Aurelio Aureli

L’Erismena

Francesco Cavalli, L’Erismena

★★★★☆

Aix-en-Provence, Théâtre du Jeu de Paume, 12 luglio 2017

(video streaming)

Barocco hippy in terra di Francia

Dal palcoscenico del Théâtre de l’Archevêché (Don Giovanni) a quello del Théâtre du Jeu de Paume (L’Erismena) quest’anno ad Aix sembra predominare lo stile à la bonne franquette: pedana vuota, costumi moderni, qualche sedia spaiata, lampadine penzolanti. Qui c’è in più una carrozzina che verrà utilizzata come mobile bar, alcune lampadine scoppieranno nei momenti clou della vicenda e la pedana si rivelerà essere poi una rete metallica che funge anche da prigione.

Su libretto di Aurelio Aureli, l’unico scritto per Cavalli, L’Erismena andò in scena al veneziano Teatro san’Apollinare il 30 dicembre 1655 con enorme successo e Cavalli si confermò quale il più insigne compositore della sua epoca. Nel 1670 appronterà una nuova versione della partitura.

Abbandonati dèi, personaggi mitologici o storici, l’opera si concentra su una varia umanità in cui tutti sono spinti dal desiderio amoroso. L’intricata vicenda ha come elemento centrale Erismena, una ragazza armena abbandonata alla nascita che si traveste da soldato ferito per ritrovare il suo infedele amante Idraspe. Scoprirà poi essere la figlia del tiranno Erimante il quale ha avuto in sogno il presagio che il nuovo venuto tenterà di usurparne il trono e allora fa imprigionare il guerriero e ne ordina l’avvelenamento. Sebbene abbia già altri pretendenti, la schiava Aldimira, che si scoprirà anche lei principessa in quanto sorella di Idraspe, si innamora del soldato/Erismena con le immaginabili conseguenze. Se si aggiunge che nella vicenda oltre agli Armeni compaiano Medi e Iberi, ci si stupisce ancora una volta di come si possa sbrogliare la matassa e arrivare al lieto fine di prammatica. Ma nulla è impossibile nell’opera barocca e qui il librettista sa abilmente districarsi con gl’improbabili avvenimenti.

Atto I. All’indomani della battaglia che lo vide trionfare sugli armeni, Erimante, re dei Medi, si sveglia di soprassalto: in sogno aveva visto un cavaliere che gli strappava la corona. Nel frattempo, Argippo, servitore del principe Orimeno (alleato di Erimante), salva un guerriero armeno ferito. Questa è Erismena, travestita da soldato per trovare il suo amato Idraspe che l’ha abbandonata. Impressionato dall’ardore di questo guerriero, Orimeno decide di portarlo ai Medi. Alla corte di Erimante, la schiava Aldimira ha due pretendenti: il maggiordomo Erineo e il principe Orimeno. Argippo annuncia la vittoria di Erimante e l’emancipazione di Aldimira promessa dal re, che è innamorato di lui. Orimeno, affida ad Aldimira il guerriero ferito e si unisce al re. Alla vista del guerriero, Aldimira si innamora di lui e dimentica i suoi due pretendenti. Il principe Idraspe, venuto tra i Medi sotto l’identità di Erineo, rifiuta di tornare nella sua natia Iberia su consiglio del suo confidente Clerio, perché ama Aldimira. Erismena dice a Orimeno che soffre di un cuore incoerente. Orimeno consegna il prigioniero armeno alla mercé del re. Erimante sussulta: ha riconosciuto il guerriero del suo sogno! Ordina a Erineo di avvelenarlo, quindi ordina che Aldimira sia liberata per diventare la sua regina. La giovane donna chiede un favore: che il re liberi il misterioso guerriero. Indovinando di essere innamorata di lui, Erimante finge di concedere questa grazia mentre le giura di consegnare il prigioniero… morto!
Atto II Flerida annuncia al guerriero armeno che Aldimira sta rinunciando ai suoi pretendenti per amore per lui. È allora che Idraspe (ancora sotto l’identità di Erineo) entra per avvelenare il prigioniero. Riconoscendolo, Erismena sviene prima di bere la tazza. Erimante crede che il guerriero sia morto e manda Erineo-Idraspe a cercare Aldimira. Il re prova un’incomprensibile pietà, ma si riprende quando entra Aldimira: dopo averle detto ironicamente che può sposare l’ignoto se riesce a svegliarlo, se ne va. Tuttavia, Aldimira riesce a far uscire il soldato dal suo letargo. Quest’ultimo afferma di essere il fratello di Erismena, che ha inseguito Idraspe che ha abbandonato sua sorella. Aldimira promette di consegnargli questo Idraspe se acconsente a sposarla. Erismena finge di accettare. Orimeno, che ha sentito per caso la conversazione, decide di lasciare Aldimira. Da parte sua, Flerida esita ad amare Argippo. Per quanto riguarda Erineo, minaccia di suicidarsi quando Aldimira gli dice che non lo ama più. Alcesta vanta a Clerio i vantaggi della vecchiaia! Erimante annuncia l’incoronazione di Aldimira, che lo ringrazia e lo presenta al marito che ha scelto: Erismena (sempre travestita da guerriero). Scoppiando di rabbia, Erimante ordina che Aldimira, Erismena e il traditore Erineo, che doveva ucciderlo, siano incarcerati.
Atto III. Diarte annuncia a Erimante che Orimeno ha rilasciato i prigionieri. Furioso, il re ordina di riprendere i fuggitivi. Erineo offre a Erismena di scappare con lei, mentre Argippo convince Flerida ad andare con lui. Aldimira maltratta Orimeno, il suo rapitore. Occorre sbrigarsi, perché i soldati hanno catturato Erineo e il prigioniero armeno. Aldimira quindi supplica Orimeno di andare a salvare suo marito. Clerio si lamenta del risentimento amorevole del suo maestro Idraspe. Anticipando la morte di quest’ultimo, scrive il suo epitaffio in modo che tutti possano conoscere la sua origine reale. Aldimira entra quindi con Alcesta. Clerio le chiede di incidere l’epitaffio sulla tomba di Erineo. Quando se ne accorge, Alcesta fallisce e rivela ad Aldimira che Erineo è in realtà Idraspe, suo fratello. Di fronte alla sorpresa di Aldimira, la nutrice racconta la sua storia: è una principessa rapita da bambina dai pirati e regalata al re dei Medi. Aveva nascosto l’identità del bambino perché suo padre era il nemico giurato di Erimante. Stordito, Aldimira decide di andare a liberare suo fratello e implorare la pietà del re. Idraspe ed Erismena sono catturati. Erimante promette loro la morte. Ordina a Diarte di dare loro un’arma in modo che possano uccidersi a vicenda. Fingendo di voler combattere a parità di condizioni, Erismena si toglie l’armatura e rivela la sua identità. È pronta a finire Idraspe, ma lui cade ai suoi piedi chiedendo perdono. Erimante ritorna, furioso nel vedere che non si sono uccisi a vicenda. Si calma quando scopre che Erismena è una donna. Intorno al collo, riconosce il medaglione che una volta ha dato ad Arminda, il suo amore d’infanzia. Il re capisce che Erismena è la figlia che ha avuto da Arminda. La corona quindi ritorna alla giovane donna: il sogno era premonitore! Aldimira si rende conto con stupore che il guerriero armeno non è un uomo e Alcesta rivela che Aldimira è la sorella di Idraspe. Soddisfatto, Erimante concede la mano di Erismena a Idraspe e lascia che Orimeno sposi Aldimira. Tutti celebrano la gioia che segue alle lacrime.

In tempi moderni si ricorda una Erismena allestita da Filippo Sanjust al Festival di Spoleto del 1980 con Il complesso barocco diretto da Alan Curtis che l’aveva registrata su disco dieci anni prima. Coprodotto con Versailles, dove sarà presentato il prossimo dicembre, l’allestimento di Jean Bellorini dell’opera di Cavalli cerca di replicare il successo dell’Elena di quattro anni fa sempre qui a Aix.

Quando si è detto costumi moderni si è voluto così riassumere la scelta di Macha Makeïeff di vestire gli interpreti in forme, colori, tessuti e stili improponibili che echeggiano i colorati hippy anni ’70. Un esempio per tutti: Argippo ha un giubbotto di pelle sulla camicia di seta gialla con jabot, kilt policromo in raso lucido e anfibi ai piedi. E fascia di cuoio tra i capelli. Questo è il fattore che più infastidisce in questa messa in scena che affida alla simpatia e presenza scenica dei giovani interpreti buona parte della sua riuscita. Fortunatamente in scena non ci sono solo piacevoli persone: il livello vocale è ottimo e i cantanti rendono in maniera convincente le note di Cavalli, quelle sensuali così come quelle dolenti dei lamenti.

Erismena è Francesca Aspromonte, già ammirata a Nancy come Euridice nell’Orfeo di Rossi, della quale si apprezzano anche qui le doti vocali e l’espressività. Susanna Hurrell (una spigliata Aldimira) e Lea Desandre (Flerida), l’Alcione dell’Opéra-Comique, sono le sole due altre interpreti femminili.

Il reparto maschile è dominato da tre controtenori che ancora una volta dimostrano le infinite possibilità espressive di questo registro vocale: l’italiano Carlo Vistoli (Idraspe/Ireneo); il polacco Jakub Józef Orliński (Orimeno), una felice scoperta di Joyce DiDonato; l’americano Tai Oney (Clerio Moro). Bellezza di timbro e musicalità sono presenti in tutti, ma ognuno dei tre apporta al proprio ruolo la sua unica personalità.

Il tenore Stuart Jackson, nutrice en travesti, ha come evidente modello Wolfgang Ablinger-Sperrhacke, al momento insuperato. Timbro non molto felice per il baritono Alexander Miminoshvili, il tirannico Erimante; meglio l’Argippo dell’altro baritono Andrea Vincenzo Bonsignore. In tutti gli italiani si ammira la bella dizione che non difetta neanche in alcuni stranieri.

Leonardo García Alarcón, assoluto specialista di Cavalli, alla testa degli appena 11 elementi della Cappella Mediterranea rende la partitura con amore e sapienza, aiutato in questo dalla felice acustica del minuscolo teatro. Il prologo e intere scene sono però tagliate per far stare lo spettacolo sotto le tre ore.


L’Eliogabalo

the_roses_of_heliogabalus Alma-Tadema, Le rose di Eliogabalo, 1888

Francesco Cavalli, L’Eliogabalo

★★★★☆

Parigi, Palais Garnier, 11 ottobre 2016

«Decoro della legge è ch’io la rompa»

Nella musica barocca, e fino a oltre metà del Settecento, una parte rilevante hanno avuto le voci dei castrati, invenzione tutta italiana per preservare la voce pura dell’adolescente nel canto prima e per aggirare l’ostacolo delle proibizioni papali a utilizzare donne nelle cantorie e nei teatri poi. Per i più famosi castrati del Settecento, fatti segno di un’ammirazione e di un entusiasmo portati all’eccesso dal pubblico dell’epoca, furono scritte le parti più virtuosistiche e impegnative delle opere di Händel o dei compositori della scuola napoletana.

Per riportare alla luce questo enorme repertorio (si parla di quasi due secoli di musica sacra o profana per il teatro) in gran parte ancora da scoprire e al 99% italiano, ci sono oggi controtenori (contraltisti e sopranisti) che però al 99% sono stranieri! Dei tanti giovani di rinomanza internazionale ora in carriera, praticamente tutti provengono da Gran Bretagna, Francia, Spagna, Germania, Austria, Croazia, Ucraina, Stati Uniti, Australia (!), Brasile, Marocco (!) o Cina. E Argentina, come Franco Fagioli. I pochissimi controtenori italiani scontano l’angusta e ottusa mentalità maschilista del nostro paese che rifiuta l’utilizzo di questo mezzo vocale. Un saggio di psicopatologia sociale avrebbe molte cose da dire su questa italica avversione. Al momento le considerazioni più rilevanti le ha scritte un acuto musicologo: «Nella idea di controtenore come voce artificiale, l’idea tradizionale del falsetto come qualcosa che stona, […] c’è la confusione tra i piani dell’identità di genere e quelli dell’orientamento sessuale, in cui l’inversione percepita nell’uomo che canta con una voce acuta equivarrebbe a un’inversione di orientamento, da quello considerato naturale a quello “contronatura”» (Marco Emanuele, Maschi all’opera, 2016).

Franco Fagioli è al momento uno dei massimi rappresentanti della scuola controtenorile e qui a Parigi è di casa, avendo già portato sulle scene del Théâtre des Champs-Élysées o dell’Opéra de Versailles lavori di Vinci, Gluck e Mozart. «Franco Fagioli le magnifique» intitolava “Le Monde” il 12 settembre u.s. e ora nella sala di Palais Garnier è Eliogabalo nell’opera omonima del compositore Francesco Cavalli.

Marcus Aurelius Antoninus Augustus, nato come Sestus Varius Avitus Bassianus, fu il primo imperatore romano di origine asiatica. Discendente della dinastia dei Severi, alto sacerdote del dio sole (El-Gabal in siriaco) e detto per questo Heliogabalus o Elagabalus, fu acclamato imperatore e salì al potere a quattordici anni nel 218 d.C. in opposizione all’imperatore Macrino. Nei quattro anni del suo regno cercò di imporre il culto solare, ma questa sua politica religiosa, assieme ai suoi eccessi sessuali e alle eccentricità della sua corte, portarono a una crescente opposizione nei suoi confronti, che culminò con il suo assassinio da parte di una guardia pretoriana e l’insediamento del cugino Alessandro Severo. Colpita dalla damnatio memoriæ, la sua dubbia fama fu esagerata in modo ostile dai primi storici cristiani. La storiografia moderna ha riabilitato in parte la figura di Eliogabalo, restituendone un ritratto più articolato nel contrasto fra il conservatorismo romano e la dinamicità del giovane siriano, ma nel 1667, l’anno di composizione dell’opera di Cavalli, l’immagine dell’imperatore era basata sulla Historia Augusta, ricca di pettegolezzi e storie inventate. Così il testo dell’opera, di autore sconosciuto, non si fa scrupolo di insistere sulla nequizia del protagonista definendolo «languido, lascivo, effeminato, libidinoso».

Atto I. L’imperatore Eliogabalo rientra a Roma dopo una campagna nel corso della quale la guardia pretoriana si è ammutinata. Egli celebra il suo ritorno con il rapimento di una dama romana, Eritea. Gemmira teme che il lascivo imperatore venga a turbare il suo amore con Alessandro, il quale ha sedato la rivolta dei pretoriani e intende chiedere all’imperatore il permesso di celebrare il loro matrimonio. Sotto lo sguardo disperato di Giuliano, che è innamorato di lei, Eritea chiede a Eliogabalo il matrimonio che solo può riparare al suo disonore. L’imperatore promette di sì, ma rimasto solo con Lenia e Zotico confessa di aver mentito e di non aver nessuna intenzione di mantenere la promessa fatta, anzi ordina alla fida Lenia di procurargli nuovi piaceri. Alessandro chiede dunque all’imperatore l’autorizzazione a sposare Gemmira, ma apprendendo che questa è la più bella donna di Roma, Eliogabalo dà la sua benedizione alle nozze ma si ripromette di sedurre la ragazza e incarica Lenia e Zotico esotico di organizzare un senato di sole donne che permetta di arrivare al suo scopo. La giovane Atilia dichiara il suo amore non corrisposto ad Alessandro, ma il loro incontro è sorpreso da Gemmira che, dubitando della fedeltà dell’amante, rifiuta la sua scorta per entrare nel Senato e si rimette all’assistenza di Lenia che crede degna di fiducia. Nel Senato Eliogabalo riceve le donne romane e organizza un gioco malizioso per decidere chi potrà legiferare. Con gli occhi bendati le senatrici dovranno indovinare chi le sta abbracciando. Quando Eliogabalo stringe fra le sue braccia Gemmira, fa irruzione Eritea che rovina la messa in scena dell’imperatore.
Atto II. Atilia ritorna ancora una volta a dichiarare il suo amore ad Alessandro mentre Giuliano ed Eritea lamentano la loro assurda situazione: lei deve respingere l’uomo che ama per ottenere il matrimonio di quello che aborrisce e che sa infedele. Eliogabalo escogita un secondo stratagemma per ottenere i favori di Gemmira: ordina un banchetto durante il quale drogherà la donna e avvelenerà Alessandro, che sta diventando troppo popolare nel suo esercito. Incontrando Gemmira a palazzo Alessandro si stupisce della sua assiduità con l’imperatore e l’accusa di incostanza. Nel frattempo Eliogabalo propone a Giuliano un accordo: se gli darà la sorella Gemmira, lui potrà riavere Eritea. Lasciato solo il giovane dichiara di voler morire piuttosto che dover scegliere tra la sorella e l’amata. Il banchetto viene preparato: Zotico versa veleno nella coppa di Alessandro, Lenia un narcotico in quella di Gemmira. Ma il convito è interrotto da un volo di gufi neri che viene interpretato come segno di cattivo augurio.
Atto III. Gemmira ed Eritea incitano Giuliano al regicidio. Dapprima esitante, Giuliano si lascia convincere e chiede alla sorella di fingere di acconsentire alle nozze per il giorno seguente. Lenia riferisce all’imperatore di non godere più della fiducia di Gemmira allorquando viene portata la notizia della rivolta della sua guardia. Zotico lo consiglia di sedare la rivolta con una pioggia d’oro e così avviene. Eliogabalo attribuisce quest’ultima insurrezione ad Alessandro e fa organizzare un combattimento di gladiatori durante il quale questi venga ucciso. Lenia gli suggerisce inoltre di approfittare di Gemmira mentre Giuliano e Alessandro sono ai giochi. Giuliano viene fermato da Alessandro mentre sta per assassinare il dissoluto imperatore. Alessandro finge di uscire e si nasconde. Eliogabalo vuole sapere da Giuliano se ha preso una decisione a riguardo di sua sorella e questi gli dichiara che l’indomani Gemmira sarà sua. Entrata in quel momento per confermare quello che dice il fratello, la ragazza vede Alessandro nascosto e non sentendosi di spezzargli il cuore ancora una volta non si decide, ma Alessandro interpreta il gesto come un’altra prova dell’incostanza dell’amata e ad Atilia, che continua a professargli il suo amore, promette che se non potrà sposare Gemmira, sarà lei la prescelta. L’ingresso di Gemmira porta a una nuova lite tra i due amanti. Giuliano li riconcilia spiegando le sue intenzioni ma tutti e tre rifiutano di diventare gli assassini dell’imperatore. Al Colosseo si nota la sua mancanza dell’imperatore mentre il gladiatore Tiferne si getta su Alessandro per ucciderlo, ma viene fermato dalle guardie e confessa di essere agli ordini di Zotico. Arriva Gemmira che racconta come Eliogabalo abbia tentato di violentarla e sia stata salvata da una pattuglia che ha poi ucciso Eliogabalo. Atilia comunica che Lenia e Zotico sono stati linciati dalla folla e Alessandro è dichiarato imperatore. Le coppie di amanti si possono infine ricongiungere e Atilia si consola con un nuovo marito.

Caso raro, dell’Eliogbalo abbiamo la partitura completa, ma non il libretto. Ultima delle ventisette opere rimasteci dell’organista e maestro di cappella ducale a San Marco, per ragioni ignote l’opera non andò mai in scena per il previsto carnevale 1668 e fu sostituita da un omonimo dramma per musica di Giovanni Antonio Boretti sullo stesso testo rimaneggiato da Aurelio Aureli.

zjfpaslidixrpceqpqui

Dopo 300 anni di silenzio il lavoro fu messo in scena nell’occasione dell’inaugurazione del nuovo teatro San Domenico di Crema, la città natale del compositore, e nel 2004 fu alla Monnaie di Bruxelles nell’edizione critica di Mauro Calcagno condotta sul manoscritto conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia. A questo allestimento seguirono nuove produzioni al Festival di Aspen (agosto 2007), Northington (luglio 2009), Dortmund (ottobre 2011), New York (marzo 2013) e più recentemente Calais (aprile 2016).

Se nel dipinto di Alma-Tadema una cascata di petali di rose sommerge gli ospiti di Eliogabalo – e alcuni ne rimangono intenzionalmente soffocati! – nello spettacolo a Palais Garnier c’è sì una pioggia di petali, ma quello che colpisce nell’allestimento di Thomas Jolly, alla sua prima regia operistica, è la scelta visuale in stile pop con fasci accecanti di luci e nere scenografie su cui risalta l’oro dei costumi e del trucco del protagonista. Il regista evita gli effetti provocatori (per intenderci alla Tinto Brass del Caligola) anche se la sua messa in scena si adatta al tema cinico e crudo, ma attuale, di sesso e potere: Eliogabalo trascura il suo regno per approfittare delle donne, soprattutto degli altri, non si fa scrupolo di mentire e tradire, si vanta di essere un dio e di poter mutare le stagioni, di fare il bagno nell’oro –  letteralmente qui, in una delle più belle scene di questo allestimento. Alla infantile perversione di Eliogabalo e alla malignità dei suoi intriganti ministri Lenia e Zotico, fanno da contraltare le figure dei buoni, delle coppie di impotenti innamorati Alessandro e Gemmira, Eritea e Giuliano. I frustrati tentativi seduttivi di Eliogabalo, così come gli altrettanto frustrati attentati alla sua vita, vengono vissuti sulla scena dalla lettura lucida del regista e dal mirabile gioco di luci di Antoine Travert, che costruisce strutture tridimensionali e prospettive inusitate realizzate con lame di luci. Vi si aggiungono i praticabili scorrevoli di Thibaut Fack e i costumi di gusto futurista di Gareth Pugh (stilista,  tra le altre, di Lady Gaga) – spettacolari quelli del protagonista titolare che afferma il suo ruolo di alto sacerdote del dio sole con mantelli dai tessuti a sfavillanti motivi solari. Bellissimi anche i gufi neri che infestano la mensa che Eliogabalo ha apprestato per drogare Gemmira e avvelenare Alessandro. Molti sono i momenti di grande teatro visuale di questo enfant terrible della scena scespiriana prestato alla lirica.

x1tl0djjii6xok8wtfzo

Altrettanto ispirata è la parte musicale. Definire direttore Leonardo García Alarcón è estremamente riduttivo: con una partitura come questa il lavoro è complesso e delicato: si tratta di aggiungere l’armonizzazione, l’ornamentazione e la strumentazione su un canovaccio scheletrico formato solo dalle linee di canto delle voci e dal basso continuo. Il direttore argentino è uno specialista di musica barocca e di Cavalli ha già diretto L’Elena al Festival di Aix-en-Provence. Il lavoro fatto è eccellente e alla testa della sua Cappella Mediterranea (ricca di una trentina di strumenti, ben più dei sei indicati in partitura, ma sempre meno dei quaranta prescritti per L’Ercole amante) Alarcón riesce a dare a ogni pagina il suo ritmo e il suo giusto colore – ora languidamente sensuale, ora percussivo e solenne – e la scelta degli strumenti è fatta sempre con gran gusto. Un esempio per tutti l’accompagnamento con castagnette del trascinante duetto tra Gemmira ed Eritea che reclamano vendetta sul tiranno.

Franco Fagioli non potendo esibirsi con le agilità che verranno nella musica di qualche decennio dopo, utilizza il suo timbro particolare per delineare il monarca perverso ed egocentrico cui presta non solo la sua estesa tessitura vocale (bassi cavernosi, acuti penetranti), ma anche il gioco di sguardi e di movimenti del corpo e per una volta le smorfie che fa mentre canta sono adatte al contorto personaggio.

Il probo Alessandro ha nel tenore Paul Groves un interprete adeguato, che ha nell’emissione vocale un che di solenne e una chiarezza di dizione che manca al divo argentino. L’altro controtenore, Valer Barna-Sabadus, già interprete dell’Elena di Aix, compensa con la luminosità e l’eleganza una vocalità non di grande potenza e il suo Giuliano è sensibile e giustamente non-eroico. I tre diversi poli femminili hanno in Nadine Sierra, Elin Rombo e Mariana Flores efficaci interpreti: Gemmira dagli acuti precisi e dal timbro ben vibrato, Eritea dal timbro caldo e sensuale, Atilia vivace e giovanile.

La coppia dei viscidi ministri ha in Emiliano Gonzalez Toro una gustosa Lenia tenorile e in Matthew Newlin un aitante Zotico verso il quale vanno i favori dell’imperatore. La vena comico-oscena del testo appartiene al personaggio di Nerbulone: fin dal nome si intuiscono allusioni fortemente sessuali che si fanno più esplicite nei suoi versi dove si lamenta che «cocchier di femmine | esser non voglio più, | ch’ognor bisognami | tener la sferza in sù». Il basso americano Scott Conner ne rende con grande vivacità il carattere, così come quello del gladiatore Tiferne. Efficace anche l’intervento del coro da camera di Namur.