Alfred Grünwald

Roxy und ihr Wunderteam (Roxy e la squadra dei suoi sogni)

Paul Abraham, Roxy und ihr Wunderteam

★★★★★

Berlino, Komische Oper, 31 maggio 2019

(video streaming)

Berlino si scopre capitale mondiale dell’operetta

Paul Abraham (1892-1960) aveva iniziato come compositore di musica seria, ma nel 1928 aveva scoperto la sua vena per l’operetta. Due anni dopo con Viktoria und ihr Husar otteneva il successo nazionale e nel 1932 con Ball im Savoy quello internazionale (1). Nel ’33 doveva lasciare la Germania perché ebreo e riparare prima a Vienna poi a Parigi, infine a Cuba e New York.

Nel dicembre 1936 la sua ultima operetta in tre atti su libretto di László Szilágyi e Dezső Kellér aveva debuttato a Budapest col titolo 3:1 a szerelem javára (3-1 per l’amore) dove protagonista era la squadra di pallanuoto ungherese medaglia d’oro alle appena concluse Olimpiadi di Berlino. Il lavoro era una cordiale presa in giro degli “ideali ariani”. L’anno seguente debuttava a Vienna in una nuova versione di Alfred Grünwald e Hans Weigel col titolo Roxy und ihr Wunderteam (Roxy e la squadra dei suoi sogni), dove la squadra qui era la nazionale austriaca di calcio.

Il capitano Gjurka Karoly e la sua squadra di calcio ungherese festeggiano la vittoria contro la squadra inglese quando la scozzese Roxy irrompe nella loro camera d’albergo fuggendo dal matrimonio con l’inetto fidanzato Bobby e dallo zio Sam Cheswick, produttore di sottaceti e di salsa ketchup, personaggio che rispecchia pienamente la reputazione dei suoi compatrioti per la parsimonia. La sposa in fuga viene rapidamente nascosta tra i bagagli e portata come mascotte nel campo di allenamento ungherese sul lago Balaton in un ritiro che dovrebbe essere privo di donne e alcol. Ma contemporaneamente, per la gioia dei maschi, arriva la squadra di un collegio femminile. La coabitazione raggiunge il massimo del caos con l’arrivo dello zio, del fidanzato abbandonato e del padrone della squadra. Fra mille travestimenti ed equivoci il tutto rischia di sfociare in una sconfitta sportiva ed emotiva, ma Roxy è così intraprendente da guidare non solo la sua squadra dei sogni, ma anche sé stessa alla vittoria. Alla fine, il punteggio è 3-1 con quattro coppie che hanno trovato l’amore.

Lo spettacolo uscì di scena dopo il grande successo del debutto e rimase come documento soltanto il film omonimo di Johann von Vásáry, che uscì un mese prima dell’Anschluss nazista dell’Austria.

Nella ricostruzione di Matthias Grimminger e Henning Hagedorn negli ultimi anni c’è stata una ripresa a Dortmund (con cantanti lirici) e ad Augsburg (con una vicenda riscritta come una storia di liberazione gay e senza la squadra femminile). Ora il “musikalischer Fußballschwank” (divertimento musical-calcistico) arriva alla Komische Oper di Berlino nell’adattamento di Kai Tietje (direttore) e Stefan Huber (regia). Durante l’ouverture il telecronista commenta i vari passaggi tra i giocatori e in orchestra temi jazz e ungheresi dribblano come le nazionalità in campo. Non essendo disponible Zarah Leander (e neanche Rosy Barsony, l’interprete titolare nel film), Roxy è interpretata da un uomo en travesti, Christoph Marti, il che rende la vicenda ancora più sconclusionata e piccante. Le coreografie di Danny Costello sono perfettamente eseguite da tutti gli interpreti che si dimostrano anche eccellenti cantanti oltre che attori. Con le semplici ma geniali scenografie di Stefan Prattes e i deliziosi costumi anni ’30 di Heike Seidler, lo spettacolo scivola via con ritmo esaltante e con una profusione di melodie orecchiabili e temi suadenti. Una serata difficile da ricreare altrove se non qui nel regno di Barrie Kosky.

(1) Entrambi i titoli sono andati recentemente in scena alla Komische Oper assieme a Candide di Bernstein, Barbe-Bleu di Offenbach, Die Perlen der Cleopatra e Eine Frau, die weiß was sie will di Oscar Straus. E pure My Fair Lady, se la vogliamo considerare un’operetta. Altri teatri hanno messo in scena Frau Luna di Paul Lincke e Alles Schwindel di Mischa Spoliansky. Berlino è veramente diventata la capitale dell’operetta – e a che livello!

 

Die Perlen der Cleopatra

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Oscar Straus, Die Perlen der Cleopatra

★★★★★

Berlino, Komische Oper, 3 dicembre 2016

(live streaming)

Cleopatra sulle rive della Spree: rinasce l’operetta degli anni ’20, ed è un trionfo

No, non è un errore di battitura: quella s in meno nel cognome fu tolta dallo stesso compositore per non essere confuso con gli altri Strauss viennesi – certo non con il coetaneo Richard Strauss, bavarese. Oscar Straus (1870-1954) è autore di operette, canzoni di cabaret e colonne sonore di film. Dopo gli studi con Max Bruch a Berlino, Straus ritorna a Vienna come direttore d’orchestra e dopo l’Anschluss dell’Austria si trasferisce prima a Parigi e poi a Hollywood. Solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale può ritornare in Europa stabilendosi a Bad Ischl, dove passa gli ultimi anni di vita. Il suo lavoro più famoso è Ein Walzertraum (Sogno di un valzer, 1907), composto due anni dopo Die lustige Witwe (La vedova allegra) del rivale Franz Lehár.

L’operetta Die Perlen der Cleopatra è musicata su testi di Julius Brammer e Alfred Grünwald e debutta al Theater an der Wien il 17 novembre 1923. Nei ventuno numeri musicali ci si muove in un passato allegramente contaminato dal presente: siamo infatti sulle rive del Nilo nel I secolo d.C., ma la regina Cleopatra fa una colazione tipicamente viennese con croissant e cioccolata e lo champagne scorre più delle acque del fiume – che a un certo punto della vicenda «sciopera» e si prosciuga come punizione divina di un popolo avaro di offerte. Le perle del titolo sono quelle che Cleopatra scioglie nel vino come filtro d’amore per abbindolare gli uomini: prima il legionario romano Silvio, poi il principe persiano Beladonis, infine il generale romano Marco Antonio venuto a occuparle l’Egitto. Uno per ogni atto. Infatti, come canta lei stessa, si sente triste e sola: «Ich habe hundert Pyramiden | und trotzdem bin ich nicht zufrieden | Mir fehlt nichts als ein | kleiner ägyptischer Flirt» (Ho cento piramidi, ciononostante non sono contenta. Quello che mi manca è un flirt egizio).

Come in tutte le operette non è comunque la vicenda che conta, quanto l’arguzia del testo, infarcito spesso di doppi sensi – e la comica presa in giro delle vicende storiche. Nella forma di un frivolo intrattenimento con musiche che spaziano tra il cabaret, il jazz, il neoromanticismo, lo jodel tirolese e l’eterno valzer viennese, si cela una satira del conservatorismo borghese e della miope politica austriaca che in quegli anni incominciava a rilasciare i suoi frutti velenosi. L’operetta in terra tedesca fu cancellata dal Terzo Reich: la stragrande maggioranza dei compositori e dei librettisti era di origine ebraica e quindi questi furono prima impossibilitati a lavorare, poi perseguitati e infine annientati nei campi di concentramento, se non erano riusciti a fuggire all’estero. Dopo la guerra i gusti erano cambiati, con il predominio del jazz, e così questo genere è rimasto un unicum isolato. In Die Perlen der Cleopatra si realizza un’inedita fusione tra lo spirito viennese (“wiener Schmalz”) e la tagliente lingua berlinese (“berliner Schnauze”) con la modernità del Kurt Weill a venire.

La difficilissima impresa di mettere in scena un lavoro come questo, apparentemente futile e anacronistico, viene vittoriosamente portata a termine dal direttore della Komische Oper, Barrie Kosky, il regista australiano che si è rivelato uno dei più geniali metteur en scène degli ultimi anni. Non sappiamo come fosse l’originale, ma questo, riportato in vita da Kosky, è esilarante. Lo scenario optical-déco di Rufus Didwiszus, i coloratissimi e sontuosi costumi di Victoria Behr e le irresistibili coreografie di Otto Pichler fanno dell’allestimento di Kosky un gioiello di spettacolo.

Nel ruolo del titolo, originariamente scritto per Fritzi Massary, la regina dell’operetta a Vienna e Berlino in quegli anni, c’è l’attrice Dagma Manzel, che per la terza volta, dopo Ball im Savoy di Paul Abraham e Eine Frau, die weiß, was sie will! dello stesso Oscar Straus, fa rivivere assieme a Kosky quel folle periodo. Passando dal parlato baritonale al canto sopranile alla vocina del puppet, con le sue straordinarie doti di comicità e presenza scenica l’artista berlinese ha contribuito alla rinascita di questo genere quasi cent’anni dopo. Nei panni di Silvius, ruolo che alla prima del ’23 vide la partecipazione di Richard Tauber, c’è uno spigliato e vocalmente pregevole Dominik Köninger mentre come fatuo ministro Pampylos ritroviamo Dominique Horwitz, l’indimenticabile Pegleg del Black Rider di Tom Waits e Bob Wilson. Più o meno disinvolti sono gli altri interpreti della squinternata vicenda, ma tutti sanno cantare, ballare e recitare.

Le accattivanti melodie di Straus e le parodie di Aida e Salome sono rese con molta verve dall’orchestra della Komische Oper diretta da Adam Benzwi. Alla fine non si contano le chiamate di un pubblico divertito e coinvolto.

La registrazione è attualmente disponibile su operaplatform. Oppure sul posto: ancora dieci rappresentazioni a dicembre, una a gennaio, due a febbraio e una a luglio!

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