Antonio Maria Lucchini

Farnace

Foto © Cravedi

Antonio Vivaldi, Farnace

★★★☆☆

Piacenza, Teatro Municipale, 10 aprile 2022

Farnace a Piacenza: un coitus interruptus vivaldiano

Tra le 45 opere di Antonio Vivaldi comprese nel Ryom Verzeichnis, catalogate tra i numeri RV 710 (Ercole sul Termodonte) e RV 712 (La fede tradita e vendicata, opera andata perduta) vi sono le ben sette versioni del Farnace, di cui solo due non sono andate perdute: tra queste quella di Ferrara (RV 711G) del 1738 custodita alla Biblioteca Nazionale di Torino. Si tratta dunque del travagliato processo di perfezionismo di una delle ultime opere a noi pervenute del musicista veneziano, che morirà infatti a Vienna nel 1741.

Quando Vivaldi concluse il Farnace nel 1727 era un compositore all’apice della sua notorietà, il che non impedì però che undici anni dopo gli fosse impedito dal Cardinale Tommaso Ruffo di recarsi a Ferrara per la ripresa dell’opera, adducendo motivi di morale per la condotta considerata un po’ troppo spregiudicata, anche per quei tempi, di un religioso che non celebrava la messa, bazzicava i teatri e aveva una relazione forse non platonica con una sua pupilla, «la sig. Anna Girò», la sua prima Tamiri. Non potendo essere presente alla rappresentazione, Vivaldi riempì la partitura di minuziose annotazioni, cosa piuttosto rara in quell’epoca in cui erano gli autori stessi a dirigere la loro musica, e i due atti che ci sono rimasti rappresentano quindi un prezioso documento della sua prassi esecutiva. Il fatto poi che la rappresentazione alla fine non avvenisse fa del Farnace del 1738 il suo testamento artistico – il Feraspe che seguì è andato perso – ma anche l’inizio del declino del compositore, oberato dai debiti contratti per la definitiva cancellazione dell’opera, dagli insuccessi seguenti e dalla salute malferma.

283 anni dopo Ferrara cerca di rimediare mettendolo in scena ed è questa produzione che viene ora presentata al Municipale di Piacenza con lo stesso cast e lo stesso direttore, Federico Maria Sardelli, tra i maggiori studiosi italiani del compositore veneziano. Come aveva fatto a Firenze nel 2013, sceglie dunque la versione del 1738 mancante del terzo atto, ma mentre là aveva concluso lo spettacolo con la meravigliosa aria «Gelido in ogni vena» della versione del 1727, qui manda a casa gli spettatori dopo il duetto «Io sento nel petto» di Aquilio e Selinda alla fine del secondo atto. Alla direzione dell’Orchestra Accademica dello Spirito Santo, Sardelli ha una direzione asciutta e tesa fin dalla sinfonia, con ritmi sostenuti e colori netti, quasi aspri. Non ci sono molte sfumature nelle sue scelte, anche a causa di una compagine orchestrale corretta ma non eccelsa. L’agogica non tocca mai gli estremi e il volume sonoro rimane sempre su un mezzo forte che non esalta la drammaticità di quanto vediamo rappresentato in scena.

Nella parte del titolo c’è Raffaele Pe, un controtenore, una scelta in controtendenza rispetto a quanto ha dimostrato di preferire Sardelli nel passato – a Firenze era toccato al mezzosoprano Mary-Ellen Nesy – ossia una voce femminile, così come fu nell’edizione originale del 1727 con «la sig. Maria Maddalena Pieri, virtuosa del Seren. Duca di Modena», mezzosoprano en travesti. Interprete sensibile, Raffaele Pe dà il meglio nella seconda delle sue sole tre arie, «Perdona o figlio amato», l’unico momento in cui il personaggio dimostra un po’ di sentimento dopo la tante sparate sull’onore e la fierezza e in cui Pe è meno convincente. Se mezze voci, legati, variazioni sono eseguiti in stile ineccepibile, il timbro e la dizione non sono tra le sue cose migliori. Tamiri è Chiara Brunello, contralto di buona tecnica che nelle sue tre arie riesce a delineare con efficacia il personaggio che deve combattere con una madre crudele («Non mi sei figlia») e con un marito spietato («Non mi sei moglie») nonostante qualche problema di emissione e di agilità. Lo stesso si può dire per Francesca Lombardi Mazzulli (Gilade), che nel famoso pezzo dell’usignolo dà una versione un po’ meccanica del cinguettio dell’uccello. Non memorabile è la Selinda di Silvia Alice Gianolla in affanno anche lei nelle agilità, mentre Elena Biscuola (Berenice) ha fatto annunciare di non sentirsi in forma. Note più positive sono nel reparto maschile, dominato dalla bella presenza vocale di Mauro Borgioni (Aquilio) e dallo spavaldo Pompeo di Leonardo Cortellazzi. La performance del coro impegnato nei due interventi del primo atto si è rivelata ai minimi sindacali.

La regia di Marco Bellussi ha un che di rinunciatario: gran roteare di mantelli, falcate nervose, movimenti circolari, ma poca attenzione attoriale. Lineare e fedele manca però di tensione drammaturgica. La scenografia di Matteo Paoletti Franzato è minimalista e si affida quasi totalmente alle luci di Marco Cazzola. Sontuosi ma non sempre congrui i costumi di Carlos Tieppo che non fanno differenza tra romani  invasori e indigeni. Un po’ ripetivo l’espediente di far scendere un sipario nero ad ogni ripresa per “cambiare” la scena dietro il cantante.

Quello a cui abbiamo assistito è un frammento che forse farà sì apprezzare maggiormente quello che è rimasto, ma che di certo non sarebbe piaciuto all’autore. Meglio avere l’opera completa, cosa possibile utilizzando le versioni a noi pervenute, un’operazione che sarebbe stata perfettamente in linea con l’opera barocca che ha sempre vissuto di continue revisioni, adattamenti, imprestiti e autoimprestiti. Quello di Sardelli è un eccesso di rigore poco convincente. Farnace non è Turandot.

(1) Nella lettura di Sardelli la sequenza di arie è la seguente (da confrontare con quella della versione del 1727):
Atto I
Ricordati che sei (Farnace)
Combattono quest’alma (Tamiri)
Dell’Eusino (Coro)
Su campioni, su guerrieri (Coro)
Nell’intimo del petto (Gilade)
Penso che quei begl’occhi (Aquilio)
Da quel ferro, ch’ha svenato (Berenice)
Or di Roma forti eroi (Tamiri), dalla Dorilla in Tempe
Non trema senza stella (Pompeo)
Atto II
Lascia di sospirar (Selinda)
Alle minacce di fiera belva (Aquilio), dalla Griselda
Al tribunal d’amore (Berenice), dalla Atenaide
Quell’usignolo che innamorato (Gilade), dall’Oracolo in Messenia
Perdona, o figlio amato (Farnace)
Dividete, o giusti dèi (Tamiri)
Quel tuo ciglio languidetto (Gilade)
Gemo in un punto e fremo (Farnace), dall’Olimpiade
Roma invitta ma clemente (Pompeo)
Io sento nel petto (Aquilio e Selinda)

Farnace

Antonio Vivaldi, Farnace

★★★☆☆

Venice, Teatro Malibran, 2 July 2021

bandieraitaliana1.gif   Qui la versione in italiano

Vivaldi’s Farnace returns to Venice at the Teatro Malibran

Historical truth has never been librettists’ greatest concern, especially for Baroque opera: real events were just a pretext for fictional plots, often far-fetched and intricate. Vivaldi’s Farnace (1727) is no exception. The text had already been set to music by Leonardo Vinci three years earlier, but the subject was of great interest for 18th-century composers, riveted by events in the Anatolian region. There are almost thirty libretti about Farnace II (97-47 BC), Mithridates VI’s son.

Despite the title, the real protagonists of the drama are three women…

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Farnace

Antonio Vivaldi, Farnace

★★★☆☆

Venezia, Teatro Malibran, 2 luglio 2021

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Il Farnace di Vivaldi torna a Venezia

La verità storica non è certo mai stato il maggior scrupolo per i librettisti d’opera, meno che mai per quella barocca. Le vicende reali sono sempre state solo un pretesto per trame di fantasia, spesso inverosimili e sempre intricate. Non fa eccezione il Farnace del librettista Antonio Maria Lucchini il cui “drama per musica da rappresentarsi nel Teatro di Sant’Angelo nel Carnevale 1726”, ossia nel febbraio 1727, fu messo in musica da Antonio Vivaldi. Il testo era già stato intonato da Leonardo Vinci nel 1724, ma l’argomento sarà oggetto di grande interesse per i compositori del Settecento affascinati dalle vicende della regione anatolica del tempo, il primo secolo a.C. Sono più di trenta i libretti sulle vicende di Farnace II, figlio di Mitridate VI re del Ponto.

Ma, nonostante il titolo, le vere protagoniste del dramma di Farnace sono tre donne: la suocera Berenice, la moglie Tamiri e la sorella Selinda. La prima ha giurato eterno odio al genero che le ha ucciso il marito; la seconda è combattuta tra l’obbedienza al comando del marito (che le ha intimato di uccidere il figlio per risparmiargli il disonore della schiavitù) e l’amore filiale; la terza gioca abilmente sulla seduzione per salvare il fratello.

Una della ventina arrivate a noi delle tante opere scritte da Vivaldi, Farnace è un lavoro della sua maturità e uno dei suoi più fortunati ai suoi tempi. Lo dimostrano le innumerevoli versioni: ad ogni rappresentazione, come era costume del tempo, la partitura subiva delle variazioni per adattarsi alle nuove esigenze dei cantanti e dei teatri e dopo quella di Venezia abbiamo quindi numerose altre versioni, una per ogni città in cui l’opera veniva allestita: Livorno, Praga, Pavia (1731), Mantova, Treviso e Ferrara (1738). Solo quelle di Pavia e Ferrara ci sono arrivate, e quella di Ferrara mancante del terzo atto.

Il direttore Diego Fasolis, grande esperto di Vivaldi, aveva già inciso Farnace nel 2010. Ora lo riporta a Venezia in una versione ibrida, ossia quella del 1731 di Pavia, in cui il ruolo del titolo è assegnato a un tenore, ma con la distribuzione delle voci dell’originale veneziano, con alcuni aggiustamenti nei recitativi che limitano la lunghezza dello spettacolo, qui meno di tre ore. La sua direzione evidenzia le caratteristiche di quest’opera caratterizzata dal colore scuro delle voci e dal tono tragico di molte pagine. Mette altresì in evidenza la magistrale ricchezza orchestrale di una partitura che si affida meno del solito alle preziosità strumentali e agli interventi solistici per creare un pieno sonoro di efficace drammaticità. Ma anche qui il genio strumentale di Vivaldi è evidente in «Gelido in ogni vena», l’aria di Farnace in cui l’orchestra con quegli spettrali effetti d’arco che Vivaldi aveva utilizzato nell’“Inverno” delle sue Stagioni op. 8. accompagna le angosciate parole del padre al pensiero del figlio che lui crede di aver fatto uccidere. La concertazione di Fasolis ci conferma una volta di più della originalità e forza del linguaggio teatrale del Prete Rosso.

Scritto originariamente per la rinomata Anna Girò, Tamiri è ora affidato alla personalità di Sonia Prina che ritorna in una parte che ha spesso frequentato. Il timbro caldo e l’intensità di espressione del mezzosoprano delineano con grande efficacia il personaggio più complesso dell’opera. Figlia (di Berenice), moglie (di Farnace) e madre, nella scena decima dell’atto primo in un lungo e drammatico recitativo davanti ai mausolei dei re del Ponto, Tamiri è lacerata dall’idea di dover uccidere il figlio come promesso al marito, ma il suo amore materno non la metterà al riparo né dalle accuse del consorte né dalla sete di vendetta della madre Berenice, personaggio molto più monolitico cui dà voce Lucia Cirillo che ha meno possibilità di variare il colore dell’espressione in arie in cui dichiara «Da quel ferro ch’ha svenato | il mio sposo sventurato | imparai la crudeltà. | Nel mirare un figlio esangue | e bagnato del mio sangue | mi scordai della pietà».

Caratterizzata invece dal ruolo di seduttrice è Selinda, qui Rosa Bove, la cantante dal tono più lirico. Fin dalla prima uscita Selinda espone il suo programma di far nascere con l’amore le gelosie e «dalle gelosie l’ire e gli sdegni» così da mettere uno contro l’altro i due nemici che si sono innamorati di lei e poter riportare in tal modo il fratello sul trono, come effettivamente avverrà. I tre ritratti femminili sono così fortemente individuati e caratterizzati da tre eccellenti interpreti che, seppure abbiano in comune il registro di mezzosoprano, portano in scena la loro diversa e complementare personalità.

Meno efficace è il reparto maschile in questa produzione. Il tenore Christof Strehl realizza una performance un po’ discontinua, manchevole nelle agilità, riuscita invece nella tragicità della scena e aria «Gelido in ogni vena». I recitativi costituiscono un problema non solo per Strehl, ma anche per Valentino Buzza, che non trova il giusto tono per Pompeo, sempre troppo tronfio e magniloquente. Esile fino alla udibilità, ma perfettamente a suo agio nelle agilità, è Kangmin Justin Kim, che nelle sue quattro arie delinea bene il fatuo personaggio di Gilade. David Ferri Durà è un Aquilio non memorabile, qui tenore, per cui Vivaldi scrive una sola aria. Dai palchi, e debitamente distanziati, i coristi intonano l’esultante canto che saluta l’approdo di Berenice prima e poi l’assalto alla città.

Il regista Christophe Gayral ambienta la vicenda ai tempi nostri in una non meglio identificata regione mediorientale. Nelle scene realistiche di Rudy Sabounghi manufatti di cemento simili alle casematte di difesa punteggiano la desolata scena illuminata dalle luci livide di Giuseppe di Iorio. I costumi di Elena Cicorella mescolano divise militari per i romani e per Berenice con costumi orientali per Farnace e le due altre donne – ma con particolari molto occidentali per le armi seduttive di Selinda, ossia reggiseno e scarpe con tacchi a spillo.

La drammaturgia non risolve pienamente l’andirivieni dei personaggi previsto dal libretto e il finale lascia ancora più sgomento il pubblico: invece del previsto lieto fine Farnace ritorna sul trono con Selinda e il figlio, assassinando tutti gli altri, anche la moglie, e si riprende il regno in uniforme carica di medaglie. Sarà il prossimo tiranno della regione. La trovata non è stata recepita favorevolmente dal pubblico che ha indirizzato al regista qualche segno di dissenso nei saluti finali. Successo pieno invece per gli ideatori musicali.

Dorilla in Tempe

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Antonio Vivaldi, Dorilla in Tempe

★★★☆☆

Wexford, National Opera House, 23 ottobre 2019

(registrazione video)

Pasticcio barock

Presentata al Teatro Sant’Angelo di Venezia il 9 novembre 1726, Dorilla in Tempe (RV709a, La Dorilla sul manoscritto autografo) fu ripresa e ogni volta modificata nel 1728 (RV709b), 1732 (RV709c) e 1734 (RV709d). L’unica partitura a noi pervenuta nella raccolta Foà della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino è quella dell’ultima versione. Almeno otto sono le arie sostituite con prestiti da altri autori, anche rivali: tre di Johann Adolf Hasse («Mi lusinga il dolce affetto», «Saprò ben con petto forte» e «Non ha più pace»), una firmata da Domenico Sarro («Se ostinata a me resisti»), un’altra da Leonardo Leo («Vorrei dai lacci sciogliere») e tre da Geminiano Giacomelli («Rete, lacci e strali», «Bel piacere s’aria d’un core» e «Non vo’ che un infedele»).

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Fin dalla sinfonia si incappa in un autoimprestito: quello del concerto La primavera: «Dorilla è una gran fabbrica d’effetti speciali e stupori teatrali: fin dal suo esordio, all’aprirsi della tela, la dea Fortuna scendeva dal cielo con la sua sontuosa “macchina”, al suono festante d’un coro che citava un tema divenuto ormai celebre: La primavera, ossia il primo concerto della fortunata raccolta “Il cimento dell’armonia, e dell’inventione”, pubblicata nel 1725 ad Amsterdam da Michel-Charles Le Cène. I quattro concerti che portavano i titoli delle stagioni erano stati da tempo composti da Vivaldi e destinati alla piccola corte musicale del conte boemo Venceslao Morzin (Paul Everett stima che la loro gestazione risalga agli anni 1715-1716), ma per una serie di ritardi e incomprensioni uscirono dai torchî solo una decina d’anni più tardi. Al momento di andare in scena con la Dorilla, La primavera era dunque un concerto già conosciuto e apprezzato in Europa: Vivaldi pose quel tema così incisivo e già popolare alla testa dell’opera, sia impiegandolo come terzo movimento della Sinfonia (che divide i primi due tempi con quella del Farnace) sia nel coro che apre la prima scena dell’atto primo, il festoso “Dell’aura al sussurrar”, vero tripudio di pastori e ninfe che danzano e cantano al suon dei flauti. Diversamente da tutti gli altri autoimprestiti vivaldiani (qualche migliaio, disseminato in tutto il suo opus), questo della Primavera non è né inconscio né casuale, ma assume il rilievo di orgogliosa presa d’atto del suo status di autore di musiche riconosciute dal pubblico, vero e proprio omaggio al gradimento che questi gli ha già tributato. Una seconda, importante autocitazione di musica si trova nella scena del mostro, ripresa dal Giustino del 1723» (Federico Maria Sardelli). Meno esplicito ma evidente è il ricordo dell’Inverno nell’introduzione strumentale al terzo atto con quei brividi negli archi.

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Il libretto di Antonio Maria Lucchini è un intrigo romantico-pastorale ambientato sullo sfondo della valle di Tempe, in Tessaglia, regione dell’antica Grecia dedicata al culto di Apollo. La vicenda ricorda a grandi linee quella di Andromeda soccorsa da Perseo.

Atto primo. Nella valle di Tempe ninfe e pastori celebrano l’arrivo della primavera. Dorilla, figlia del re Admeto, è innamorata del pastore Elmiro. Nomio, anche lui attratto dalla fanciulla, tenta invano di risvegliarne l’attenzione. Ma egli non è altri che Apollo travestito da pastore. Il re Admeto arriva all’improvviso e lamenta la devastazione provocata dal drago Pitone, che sta per varcare le frontiere del regno. Un oracolo dovrà rivelare ciò che conviene fare. Nomio si offre di affrontare il mostro. In un luogo sacro, circondato di allori e di platani, l’oracolo di Tempe è interrogato dal re e dal popolo afflitto. Mentre Admeto accende la fiamma sacrificale, i lauri si trasformano in cipressi, del sangue cola dalle foglie dei platani e lettere di fuoco appaiono sotto l’altare. Vi si può leggere questa funesta sentenza: “Sarà l’ira placata se Dorilla al Piton sacrificata”. Elmiro e la principessa piangono i loro destini. La principessa Eudamia tenta di consolare Elmiro, di cui è innamorata, ma questi la respinge senza riguardo. Filindo cerca di consolare Eudamia. Invece di ignorarlo, lei gli chiede di tenere d’occhio il povero Elmiro, come premio dei suoi favori. Dorilla è aggrappata a una roccia a strapiombo sul baratro marino, e invoca la pietà degli dei. Pitone si avvicina per divorarla. Nomio accorre e uccide il mostro. Dorilla e Admeto cantano la loro gioia. Ma Nomio è offeso nel vedere che Dorilla non lo ringrazia, mentre il popolo, portando in trionfo la testa della bestia, celebra la fine delle sue sofferenze.
Atto secondo. Elmiro e Dorilla si confidano il loro amore in segreto. Ma Admeto esige il matrimonio di sua figlia con Nomio, che ha richiesto le nozze come ricompensa per la sua impresa. Dorilla rifiuta. Eudamia rivela allora l’amore che lega la principessa e il pastore. Li ha fatti spiare da Filindo. Dorilla si difende accusando Eudamia di essere anche lei innamorata di Elmiro. Filindo, colmo di dolore, vuole a sua volta vendicarsi di Eudamia. La scena seguente rappresenta un banchetto organizzato in onore di Nomio, durante il quale Filindo e i suoi amici preparano le faretre per la caccia.
Atto terzo. Elmiro ha rapito Dorilla. Filindo si offre di rintracciare i fuggitivi. All’improvviso compare Nomio che riconduce con sé la coppia. Admeto subito condanna a morte Elmiro e ordina a sua figlia di sposare Nomio. Ma lei piangendo dichiara che preferisce piuttosto morire con il suo amato. Incapace d’intenerire il cuore paterno, Dorilla lamenta il suo destino. Colta dal rimorso, Eudamia si offre a sua volta di salvare Elmiro, che preferisce respingerla con disprezzo. Elmiro è legato a un albero per essere trafitto dalle frecce dei cacciatori. Dorilla, folle di dolore, si butta nel fiume. Elmiro invoca dal re una morte rapida, per ricongiungersi alla sua amata in un mondo migliore. Quando gli arcieri tendono i loro archi, Eudamia s’interpone e rivela gli intrighi. Subito la scena cambia. Compare Nomio. Ha salvato Dorilla dalle acque e rivela a tutti la sua identità divina. Apollo ordina le nozze di Dorilla con Elmiro e di Eudamia con Filindo, poiché la costanza e la sincerità hanno salvato l’amore. Il coro fa eco a questa augusta sentenza.

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Sulla musica di quest’opera ecco quanto scrisse il maestro Diego Fasolis che la diresse al Malibran nel maggio 2019: «Ogni numero di Dorilla ha un potente motore ritmico che rende questo barocco vicino alla nostra musica pop o persino rock. Si ha un impatto immediato di piacevolezza. Ma è musica per nulla stereotipata e nel giro di pochi minuti si percepisce la profondità del messaggio che agisce sui principi della psicoacustica attivando con il testo e con la musica i due emisferi del cervello umano nella sua zona razionale e in quella emozionale».

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Pochi mesi dopo Venezia, la stessa messa in scena di Fabio Ceresa viene trasferita al Festival di Wexford diretta qui però da Andrea Marchiol che sembra comunque condividere le parole di Fasoli con “riff” e glissandi al clavicembalo e “rasgueado” alla tiorba! La sua direzione è piuttosto energica e il volume sonoro sembra si adatti meglio alla struttura moderna dell’O’Reilly Theatre. I recitativi sono falcidiati ma le arie sono proposte nella loro interezza. In scena un cast tutto al femminile, a parte L’Admeto del basso Marco Bussi, re camp con barba tinta in rosa e azzurro e goloso di dolci ma vocalmente efficace. Volonterose le altre interpreti ma spesso non curate nell’intonazione, come Veronique Valdés (Nomio), Rosa Bove (Filindo) o Laura Margaret Smith (Eudamia), quest’ultima ha la giusta presenza scenica, un po’ meno quella vocale. Manca di freschezza la prestazione di Manuela Custer (Dorilla), ma neanche Josè Maria Lo Monaco (Elmiro) è più convincente.

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Se l’udito non è del tetto appagato, niente da dire invece per la vista: una candida monumentale scalinata simmetrica con balaustre e statue presto addobbata di fiori prende il posto della «Deliziosa veduta di colline, e campagne fiorite» nella scenografia di Massimo Checchetto che cambia colori e atmosfera nell’avvicendarsi delle 4 stagioni grazie al gioco luci di Simon Corder. Un sipario color panna si chiude tra una scena e l’altra per poter allestire gli eleganti tableaux vivants di pastori e ninfe negli sfarzosi costumi di Giuseppe Palella – stupefacente la “gonna teatrino” di Eudamia. La mancanza di una vera drammaturgia nel libretto del Lucchini e di assenza di psicologia dei personaggi hanno portato il regista Ceresa a puntare su un ironico e oleografico Settecento pastorale. Forse non era l’unica chiave di lettura, ma qui è comunque efficacemente risolta.

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Farnace

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Antonio Vivaldi, Farnace

Strasburgo, Opéra, 24 maggio 2012

(registrazione video)

Per questo allestimento all’Opéra National du Rhin di Strasburgo George Petrou sceglie l’edizione di Ferrara dell’opera di Vivaldi, che torna in scena dopo 274 anni dal suo debutto al Teatro Sant’Angelo di Venezia nel 1727. I primi due atti hanno avuto bisogno di un attento lavoro di revisione da parte di Petrou stesso, Frédéric Délaméa e Diego Fasolis, a cui si deve l’unica incisione discografica esistente. Il terzo atto, andato perduto nell’edizione ferrarese, è stato ricostruito tramite quello dell’edizione pavese.

Il risultato è musicalmente notevole, in cui la forza espressiva della musica vivaldiana trova sotto la bacchetta del giovane direttore greco la giusta dimensione anche se il Concerto Köln ha durezze che invece mancavano nei Barocchisti di Fasolis. Le scenografie di Bruno de Lavenère costruiscono un elegante décor nero e oro mentre Lucinda Childs regista non vuol farci dimenticare che è stata coreografa e quindi riempie la sua messa in scena di passi di danza che accompagnano le arie dei protagonisti qui doppiati da un alter ego ballerino che salta fuori dalle quinte durante i ritornelli strumentali. Fastidiosi e inopportuni sono i termini che meglio definiscono questi inutili interventi coreografici: i cantanti non solo sono eccellenti interpreti di questo repertorio, ma anche tutti bravi attori che sanno riempire da soli la scena.

Max Emanuel Cenčić è un superbo Farnace che affronta con facilità estrema non solo le colorature e gli estremi di registro della parte ma anche i giusti accenti drammatici, Ruxandra Donose è la dolente e nobile sposa Tamiri, Mary Ellen Nesi è la perfida e vendicativa Berenice. Un’intensa Vivica Genaux e Emiliano Gonzalez Toro sono Gilade e Aquilio, pretendenti al cuore di Selinda, l’agile Carol García. Meno eccessivo del solito è Juan Sancho come Pompeo.

Per fortuna la Childs ha il buongusto di non far sgambettare i suoi ballerini durante uno dei vertici del teatro settecentesco, la sublime aria «Gelido in ogni vena» che fa realmente gelare il sangue per la sua intensità con quegli spettrali effetti d’arco che Vivaldi mutua dall’“Inverno” delle sue Stagioni op. 8.

Farnace

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★★☆☆☆

Allestimento semi-scenico e monco dell’opera di Vivaldi

Lo stesso Michael Talbot, il maggior studioso di Vivaldi, si dimostra ben contento di smentire le sue fosche previsioni. Nel suo saggio del 1978 scriveva infatti: «La deludente accoglienza toccata alle recenti produzioni teatrali dell’Olimpiade, della Fida Ninfa e della Griselda lascia pensare che una riesumazione delle opere vivaldiane nella loro forma originale difficilmente potrà avere successo». Trent’anni dopo invece lo studioso inglese sottolinea il gran numero di rappresentazioni in forma scenica: «Oggi non resta più una sola [opera del compositore veneziano] che qualcuno non abbia messo in scena da qualche parte». In effetti tra Europa e Australia sono parecchie le riprese delle venti opere rimasteci delle tante scritte dal prete rosso. Soprattutto all’estero. Non che in Italia manchino direttori specializzati nell’opera barocca: Rinaldo Alessandrini, Giovanni Antonini, Fabio Biondi, Ottavio Dantone, Alessando De Marchi, Diego Fasolis, Andrea Marcon, Federico Maria Sardelli (per citarne solo alcuni in stretto ordine alfabetico) sanno tener testa ai vari William Christie, Christopher Hogwood, René Jacobs, Marc Minkowski, Christophe Rousset e Jean-Christophe Spinosi. Ma il problema è che questi direttori italiani dirigono perlopiù oltralpe.

Un’eccezione è questo Farnace diretto da Federico Maria Sardelli, presentato al Maggio Musicale di Firenze nel 2013. L’anno prima l’opera di Vivaldi era andata in scena a Strasburgo con le invadenti coreografie di Lucinda Childs e la direzione di George Petrou (un altro giovane specialista della musica del Settecento) e una precedente edizione è quella su CD di Diego Fasolis (1), la migliore di tutte.

Del Farnace il compositore ha curato ben sette edizioni diverse. A ogni replica venivano fatte delle modifiche, così che abbiamo le seguenti diverse versioni: febbraio 1727 debutto al Sant’Angelo, Venezia; autunno 1727 ripresa al Sant’Angelo; 1730 Praga; 1731 Pavia; 1732 Mantova; 1737 Treviso; 1738 Ferrara. Solo le edizioni di Pavia e di Ferrara ci sono rimaste. (2)

Atto I. L’azione è ambientata nella città greca di Heracleia, durante la conquista romana dell’Anatolia. Farnace, re del Ponto, è il figlio e successore di Mitridate. È stato sconfitto in battaglia dai Romani ed è assediato a Heracleia, la sua ultima roccaforte. Per evitare che cada nelle mani dei suoi nemici, ordina a sua moglie, Tamiri, di uccidere il figlio e di suicidarsi. La madre di Tamiri, Berenice, regina di Cappadocia, odia Farnace e collude con il vincitore romano, Pompeo, per ucciderlo. Berenice e gli eserciti di Pompeo attaccano Heracleia, ma Farnace riesce a fuggire. Berenice impedisce a Tamiri di uccidere suo figlio e si suicida, come aveva ordinato Farnace. Ma l’arrivo delle truppe di Pompeo aggrava il clima di odio. Selinda, la sorella di Farnace, è tenuta prigioniera dal romano Aquilio che è innamorato di lei, così come Gilade, uno dei capitani di Berenice. Selinda gioca una contro l’altra nel tentativo di salvare suo fratello.
Atto II. La rivalità tra Gilade e Aquilio si intensifica, favorendo i piani di Selinda che in realtà intende respingerli entrambi favorendo suo fratello Farnace. Berenice ordina la cattura di Farnace che sta per suicidarsi credendo che sua moglie e suo figlio siano già morti. Ma Tamiri appare e gli impedisce di uccidersi. Berenice ordina la distruzione del luogo dove si trovava Farnace, ma lui riesce a nascondersi. Poi trova sua figlia, Tamiri, e suo nipote. Tamiri implora la madre di avere pietà, ma Berenice ripudia la figlia e prende il ragazzo con sé. Al palazzo reale, Selinda chiede aiuto a Gilade e, dopo aver ottenuto i suoi favori, offre questo aiuto a Farnace che era entrato clandestinamente nel luogo. Ma Farnace non accetta l’offerta. Gilade e Aquilio insistono con Berenice, difendendo la sopravvivenza del loro nipote ed erede. Ma la sua custodia è lasciata ad Aquilio per ordine di Pompeo.
Atto III. Sulla pianura di Heracleia, Berenice e Gilade sono raggiunti da Pompeo e Aquilio che guidano le truppe romane. Berenice chiede a Pompeo che il figlio di Farnace sia ucciso, offrendo al romano la metà del suo regno. Tamiri fa la stessa offerta in cambio della vita di suo figlio. Selinda ottiene da Gilade la promessa di uccidere Berenice nello stesso momento in cui ottiene da Aquilio la promessa di uccidere Pompeo. Aquilio e Farnace, travestito da guerriero, appaiono contemporaneamente a Pompeo con lo scopo di ucciderlo. L’azione fallisce e Pompeo interroga il guerriero che gli è apparso accanto senza sospettare che si tratti di Farnace. Berenice entra in scena e rivela l’identità di Farnace che viene arrestato e poi rilasciato da Gilade e Aquilio. Entrambi cercano di uccidere Berenice perché la considerano eccessivamente crudele. Ma la regina di Cappadocia viene salvata dal generale romano, che si mostra clemente. La clemenza di Pompeo convince Berenice a dimenticare il suo odio per Farnace e la regina, dicendo che la sua rabbia è placata, abbraccia Farnace come se fosse suo figlio. È il tradizionale lieto fine e tutti vengono risparmiati.

Il terzo atto dell’opera nell’edizione del 1738 è andato perduto ed è generalmente rimpiazzato da quello della versione del 1731. Non in questa produzione fiorentina, affidata a Federico Maria Sardelli e Marco Gandini, perché il maestro Sardelli si dichiara «contrarissimo a questa pratica […] alla fine del secondo atto sentirete, ci siamo permessi io e il regista, un’integrazione fuori dalla musica. Finito l’atto con il duetto finale amoroso tra Selinda e Aquilio, c’è un piccolo recitativo parlato, quindi registrato e parlato, quello si capisce che è un corpo estraneo. Finito il frammento io finisco con un’aria della versione del 1727 del Farnace, “Gelido in ogni vena scorrer mi sento il sangue”, perché la ritenevo un’aria bellissima da fare ascoltare e poi lascia l’idea che il dramma, comunque, nella versione in cui lo facciamo rimane incompleto, rimane insoluto e Farnace rimane nel suo rimorso di aver fatto uccidere suo figlio». Sarà. Nonostante la bellezza di sette versioni qui non ne abbiamo una intera, ma solo due terzi. E come è stata inserita la sublime aria della versione del ’27, si poteva benissimo introdurre il terzo atto della versione del ’31 o tutti e due come fa Fasolis.

Veniamo così privati del «Sposa afflitta e madre offesa» di Berenice; del dolcissimo «Forse, o caro, in questi accenti» di Tamiri;  «Sorge l’irato nembo» di Farnace; «Son vaghi gl’allori» di Gilade; «Ti vantaste mio guerriero» di Selinda; del concitato quartetto «Io crudele?» e dell’ineffabile coretto finale «Coronata di gigli e di rose».

Il ruolo del protagonista titolare ai tempi di Vivaldi è stato ricoperto di volta in volta da un soprano, da un tenore e da un castrato. Qui abbiamo il mezzosoprano Mary-Ellen Nesi, che nelle altre edizioni impersonava invece la sua acerrima nemica Berenice. In abito da sera e senza alcun segno maschile che la distingua dalle altre donne, così come Gilade, ci introduce in una vicenda quasi tutta al femminile. Mary-Ellen Nesi è più convincente altrove come Berenice: il volume di voce non è sempre adeguato nelle arie di furore e si scontra con quello di Tamiri, una Sonia Prina perfettamente a suo agio in questo repertorio, grande attrice e interprete di grande musicalità. Il Gilade di Roberta Mameli è gratificato da un pezzo di bravura «Quell’usignolo che innamorato» (autoimprestito dall’Oracolo in Messenia) in cui il soprano romano ha saputo eccellere nelle agilità e nei colori di quest’aria imitativa, e di un altro stupefacente pezzo, «Nell’intimo del petto», con due corni obbligati per cui Vivaldi ha scritto queste dettagliate e inusuali istruzioni: «Questo pedale [di sol] deve essere tenuto senza interruzione e i due corni dovranno suonarlo sempre in unisono e piano per permettere di prendere fiato di tanto in tanto». La vendicativa suocera di Farnace, Berenice, ha avuto in Delphine Galou un’interprete convincente. Infine, Loriana Castellano, Selinda, pur privata della deliziosa «Al vezzeggiar di un volto» dell’atto primo, si è immersa totalmente nella parte della principessa in catene col suo bel timbro chiaro e la dolce articolazione delle frasi. Sono invece le voci maschili il punto debole della produzione e fanno rimpiangere quelle delle altre due edizioni citate, sì anche di quella di Juan Sancho… Pompeo poco musicale e dal timbro nasale è quello di Emanuele d’Aguanno; Aquilio sfocato se non addirittura sfiatato nelle note centrali quello di Magnus Staveland.

Per essere onesti sulla confezione sarebbe stato bene indicare che la rappresentazione è in forma semi-scenica: i cantanti hanno abiti che non fanno riferimento né al ruolo né al sesso dei personaggi, cantano perlopiù davanti a un leggio mentre il coro è in buca in abito da sera e con lo spartito in mano. I carrelli con tubi fluorescenti e fari che accecano gli spettatori e le inutili proiezioni con molta generosità si possono definire una scenografia. Il tutto è dettato dalle note vicissitudine economiche dell’ente fiorentino, ma allora perché ingaggiare ben cinque diverse persone (eccole: Marco Gandini, Valerio Tiberi, Italo Grassi, Simona Morresi, Virginio Levrio) per questa non-messa-in-scena? (3).

Nonostante la verve di Sardelli l’orchestra del teatro fiorentino non può competere con degli specialisti della musica d’epoca come i Barocchisti di Fasolis o il Concerto Köln di Petrou e in più punti il colore orchestrale e l’intonazione degli strumenti risultano deboli o prevaricanti sulle voci. Esemplare la differenza di suono dell’ultima aria con quei gelidi trasalimenti tra l’orchestra dei Barocchisti (con un Cenčić superlativo) e questa del Comunale.

151 minuti di musica in due tracce audio. Nessun extra nella confezione.

(1) Ecco la distribuzione nelle tre edizioni citate:
direttore        Diego Fasolis        George Petrou       F. Maria Sardelli
Farnace         Max E. Cenčić        Max E. Cenčić       Mary-Ellen Nesi
Tamiri            Ruxandra Donose  Ruxandra Donose  Sonia Prina
Berenice        Mary-Ellen Nesi      Mary-Ellen Nesi     Delphine Galou
Selinda          Ann Hallenberg       Carol Garcia        Loriana Castellano
Gilade            Karina Gauvin        Vivica Genaux       Roberta Mameli
Pompeo         Daniel Behle         Juan Sancho         Eman. D’Aguanno
Aquilio           E. Gonzalez Toro  E. Gonzalez Toro   Magnus Staveland

(2) Nella versione di Venezia del 1727 la sequenza di arie è la seguente:
Atto primo
Ricordati che sei (Farnace)
Combattono quest’alma (Tamiri)
Dell’Eusino (coro)
Su campioni, su guerrieri (coro)
Nell’intimo del petto (Gilade)
Begl’occhi io penserò (Aquilio)
Al vezzeggiar d’un volto (Selinda)
Da quel ferro, ch’ha svenato (Berenice)
Se si nasconde (Pompeo)
Non trova mai riposo (Tamiri)
Atto secondo
Lascia di sospirar (Gilade e Aquilio)
Mi sento nel petto (Aquilio)
Langue misero quel valore (Berenice)
Arsa da rai cocenti (Gilade)
Perdona, o figlio amato (Farnace)
Dividere, o giusti dèi (Tamiri)
Spogli pur l’ingiusta Roma (Farnace)
Leon feroce, che avvinto freme (Pompeo)
Pensando allo sposo (Berenice)
Io sento nel petto (Aquilio e Selinda)
Atto terzo
Giuliva rimbomba (coro)
Sposa afflitta e madre offesa (Berenice)
Forse, o caro, in questi accenti (Tamiri)
Sorge l’irato nembo (Farnace)
Son vaghi gl’allori (Gilade)
Ti vantasti mio guerriero (Selinda)
Io crudel? Giusto rigore (insieme)
Furie dell’Erebo (Aquilio)
Coronata di gigli e di rose (coro)

(3) D’altronde anche per le Variazioni Goldberg di Bach eseguite al pianoforte da Ramin Bahrami alternate agli Esercizi di stile di Raymond Quenau letti da Filippo Timi al Regio di Torino due anni fa furono impiegate una regista (l’attore si doveva alzare dalla sedia e andare al leggio) e una costumista (Timi era in canottiera e mutande)…

  • Farnace, Petrou/Childs, Strasburgo, 24 maggio 2012
  • Farnace, Fasolis/Gayral, Venezia, 2 luglio 2021
  • Farnace, Sardelli/Bellussi, Piacenza, 10 aprile 2022