Processo Galileo

foto © Masiar Pasquali

Processo Galileo

Torino, Teatro Astra, 12 novembre 2022

Con Galileo prendono il via i “Buchi neri” della nuova stagione del TPE

Un raro avvenimento cosmico che era stato osservato poche volte nella storia, avviene nel momento in cui la specie umana è arrivata a una fase della sua evoluzione tale da avere gli strumenti, scientifici e culturali, di comprenderlo: il 9 ottobre 1604 Galileo Galilei solleva il suo “cannone-occhiale” al di sopra della linea dell’orizzonte e puntandolo verso il cielo nota una luce inaspettata brillare tra Giove e Marte. Il nuovo corpo celeste, che ora noi chiamiamo supernova SN1604, mette in grave crisi la concezione aristotelica della eternità e immobilità del cielo. L’anno successivo altre osservazioni permettono a Galileo di scoprire che la superficie della Luna, concepita come oggetto liscio e composto di etere, è invece simile a quella della Terra, con «monti, valli e anfratti». In seguito lo scienziato scopre le macchie solari e i pianeti attorno a Giove, moti questi ultimi non previsti dal sistema aristotelico/tolemaico. È uno shock culturale di portata gigantesca e la Chiesa di Roma, che aveva fondato la sua dottrina sulla infallibilità aristotelica e sul suo modello cosmico quale si ricava dalle Sacre Scritture, chiede al Galilei l’abiura delle sue idee. È il giugno 1633. Ma questo non basterà: le teorie eliocentriche di Copernico e le osservazioni di Keplero confluiranno nella teoria “matematica” di Newton e sarà il definitivo trionfo del metodo scientifico. Il potere da allora deve fare i conti con la scienza.

Su tali questioni è costruito Processo Galileo, lo spettacolo che inaugura la stagione del Teatro Piemonte Europa intitolata “Buchi neri”. Per la prima volta una produzione è realizzata a quattro mani: i due registi Andrea de Rosa e Carmelo Rifici hanno scoperto di lavorare contemporaneamente alla stessa idea, ossia il loro rapporto con la scienza, all’insaputa di uno dall’altro. La prassi avrebbe voluto che uno dei due rinunciasse, invece hanno deciso di portare avanti congiuntamente il progetto ed è nato lo spettacolo. Sull’ampio spazio scenico vuoto del Teatro Astra lo scenografo Daniele Spanò distribuisce pochi oggetti: lastre rettangolari coperte di terra, altre sono appese, una lavagna e al centro un pianoforte amplificato. Tutto soffre di un piccolo disequilibrio con «variazioni dei baricentri che dichiarano l’inquietudine di un mondo le cui certezze sono messe completamente in discussione». Il pianoforte è visto dai registi come «uno degli “strumenti” più perfetti e sofisticati che l’uomo abbia mai inventato, una macchina capace di generare bellezza pur essendo il suo funzionamento regolato da rigide e fredde regole meccaniche». Una metafora della bellezza della scienza, e della sua problematicità, che è il tema dello spettacolo.

Nella prima parte, un prologo ambientato nel passato, vediamo la Santa Madre Chiesa, impersonata in abito rosso cardinalizio da un’attrice, imporre allo scienziato l’abiura delle sue idee eretiche. I testi sono estrapolati dalle opere di Galileo, dagli atti processuali e dal carteggio con la figlia suor Virginia che dal convento cerca di convincere il padre a cedere davanti all’autorità religiosa, di non fare la fine di Giordano Bruno. Nella seconda parte, scritta da Angela Dematté e con la regia di de Rosa, siamo nel presente. Una madre, donna conservatrice e terrena che ha tutta la sua gioia nel lavorare nell’orto, ha chiamato i figli Alberto e Angela [!]. La figlia, e il personaggio è autobiografico, è una ricercatrice alle prese con i processi culturali e filosofici innescati dalla figura di Galileo, la quale però vive la sua difficoltà a vivere la complessità dell’oggi e nello stesso tempo non riesce a elaborare il lutto per la perdita della madre né a conciliare la sua visione razionale con il rituale religioso della morte. Nella terza parte, su testo di Fabrizio Sinisi, si nota l’approccio registico meno naturalistico di Rifici: una giovane donna inizia il conto delle stelle mentre uno scienziato rivendica in un appassionato monologo il predominio della conoscenza: «L’Universo è un grande labirinto oscuro. Galileo ci ha dato una luce e abbiamo scoperto che questo labirinto è ancora più grande». Questo labirinto ci mette ogni giorno di fronte a nuove sfide, ma non possiamo tirarci indietro, non possiamo abiurare. Entra poi in scena un giovane che rappresenta inizialmente lo spirito luddista contro la produzione industriale che minacciava il salario dei lavoratori, per poi incarnare il giovane che contesta la scienza moderna per aver dato vita a un apparato tecnologico sempre più potente e pervasivo.

Con i costumi di Margherita Baldoni, l’avvolgente progetto sonoro di Gup Alcaro e l’efficace disegno luci di Pasquale Mari viene costruito uno spettacolo di grande spessore che mette in scena questioni primarie che ci devono fare riflettere. La convincente forma teatrale si deve alla drammaturgia di Simona Gonella e soprattutto alla superba interpretazione di Luca Lazzareschi (Galileo nel prologo e poi lo scienziato), Milvia Marigliano (un cardinale nel prologo e poi la madre) e Catherine Bertoni de Laet (sensibile Angela e pianista). Giovanni Drago (Benedetto, il discepolo di Galileo), Roberta Ricciardi (suor Virginia e poi la giovane che conta le stelle) e Isacco Venturini (il giovane contestatore) completano l’eccellente distribuzione.

Un folto pubblico attento e partecipe ha decretato con insistiti e prolungati applausi il successo di uno spettacolo che merita di essere visto. C’è tempo fino al 20 novembre.

 ⸪

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