Giovanni Giraud

L’aio nell’imbarazzo

foto © Gianfranco Rota

Gaetano Donizetti, L’aio nell’imbarazzo

★★★★☆

Bergame, Teatro Donizetti, 20 novembre 2022

  Qui la versione italiana

L’aio nell’imbarazzo au festival Donizetti : une version inédite dans un spectacle ludique

Après l’opéra seria (La Favorite) et l’opéra semi-seria (Chiara e Serafina), le festival Donizetti 2022 programme également une œuvre bouffe : L’aio nell’imbarazzo (Le Précepteur dans l’embarras), œuvre que Donizetti a créée le 4 février 1824 au Teatro Valle de Rome, avec une distribution de stars (Ester Mombelli, Savino Monelli et Antonio Tamburini). Le livret de Iacopo Ferretti (l’auteur de la Cenerentola de Rossini, qui écrira plus tard quatre autres livrets pour le compositeur bergamasque) est l’un des éléments réussis de cet opéra, qui en son temps reçut les éloges de la presse. Une seconde version fut présentée à Naples en 1826 avec le titre Don Gregorio, version dans laquelle les récitatifs ont été remplacés par des dialogues en prose et, pour le personnage principal, en dialecte napolitain…

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L’aio nell’imbarazzo

foto © Gianfranco Rota

Gaetano Donizetti, L’aio nell’imbarazzo

★★★★☆

Bergamo, Teatro Donizetti, 20 novembre 2022

bandiera francese.jpg  Ici la version française

La terza proposta del Donizetti Opera è buffa

Dopo l’opera seria (La favorite), quella semiseria, (Chiara e Serafina), è la volta di quella buffa al Donizetti Opera 2022: L’aio nell’imbarazzo, il titolo che Donizetti presentò il 4 febbraio 1824 al Teatro Valle di Roma con un cast di stelle del tempo (Ester Mombelli, Savino Monelli e Antonio Tamburini). Il libretto di Iacopo Ferretti, l’autore della Cenerentola di Rossini che in seguito scriverà altri quatto libretti per il compositore bergamasco, fu uno degli elementi di successo dell’opera che raccolse gli elogi della stampa. Una seconda versione fu presentata a Napoli nel 1826 col titolo Don Gregorio e i recitativi sostituiti da dialoghi in prosa e in dialetto napoletano per il personaggio principale. Con l’ulteriore sostituzione di alcuni brani, questa versione può essere considerata una nuova opera e ora si tende a considerare L’aio nell’imbarazzo e Don Gregorio due lavori distinti del catalogo donizettiano.

La vicenda si basa su un altro caso di “inutil precauzione”: un padre tiene segregati in casa i due figli di 19 e 25 anni affidati a un precettore, l’aio del titolo, quasi fossero degli adolescenti. Il padre ha detrminato che conosceranno il mondo, e le donne soprattutto, solo quando saranno maturi. Ma in realtà il maggiore ha sposato segretamente una vicina e insieme hanno anche avuto un bambino che ora ha un anno. L’inevitabile lieto fine appianerà le cose. L’aio nell’imbarazzo è certo una satira del mondo chiuso e antiquato (vedi il nome del marchese…) della società della Restaurazione con i suoi nobili reazionari, ma la genialità di Donizetti e di Ferretti la trasforma in una commedia con personaggi veri, non le figure stereotipate dell’opera buffa di tradizione.

La produzione ora sulle scene di Bergamo ha il suo interesse nell’essere il frutto di una nuova revisione critica curata da Maria Chiara Bertieri che, in mancanza della partitura autografa a tutt’oggi non reperibile, è partita dall’esistente libretto a stampa della prima per una risistemazione dei numeri musicali secondo l’ordine in cui vennero presumibilmente eseguiti al Valle. Il risultato è un Aio nell’imbarazzo diverso da tutti quelli che abbiamo ascoltato e che sono stati incisi su disco e che sono una contaminazione delle due versioni, quella di Roma del ’24 e quella di Napoli del ’26.

La direzione musicale è affidata al giovane ma ampiamente affermato Vincenzo Milletarì che affronta per la prima volta Donizetti e un’opera in forma scenica in Italia – Il trovatore di Macerata fu in forma di concerto e una prevista Italiana in Algeri nei teatri marchigiani fu cancellata a causa della pandemia. La sua è una direzione precisa e vigorosa in cui è difficile trovare sbavature e dove il dettaglio strumentale è sempre messo bene in luce. Il maestro siculo-pugliese, ma attivo nel nord Europa, ha il merito poi di farci ascoltare per la prima volta alcune pagine ripescate nell’edizione critica, come il duetto fra Gregorio e Gilda o la cabaletta di Don Giulio. Coerentemente con la prassi esecutiva della prima metà dell’Ottocento, le variazioni nei da capo e le cadenze sono state scelte in accordo con i cantanti secondo le loro capacità, ma impegnativo deve essere stato il lavoro di concertazione degli allievi della Bottega Donizetti, non tutti esperti, che hanno però avuto la fortuna di essere affiancati da Alex Esposito e Alessandro Corbelli, due mostri sacri del palcoscenico i quali hanno vivificato la rappresentazione. Il primo con la sua consumata esperienza di artista di classe eccelsa, la controllatissima comicità, una tecnica vocale che gli permette dopo tutti questi anni di sostenere un ruolo lungo e impegnativo come quello del Marchese Antiquati senza quasi un momento di stanchezza, anzi con un vigore invidiabile. Che poi Corbelli fosse stato il Don Giulio dell’edizione Campanella/Crivelli vista al Regio di Torino nel 1984 ha dell’incredibile. Del secondo è difficile tessere lodi che aggiungano qualcosa di nuovo alla sua inarrivabile presenza scenica, grande proiezione vocale che nessuna orchestra riesce a coprire, perfetta dizione e prodigiose agilità. È così che il suo Gregorio Cordebono, infaticabile motore della vicenda, diventa un personaggio di grande teatralità. Francesco Lucii (il marchese Enrico) e Marilena Ruta (Madama Gilda Tallemanni) si distinguono per le loro differenti personalità e promettenti doti vocali nel cast dei giovanissimi interpreti tra cui figurano anche Lorenzo Martelli (Pippetto), Caterina Dellaere (Leonarda), Lorenzo Liberali (Simone) e Vittorio Giuseppe Degiacomi (Bernardino). Il coro Donizetti Opera diretto da Claudio Fenoglio fornisce il suo valido apporto.

Una proposta così speciale aveva bisogno di una messa in scena altrettanto speciale e tale è stata quella dell’instancabile e vulcanico direttore artistico del festival Francesco Micheli che, assieme al Dramaturg Alberto Mattioli, è partito da una riflessione sulla vita di oggi: per due anni i giovani sono stati costretti a casa dalla pandemia, alla didattica a distanza, a non poter frequentare gli amici se non tramite i social. Anche Enrico e Pippetto, i rampolli di Don Giulio, sono tagliati fuori dal mondo: perché allora non fornire loro la realtà virtuale in cui vivono i nostri giovani? Ecco quindi la vicenda trasportata nel presente per capire perché Don Giulio è solo, dov’è la moglie e perché ce l’ha tanto con le donne. Durante la Sinfonia lo capiamo: da giovane è stato abbandonato dalla moglie per un bellimbusto e non si è mai ripreso dal colpo. Lo ritroviamo vent’anni dopo – come nel più classico dei feuilleton – nel 2042, in un futuro piuttosto prossimo in cui le tendenze di oggi sono la normalità: Enrico trova la sua compagna chattando sul web, l’aio Gregorio è Greg, influenecer ossessionato dall’opinione degli altri, cibo e merci arrivano direttamente a casa ordinando su ammazza.ao e tutti indossano occhiali per la realtà aumentata. Don Giulio, infine, si è dato alla politica – il Ferretti nel libretto lo fa pranzare con un ministro – su posizioni molto di destra. Tutti hanno i loro avatar che compongono un mondo coloratissimo nella scenografia di Mauro Tinti il quale divide la scena in due livelli: il mondo reale in quello inferiore, una grafica vistosamente pop al superiore. Ci sarebbe poi un terzo livello al di sopra di tutto dove scorrono i sopratitoli e occorre un’abilità multitasking per lo spettatore che voglia seguire lo spettacolo senza perdersi nulla. In questa realtà virtuale nel secondo atto irrompe la realtà: il piccolo Bernardino ha bisogno della poppata della madre Gilda rimasta bloccata nell’appartamento del suocero. Sarà lei a sbloccare la situazione e a concludere l’opera nel giubilo generale quando vestirà gli abiti del nuovo Presidente/Presidentessa della Repubblica tra le sagome, in cartone questa volta, non virtuali, di due corazzieri. Una messa in scena spigliatissima, grazie anche alle luci di Petr van Praet, i video di Studio Temp, le animazioni di Emanuele Kabu e i coloratissimi, ironici i costumi di Giada Masi, che i calorosi applausi del pubblico hanno dimostrato di gradire. Giuste ovazioni per i due interpreti principali.

L’ajo nell’imbarazzo / Don Gregorio

  1. Campanella/Crivelli 1984
  2. Montanari/Recchia 2007

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★★★★☆

1. Il primo vero successo di Donizetti

Ajo o aio, dallo spagnolo ayo, forse dal latino volg. avium, era la persona che nelle famiglie signorili si occupava dell’educazione dei giovani rampolli. L’istitutore, in altre parole.

L’ajo nell’imbarazzo è la prima collaborazione di Donizetti con il librettista Jacopo Ferretti su un soggetto di Giovanni Giraud andato in scena con grande successo di pubblico nel 1807 rivelandosi una brillante satira dei costumi “antiquati” di molta nobiltà papalina (1). L’opera di Donizetti è il primo vero successo del compositore bergamasco: la prima rappresentazione al Valle di Roma il 4 febbraio 1824 fu salutata dalla critica con entusiasmo e le repliche proseguirono per tutta la stagione.

Il Marchese Giulio Antiquati (!) esige che i suoi figli, Enrico e Pippetto, crescano nella più totale ignoranza di ogni questione sessuale. Enrico però ha segretamente sposato Gilda e i due hanno addirittura un figlio. Esasperato dalla vita che è costretto a condurre, il giovane chiede aiuto al precettore Gregorio Cordibono e gli fa incontrare la moglie. Quando però giunge il marchese, Gilda rimane intrappolata nella camera di Gregorio. La giovane si preoccupa, perché deve allattare il bambino: Gregorio è costretto ad andare a prendere il bambino e portarglielo, nascosto sotto il suo mantello. Leonarda, una vecchia serva della casa, informa il marchese dei suoi sospetti; il marchese scopre Gilda, ma è convinto che sia l’amante del precettore. Nella tempestosa scena che segue, che coinvolge tutti i personaggi, la verità viene finalmente a galla. Il marchese dapprima vorrebbe cacciare e diseredare Enrico per lasciare tutto a Pippetto, ma il deciso intervento di Gilda lo spinge al ripensamento e nella famiglia torna la serenità.

Nella primavera del 1984 il Regio di Torino affida alla collaudata regia di Filippo Crivelli l’allestimento di questo lavoro di Donizetti che per quanto riguarda gli interpreti musicali propone le voci di Luciana Serra come Gilda, Alessandro Corbelli come il marchese Giulio ed Enzo Dara, Gregorio. Quasi insuperabili i tre interpreti, con Dara all’apice della sua fortunata carriera artistica, mentre sottotono è la prestazione di Paolo Barbacini, Enrico. Bruno Campanella è il direttore ideale per questa partitura fatta di eleganza e vivacità.

La produzione è stata fatta oggetto di una registrazione audio e di questo video realizzato dallo stesso teatro.

(1) «Ho desunto l’argomento di questo melo­dramma giocoso da una fortunata commedia. Chi non la conosce? Chi non l’applaudì? Ma stretto dall’imponente, ed inevitabile legislazione del teatro musicale, mi è stato forza introdurvi qualche variazione, ed accorciare qua e là vari tratti vaghissimi. Di ciò dimando rispettosamente perdono a tutti coloro, che ignorano l’eculeo, cui sono condannati i poeti per opere in musica; ché da chi ne fece esperimento, o n’ebbe notizia, spero trovar pietà non che perdono. So, che il primo non sono a verseggiare questo argomento; ma ho fede d’esser fra tutti il più fedele allo spirito dell’autore della commedia; ché se pur questa fiducia è un sogno, solennemente protesto non avervi parte la volontà» (Protesta e scusa del verseggiatore).

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★★★☆☆

2. La “giornata particolare” di don Gregorio, ajo napoletano

Visto il successo ottenuto da L’ajo nell’imbarazzo andato in scena a Roma nel 1824, Donizetti firma un contratto di 300 ducati con l’impresario Francesco Tortoli per un suo adattamento al Teatro Nuovo di Napoli (con dialoghi parlati al posto dei recitativi e utilizzo del dialetto locale per il protagonista, che ora dà il titolo al lavoro) e per una nuova opera, l’Emilia di Liverpool.

Don Gregorio va in scena nel 1826 dopo le recite dell’Emilia. Con l’adattamento del testo di Giovanni Leone Tottola il lavoro acquista un carattere di farsa di cui beneficia il ruolo del protagonista, ora più delineato. I ritocchi alla partitura riguardano una nuova aria per Don Giulio nel primo atto, che sostituisce quella del secondo ora occupata da un quintetto. Lo stesso avviene per Gilda, per la quale Donizetti scrive la cavatina «Basta un sguardo lusinghiero» al posto di «Figlia son d’un colonnello».

Nella ripresa a Bergamo del 2007, ora nel DVD della Dynamic, il regista Roberto Recchia ambienta la vicenda nella Roma degli anni ’20 in cui la dittatura fascista si affianca all’oppressione papalina. Don Gregorio in questa atmosfera «lugubre e severa» ha un suo armadio nascosto colmo di négligé rosa, boa di struzzo e altro intimo femminile (che diventerà utile nel finale da Cage aux folles) e ascolta alla radio canzoni invece dei discorsi del Duce. Inutile dire che la presenza di Paolo Bordogna, vero animale da palcoscenico, permette queste libertà per la vivacità della sua recitazione oltre che per l’intelligenza della prestazione vocale – e come porta bene la minigonna! È anche l’unico che sappia recitare, mentre tra gli altri cantanti c’è chi non sa cantare… Grazie a lui lo spettacolo diventa godibile, ma un po’ di merito l’ha anche la vivace direzione di Stefano Montanari.

Chissà mai perché le due ore di musica sono distribuite su due dischi!