellicce e pelliccette a profusione, la vodka come deus-ex-machina, protagonista di una delle scene più azzeccate, con decine di bottiglie sciorinate in scena. Divertenti anche alcune arie che la Renshaw fa cantare agli interpreti per telefono. Da segnalare infine l’inserto di danza (abbiano detto che la Renshaw è coreografa) del servo Bogda (Sebastian Songin) che esegue benissimo un’elegia del Lago dei cigni di Čajkovskij, come a sottolineare, guardate che si tratta proprio di vera Russia! Forse non ce n’era bisogno.

Quanto alla musica, bisogna dire che Mattheson sapeva come trattare le voci perché aveva cominciato come cantante. Da teorico poi, sicuramente conosceva le buone regole della composizione, lo si vede nei bellissimi concertati, come il Canone a 4 tra Irina, Boris, Fedro e Gavust, «Birgst du Sonne…?» (ti nascondi sole?) all’inizio del secondo atto e nelle arie, soprattutto quelle in italiano, vedi «Son più dolci son più care..» di Axinia, terzo atto. Interessante il particolare colore scuro dell’orchestrazione, che si coglie nei lunghi passaggi strumentali, una tinta vellutata, arcaica, dove anche i violini sono poco luminosi, mentre il continuo è affidato in larga parte al clavicembalo, e a un meno presente violoncello.

Non resta da dire che delle voci, come premesso tutte giovani, ma non inesperte. Il ruolo titolo è affidato al basso (ma forse più baritono) francese Olivier Gourdy. Degli altri due bassi, Fedro è il bosniaco Sreten Manojlovic, lo zar Teodoro, Yevhen Rakhmanin, ucraino. Anche qui, non bisogna pensare ai bassi profondi russi che con la loro teatralità affollano il Godunov di Musorgskij, ma alla peculiare vocalità barocca, con le sue agilità, in genere poco drammatiche. Le donne sono ognuna brava a modo suo: Julie Goussot, soprano francese come Axinia è abbastanza poliedrica nel drammatico e nel comico. Flore van Meerssche soprano belga è Irina, moglie e vedova dello zar, con maestà contenuta. Alice Lackner, mezzosoprano tedesco è la principessa Olga, con la sua fredda passionalità, ed è anche la sola voce di madre lingua. Ne guadagna la pronuncia non sempre impeccabile – a detta di amici tedeschi – degli altri interpreti.

In verità, nessuna di queste voci colpisce particolarmente per lo spessore e il carisma, ma forse è la stessa partitura che anche sulle voci sparge la sua nebbiolina anseatica.
In ogni caso, questo Goudenow affascina per la raffinatezza nordica del suo stile, assai diverso dalla potenza drammatica, dalla selvaggeria profondo-russa del Godunov di Musorsgkij. Ma resta una sensazione di imperfetto, di incompiuto, sicuramente da attribuire al congelamento dell’opera in archivio subito dopo la composizione, che ha impedito ogni riflessione interpretativa, e il naturale lavorio di revisione derivante dai diversi allestimenti, che tutti gli autori hanno sempre praticato. Forse anche per questo, con tutto il rispetto per Mattheson, ogni confronto resta impietoso, pur nella differenza delle culture e delle epoche.

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