Temistocle Solera

Giovanna d’Arco

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Giuseppe Verdi, Giovanna d’Arco

Milano, Teatro alla Scala, 7 dicembre 2015

★★★★★

(live streaming)

Giovanna d’Arco ai tempi dell’ISIS

Inaugurazione scaligera blindata e con le massime misure di sicurezza a meno di un mese dal massacro di Parigi. Nel frattempo il Front National della Le Pen è uscito primo partito dalle urne delle elezioni regionali francesi: è il partito di destra che ha assunto Jeanne d’Arc quale simbolo e figura nazionale che scaccia gli stranieri dal sacro suolo della Francia.

Al suo primo 7 dicembre come sovrintendente, Pereira recupera nel suo teatro un lavoro che vi mancava da 170 anni e porta a Milano i registi belgi Moshe Leiser e Patrice Caurier, due figure “controverse” della scena lirica per le loro audaci attualizzazioni, che qui però, nel “tempio” milanese, propongono una lettura che non è affatto dispiaciuta al pubblico conservatore delle prime. Partendo dal presupposto che il libretto del Solera manca di ogni qualsiasi plausibilità (la stessa mancanza di verità storica caratterizzava d’altronde la fonte originaria, il dramma di Schiller) i due registi hanno ripensato la vicenda ricorrendo al vecchio espediente della fantasticheria della fanciulla in punto di morte che sogna di essere la “Giovanna d’Arco” della leggenda, trucco che risolve così ogni incoerenza del testo – qui quello del libretto originale, prima cioè delle manomissioni della censura dell’epoca. L’ambientazione è quella del tempo di Verdi, Giovanna è una Violetta delirante sul letto di morte (un delirio mistico originato da un caso di isteria sessuale, direbbe Freud), Giacomo un Germont padre ancora più ossessionato dall’onore, che qui prende la forma di invasamento religioso.

I cori, le voci infernali e quelle celesti sono nella testa di Giovanna e anche il re, una statuina dorata, è un prodotto della sua mente. Mentre la camera si riempie di visioni realizzate con proiezioni sulle pareti e giochi d’ombre, la commistione tra realtà e immaginazione continua quando entrano in scena figure di soldati insanguinati o in lucenti armature e un Cristo con la croce che, capovolta, diventerà il patibolo di Giovanna.

È la follia religiosa che trascende nel civile e nel militare il motore attualissimo della lettura registica che non rifugge poi dai mezzi scenografici moderni per proporci visioni demoniache – però quasi offenbachiane – e cattedrali di Reims di otto metri e passa che escono dal nulla. L’aspetto visivo è magnificamente realizzato dai due registi che firmano qui uno dei loro migliori allestimenti.

Se forse con Moshe e Caurier Pereira poteva rischiare, con i protagonisti invece andava sul sicuro: Anna Netrebko è tra le migliori interpreti verdiane di oggi e qui dimostra tutta la sua preziosità vocale. Mancano forse le mezze tinte, ma la parte in fondo non ne prevede, e l’impervia vocalità è resa senza problemi dal soprano russo che inoltre è sempre a suo agio scenicamente nelle richieste dei registi. Meno convinto dell’operazione sembra invece Francesco Meli che già aveva cantato la parte di Carlo VII con la Netrebko nella due recite salisburghesi in forma di concerto nel 2013, recite che sono all’origine di questa ripresa milanese. Per l’indisposizione del previsto Carlos Álvarez il baritono Devid Cecconi ha avuto la sorte di debuttare senza far rimpiangere troppo il titolare, cosa non da poco per un avvenimento così prestigioso.

Chailly ritorna dopo ventisei anni alla sua creatura cui dedica tutte le cure amorevoli di una direzione sempre attenta e sostenuta. Ma neanche a lui riesce il miracolo di trasformare questo lavoro degli “anni di galera” in capolavoro. Le ovazioni finali hanno comunque premiato l’impegno e la sapienza artistica di tutti gli interpreti e del coro in una prova impegnativa. Non succedeva da tempo che una prima milanese terminasse in gloria. E il teatro milanese questa volta grazie a Pereira con questo allestimento sembra mettersi in linea con i teatri del resto del mondo.

Attila

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★★★☆☆

«Di membra e teste tronche | godremo al nuovo giorno!»

Saranno anche Barbari, ma qui l’unico che abbia un po’ di dignità è proprio il re unno: Ezio è un traditore che propone ad Attila di allearsi contro l’imperatore, Odabella tradisce i vincoli del matrimonio per potersi vendicare e Foresto è anche lui irriconoscente.

Il prologo è lungo quasi quanto i successivi tre atti assieme. Siamo ad Aquileia nel V secolo dove a seguito del saccheggio di Attila Odabella, figlia del signore della città, ha perso la famiglia e giura di vendicarsi. Il generale romano Ezio, approfittando della debolezza dell’imperatore Valentiniano, propone un’alleanza ad Attila che però rifiuta.
Atto primo. Gli Unni sono giunti alle porte di Roma. Odabella si ricongiunge al suo amante Foresto informandolo del suo piano di vendetta. Attila nel sonno è turbato da un sogno che si realizza quando il papa Leone gli si para incontro con tutta la popolazione. Il re degli Unni rinuncia al saccheggio della città.
Atto secondo. In un banchetto in onore di Ezio Odabella si accorge che vogliono avvelenare Attila e sventa il tentativo perché a lei sola tocca ucciderlo. Il re è colpito dal gesto che crede generoso e decide di farla sua sposa.
Atto terzo. Attila è affrontato da Ezio, Foresto e Odabella: ricorda al generale di aver salvato Roma, a Foresto di avergli fatto grazia della vita e a Odabella di volerla sposare, ma i suoi delitti sono troppi per essere perdonati e la donna lo trafigge con la spada.

Il testo del Solera (già autore per Verdi di ben quattro opere e tratto da una tragedia tedesca di Zacharias Werner) venne ampiamente modificato da Francesco Maria Piave su volontà del compositore, tanto da offendere il primo librettista che da allora non collaborò mai più con Verdi. Il debutto alla Fenice nel 1846 ebbe un esito inferiore alle aspettative del musicista, ma l’opera è diventata comunque una delle sue più popolari.

L’orchestrazione è suggestiva e il compositore si compiace in una certa ambizione descrittiva come nella bufera e alba su Rio-Alto o l’atmosfera lugubre e ossessiva del concertato del secondo atto. Per quanto riguarda le voci, la parte di Odabella è estremamente impegnativa con un’aria «Santo di patrio indefinito amor» abnormemente estesa e sviluppata dal punto di vista formale rispetto a quanto aveva scritto il musicista fino a quel momento.

Nell’edizione alla Scala del 1991 il ruolo è sostenuto da una Cheryl Studer in gran forma che tiene magnificamente testa all’Attila di Samuel Ramey al culmine della sua vocalità con acuti luminosi e grande musicalità. Un Giorgio Zancanaro corretto ma inespressivo e un Kaludi Kaludov di bell’accento completano il quartetto dei personaggi principali.

Fin dal magnifico preludio Riccardo Muti si conferma ottimo interprete di questo repertorio, anche se nella registrazione in studio di due anni prima era ancora migliore.

Quasi inesistente la regia di Jérôme Savary (che non viene neanche menzionato sulla custodia del disco!) oscillante tra il realismo (con cavalli veri in scena e grande quantità di pelli di animali feroci) e il pittorico, con le scene di Michel Lebois racchiuse in una cornice quale quella di un televisore e i costumi color pastello in seta e raso (!) di Jacques Schmidt.

L’immagine è in 4:3 e nel disco della OpusArte si specifica che l’opera «is sung in Italian with English subtitles».

  • Attila, Mariotti/Abbado, Bologna, 31 gennaio 2016
  • Attila, Chailly/Livermore, Milano, 7 dicembre 2018

Oberto conte di San Bonifacio

Oberto

★★☆☆☆

Verdi #1

Nel 1836 il ventitreenne Verdi è a Milano per tentare la fortuna con il suo primo lavoro per il teatro, un dramma storico. Prima pensa a un Rochester su libretto del Tasca, poi a un Hamilton su testo di Antonio Piazza, infine si decide per Oberto, conte di San Bonifacio sempre del Piazza ma modificato da quel Temistocle Solera che gli scriverà altre quattro opere. Passeranno però quasi quattro anni prima che Verdi possa vedere il lavoro sulle scene.

Il discreto successo con cui è accolto al teatro alla Scala nel novembre 1839 gli assicura 14 recite, ma se il pubblico «parco d’applausi al primo atto, esuberò in acclamazioni al secondo» meno benevola fu la critica indecisa se vedere nel lavoro qualcosa di nuovo oppure ritrovarvi lo stile donizettiano o rossiniano allora imperante. E in effetti l’Oberto è sì nel solco della tradizione, ma già fanno capolino il piglio teatrale e l’energia dei personaggi, fra tutti quell’Oberto, primo di una serie interminabile di ‘padri’ nell’opera verdiana. Caratteristici sono già i finali un po’ bandistici con gran frastuono di piatti e percussioni varie.

Affidiamo alle parole del librettista il compito di illustrarci il preambolo alla vicenda. «Oberto, conte di s. Bonifacio, vinto da Ezzelino da Romano, il quale accorse in favor dei Salinguerra in Verona, riparavasi a Mantova. Leonora, sua figlia, priva di madre, era rimasta a Verona, affidata alle cure di una vecchia zia. Un giovine conte di Salinguerra [Riccardo], sotto mentito nome, sedusse la bella figlia di Oberto con promessa di matrimonio. Preso poscia d’amorosa passione per Cuniza (lasciata dal fratello Ezzelino nel castello di Bassano, mentre egli, fatto signore di Verona, attendeva alle conquiste di Monselice, di Padova, di Montagnana) le offrì la mano. Ezzelino, che doveva la signoria di Verona ai conti di Salinguerra, non fu contrario alle nozze. Leonora, conosciuta troppo tardi la verità, vien disperata a Bassano nel giorno delle feste per svelare il tradimento. Qui ha principio l’azione del dramma».

Atto I. Campagna; in lontananza Bassano. Nella campagna vicina al castello di Ezzelino da Romano, alcuni cavalieri festeggiano Riccardo  che manifesta la propria gioia per l’imminente matrimonio, poi lo scortano al castello dove è atteso per sposare Cuniza. Poco dopo giunge Leonora, intenzionata a impedire le nozze. Leonora ricorda l’amore per Riccardo e spera che tornino quei giorni felici, poi fa per allontanarsi verso il villaggio, ma si imbatte in Oberto, lieto di rivedere ancora una volta la sua patria, giunto per proteggere e vendicare la figlia. Oberto inizialmente rimprovera Leonora per avere ceduto alla corte di Riccardo, poi tra loro ritorna l’armonia quando si accordano per vendicarsi di Riccardo. Magnifica sala nel palazzo di Ezzelino. Il coro esalta la bellezza e il candore di Cuniza, ma Cuniza, rimasta sola con Riccardo, gli esprime inspiegabili cattivi presentimenti. Più tardi, Oberto e la figlia, con l’aiuto di Imelda, riescono a farsi ricevere segretamente da Cuniza, alla quale rivelano quanto è avvenuto tra lei e Riccardo. Cuniza promette che aiuterà Leonora ad avere giustizia e dopo aver condotto Oberto in una stanza vicina, raduna cavalieri e dame. Fatto chiamare il suo promesso sposo, Cuniza gli mostra Leonora, ma il conte senza scomporsi dichiara di avere abbandonato la fanciulla perché gli era stata infedele. Mentre Leonora protesta indignata, tra la sorpresa generale irrompe Oberto che giura di uccidere Riccardo avendo sentito le sue parole.
Atto II. Gabinetto di Cuniza. Più tardi Cuniza ripensa ai giorni felici dell’amore con Riccardo; convinta però della buona fede della figlia di Oberto, rivela alla sua confidente Imelda che sacrificherà il suo amore per costringere il conte di Salinguerra a sposare Leonora. Luogo remoto in vicinanza ai giardini del castello. Alcuni cavalieri esprimono la loro vicinanza a Leonora. Giunge Oberto, intenzionato a dare luogo al duello con Riccardo, nonostante alcuni cortigiani gli annuncino che Cuniza è intervenuta in favore suo e di Leonora. All’arrivo di Riccardo, quest’ultimo cerca di evitare lo scontro, impari per la differenza di età; sopraggiungono anche Leonora e Cuniza, e Cuniza promette a Leonora che Riccardo sarà nuovamente suo, mentre Oberto continua a rinfacciare le sue colpe a Riccardo, combattuto tra ira e rimorso. Cuniza ordina a Riccardo di sposare Leonora; senza farsi vedere Oberto propone al rivale di fingere di acconsentire, ma lo avverte che lo attenderà nel bosco vicino per continuare lo scontro. Tutti si allontanano, mentre Oberto e Riccardo si inoltrano nella selva: poco dopo un gruppo di cavalieri sente rumore di spade provenire dal bosco e vi si precipita, ma proprio in quel momento Oberto cade colpito a morte. Riccardo, sopraffatto dai rimorsi, fugge disperato. Arriva Cuniza affannata, subito seguita da Leonora, che ha scoperto il corpo del padre. Cuniza consola la fanciulla promettendole amicizia e protezione, ma Leonora, sentendosi responsabile di quanto avvenuto, decide di entrare in convento per dedicarsi ad una vita di espiazione, mentre da una lettera si apprende che Riccardo ha deciso di punirsi con l’esilio.

Nel 2007 Oberto viene allestito nel nuovo e futuristico Palacio Euskalduna in quel di Bilbao. La registrazione video dello spettacolo è la prima e completa disponibile di quest’opera, essendo l’edizione andata in scena poco dopo a Parma accorciata di mezz’ora. Ignacio García e Domenico Franchi (scenografie) montano uno spettacolo tradizionale e fluido con giusti tocchi gotici e scuri, ma il regista neppure cerca di dar vita ai personaggi e alla loro interazione.

Yves Abel dirige fin dalla sinfonia con giusta baldanza e senza troppe raffinatezze l’orchestra sinfonica del Principado de Asturias. Il’dar Abdrazakov è la punta del cast ed è quello che riscuote giustamente il maggior successo. Nonostante la bidimensionalità del suo vendicativo e corrucciato personaggio riesce a dargli nobiltà e plausibilità drammatica, ma sembra incredibile che proprio in questi giorni lo stesso cantante stia dando vita a New York al più gustoso Figaro mozartiano degli ultimi anni!

Il timbro particolare e la recitazione manierata al limite dell’espressionismo (l’attacco di demenza dell’ultima scena, la pioggia di petali rossi e il suicidio il regista ce li poteva risparmiare) ci fanno preferire l’Evelyn Herlitzius straussiana o wagneriana. Mentre Carlo Ventre e Marianne Cornetti (fisicamente non avvantaggiata) completano il quartetto di voci senza farsi particolarmente ricordare, è il coro dell’Opera di Bilbao l’elemento più debole di questo allestimento e fa continuamente rimpiangere quello ben più adeguato del Regio di Parma.

Nel disco OpusArte è presente come bonus una doppia intervista a direttore e regista.

I Lombardi alla Prima Crociata

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★★★☆☆

«Se non avessi conosciuto il compositore, avrei scommesso che era un colonnello d’artiglieria» (1)

Almeno il titolo avrebbe dovuto incuriosire i Leghisti e indurli a sostituire quel «Va’ pensiero» che anela alla Palestina (!) con uno dei tanti cori di cui è costellata questa quarta opera di Verdi in cui le genti lombarde, non contente di scannarsi in casa propria, decidono di esportare un po’ del loro testosterone sull’altra sponda del Mare Nostrum.

Sono i cori infatti l’aspetto più rilevante di questo lavoro giovanile: da quello iniziale che racconta l’antefatto della storia di Viclinda «gentil donzella, vaga e fragrante», al mistico coro dei claustrali, a quello meno mistico degli sgherri «D’un sol colpo in paradiso  |l’alme altrui godiam mandar! | Col pugnal di sangue intriso | poi sediamo a banchettar!», al giuramento del secondo quadro, alla canzone dell’harem, al «Gerusalem! Gerusalem!» del terzo quadro – e tutti hanno il loro distinto carattere.

Come inno padano vedo bene il coro «O signore, dal tetto natio» con quell’accenno ai «vaghi | ruscelletti dei prati lombardi!… | Fonti eterne!… Purissimi laghi!… | Oh vigneti indorati dal sol!» oppure il coro dell’invettiva allo «Stolto allah! Sovra il capo ti piomba | già dell’ira promessa la piena» con quella marcetta di fiati spernacchianti e tintinnio di piatti irriverente come un Offenbach.

Il successo del Nabucco aveva spinto Verdi a battere il ferro fin ch’era caldo. Erano iniziati gli «anni di galera» (1843-1850) in cui il compositore scrisse dieci melodrammi in condizioni precarie di salute, con il fiato degli impresari sul collo e le pretese degli editori da onorare. I Lombardi alla Prima Crociata inaugura questo periodo frenetico durante il quale Verdi firma il contratto di ogni nuova opera ancor prima di terminare la precedente.

Andato in scena nel febbraio 1843 con grande successo, il dramma lirico su libretto di Temistocle Solera tratto da un poema di Tommaso Grossi solleticava le passioni risorgimentali di quei milanesi che sotto il dominio austriaco si identificavano con i crociati che volevano liberare Gerusalemme dai musulmani. In quattro quadri, che come nei romanzi d’appendice hanno titoli pregnanti (2). Quattro anni dopo verrà presentata a Parigi la versione francese con altra trama e altro titolo, Jérusalem.

Musicalmente l’opera è afflitta dagli errori di gioventù di un compositore che ha molte cose da dire: il concertato della scena seconda giunge troppo presto nell’opera, quando i singoli caratteri non sono ancora ben definiti e anche la preghiera di Giselda non ha giustificazione drammatica in quel momento. Ma tutto cambia dal terzo quadro con una successione di scene travolgenti, cabalette e sorprendenti trovate musicali, tra cui uno sbalorditivo e virtuosistico assolo di violino che prelude e accompagna la scena della grotta.

La stagione 2009 del Regio di Parma viene inaugurata da questo allestimento di Lamberto Puggelli che rinuncia ai richiami risorgimentali per concentrarsi invece sul messaggio pacifista del grido di Giselda «No!… giusta causa | non è d’Iddio | la terra spargere | di sangue umano. […] No, Dio nol vuole! […] Ei sol di pace | scese a parlar!». E sul muro dello sfondo, unico elemento di una scenografia minimalista, viene proiettata quella straordinaria denuncia dell’inumanità della guerra che è Guernica di Picasso. Prima erano state proiettate immagini della basilica di Sant’Ambrogio in costruzione, rovine classiche, cupole dorate.

Inesistente è la regia sugli attori che gesticolano nei modi più convenzionali (braccia al cielo, mano al cuore, genuflessioni e sguardi verso il loggione) o sul coro in pose statiche. I colorati costumi di Santuzza Calì ricordano i disegni di Luzzati, ma per gli ebrei al muro del pianto gli abiti sono invece moderni.

Daniele Callegari fornisce una lettura impetuosa della partitura senza però sopraffare i cantanti e il coro maschile di Parma si conferma tra i migliori dei teatri italiani. Dīmītra Theodosiou mirabile nelle mezze voci della preghiera così come negli acuti presi con sicurezza e precisione fa una Giselda al calor bianco nel finale secondo che infiamma il pubblico a sipario aperto. Le tiene testa nell’appassionato duetto uno smagliante Francesco Meli, un Oronte con soli quattro interventi in cui però il cantante riesce a farsi ugualmente notare. Pertusi chissà perché è truccato da mandarino cinese nel primo quadro e poi calvo con una benda sull’occhio solo nel secondo e se è per non farsi riconoscere ci riesce benissimo. Da assassino a pio eremita il cantante cerca di dare spessore ad un carattere assurdo con la forza e l’eleganza della sua vocalità. Non per niente Massimo Mila aveva definito «burattini stereotipati» i personaggi di questo’opera.

Il disco fa parte della collana ‘Tutto Verdi’ della Unitel e contiene anche un making of dello spettacolo.

(1) Gioachino Rossini nei Souvenirs personnels di Edmond Michotte.

(2) Atto I. La vendetta. L’azione si svolge a Milano tra il 1097 e il 1099. Nella chiesa di Sant’Ambrogio i cittadini sono riuniti per festeggiare il rito del perdono concesso da Arvino al fratello Pagano che in passato lo aveva aggredito in uno scatto di gelosia per amore della bella Viclinda, ora moglie di Arvino. Dopo lunghi anni di esilio, Pagano ritorna a Milano. I cittadini se ne rallegrano, ma al pentimento non credono né Arvino, né Viclinda, né la figlia Giselda. Il priore annuncia che Arvino sarà condottiero dei crociati lombardi in Terrasanta. Rimasto solo con lo scudiero Pirro, Pagano rivela il suo rancore per la cognata e il suo odio per il fratello, che decide di uccidere chiedendo la complicità di Pirro e di alcuni sgherri. Intanto nel palazzo di Folco, padre di Arvino e Pagano, Viclinda e Giselda temono l’avverarsi di un’orribile sciagura e fanno voto di recarsi pellegrine a Gerusalemme a pregare sul Santo Sepolcro. Arriva Pirro dicendo a Pagano che può agire in quanto suo fratello si è coricato; Pagano entra in azione e uccide il padre credendo di colpire Arvino. Pagano, inorridito, invoca su di sé la maledizione di Dio. Giselda si oppone all’uccisione di Pagano, dicendo che l’unico castigo che merita è il rimorso.
Atto II. L’uomo della caverna. Per espiare, Pagano si è recato in pellegrinaggio in Terrasanta, dove vive da eremita; vi giunge anche Arvino, il quale si è posto a capo dei crociati lombardi. La figlia di Arvino, Giselda, si trova in Antiochia, prigioniera nel palazzo del tiranno Acciano; un amore corrisposto lega la fanciulla a Oronte, figlio di Acciano. Non riconosciuto dal fratello, Pagano incoraggia i crociati e fa in modo che Arvino non perda la speranza di ritrovare Giselda, una volta conquistata Antiochia. I crociati liberano la fanciulla, che alla vista dei soldati insanguinati, temendo che anche a Oronte sia toccata la stessa sorte, maledice il trionfo cristiano. Arvino, giunto in quel momento, ripudia la figlia e tenta di ucciderla. Interviene l’eremita prendendo le difesa della donna, colpevole solo di essere innamorata.
Atto III. La conversione. Arvino, appreso che Oronte non è morto, decide di separarlo dalla figlia e, avendo sentito che Pagano si aggira nei pressi, si ripromette di punirlo. Intanto Giselda ha ritrovato Oronte ferito, e con lui si reca in una grotta; qui l’uomo viene battezzato da Pagano, prima di morire fra le braccia dell’amata.
Atto IV. Il Santo Sepolcro. Grazie a Pagano, Arvino e Giselda si ritrovano e spronano le truppe lombarde a combattere con coraggio. Infuria la battaglia per la conquista di Gerusalemme: i crociati, i pellegrini e le donne implorano l’aiuto divino. Alla battaglia partecipa uno sconosciuto che si copre di gloria. Ferito a morte viene portato alla tenda di Arvino, che infine riconosce in lui Pagano e gli concede il proprio perdono. Prima di morire, Pagano può ancora rallegrarsi di veder sventolare la bandiera cristiana su Gerusalemme liberata.

Nabucco

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★★★★☆

Il primo successo di Verdi

Nel 2012 in preparazione al bicentenario dalla nascita del maestro di Busseto la Unitel Classica e il teatro Regio di Parma mettono insieme il progetto “Tutto Verdi” comprendente la serie completa delle sue 26 opere. Al numero 3 c’è il Nabucodonosor (a partire dal 1844 semplicemente Nabucco), la prima grande opera dopo gli “esperimenti” di Oberto e di Un giorno di regno.

Debuttato il 9 marzo 1842 alla Scala con la Giuseppina Strepponi nella temibile parte di Abigaille, il dramma lirico in 4 parti su libretto di Temistocle Solera si rivelò un successo fin dalle prove: «il carattere dello spartito era talmente nuovo, talmente sconosciuto, lo stile così rapido, così insolito che lo stupore era generale e che cantanti, cori, orchestra, all’udire questa musica, mostravano un entusiasmo straordinario» (Arthur Pougin, riportato in Verdi di Massimo Mila).

Atto I – Gerusalemme, Nel tempio di Salomone, Ebrei e Leviti invitano le vergini ebree a pregare per la salvezza di Israele, poiché Nabucco, il re d’Assiria, li ha invasi. Entra Zaccaria, profeta ebraico, dicendo che Dio ha tratto in suo potere Fenena, figlia di Nabucco: lei forse potrà far ritornare la pace; invita perciò gli Ebrei a confidare nel loro dio. Improvvisamente si sentono urla: giunge quindi Ismaele, nipote di Sedecia re di Gerusalemme, per annunciare che Nabucco si sta avvicinando furibondo. Zaccaria affida Fenena a Ismaele, predicendo rovina al dio di Belo. Rimasti soli Ismaele e Fenena, ricordano quando, nelle vesti di ambasciatore di Giuda, Ismaele andò in Babilonia e fu imprigionato. Fu Fenena a salvarlo sia dalla prigione sia dall’amore furente della di lei sorella, Abigaille. Fenena gli rammenta la sua attuale condizione di schiava, e Ismaele, follemenente innamorato, le giura che le renderà la libertà. Mentre sta per aprire una porta segreta da cui fuggire, entra Abigaille, schiava creduta figlia primogenita di Nabucco, seguita da alcuni guerrieri babilonesi travestiti da Ebrei. Sorpresi i due amanti, ella accusa Ismaele di tradire la patria per una donna babilonese e grida vendetta, confessando di averlo amato e di avergli offerto anche il regno di Babilonia; sentendosi schernita, ha mutato ora il suo amore in odio, ma si dichiara pronta a salvarlo se Ismaele cambierà partito. Gli Ebrei sono in preghiera nel tempio, quando giunge la notizia che Nabucco a cavallo si sta avvicinando. S’avanza anche Abigaille, inneggiando a Nabucco: è lei che ha aperto il passo ai guerrieri babilonesi, che ora fanno irruzione nel tempio. Segue anche Nabucco, che viene affrontato da Zaccaria; questi minaccia di uccidere Fenena, che tiene in pugno, se Nabucco osasse profanare il tempio. Mentre Zaccaria sta per vibrare il colpo su Fenena, Ismaele ferma il pugnale; la fanciulla corre fra le braccia di Nabucco, che annuncia tremenda vendetta.
Atto II – L’empio. Abigaille ha in mano uno scritto, sottratto a Nabucco, nel quale scopre le sue origini servili. Per questa ragione Nabucco destina il trono alla figlia minore, Fenena, mentre Abigaille è tenuta in schiavitù. Questa sua condizione la rende furente contro tutti, al punto da minacciare di morte Fenena, il finto padre Nabucco e il regno. Il gran sacerdote di Belo avverte Abigaille che Fenena sta liberando gli Ebrei, per cui il popolo assiro acclama regina Abigaille. Nella reggia Ismaele incontra i Leviti che gli intimano di fuggire, maledicendolo perché ha tradito il suo popolo. Sopraggiunge Anna, che dice di aver pietà di Ismaele: ha salvato un’ebrea, Fenena, che si è infatti convertita al dio di Israele. Entra Abdallo dicendo che è stata annunciata la morte di Nabucco e che Abigaille è invocata regina.  Abigaille intima a Fenena di renderle la corona; ma entra Nabucco e, strappata la corona dalle mani di Abigaille, la sfida a prenderla dal suo capo. Nabucco ripudia il dio di Babilonia, che ha reso i babilonesi traditori, e quello degli Ebrei, che li ha posti in suo potere e, in un impeto d’orgoglio, dichiara sé stesso dio. A questa affermazione viene colpito da un fulmine e Nabucco sembra avere sul volto le tracce della follia: sconvolto, cade, invocando l’aiuto di Fenena, mentre Abigaille raccoglie la corona.
Atto III – La profezia. Negli orti pensili di Babilonia Abigaille è sul trono. Il sacerdote di Belo invoca la morte per tutti gli Ebrei e per Fenena per prima, perchè traditrice di Belo. Entra quindi Nabucco, trasandato e con abbigliamento lacero. Abigaille ordina di rinchiuderlo nelle sue stanze, poiché ha perso il senno, ma Nabucco rivendica il suo trono e affronta Abigaille chiedendole come osa sedervi. La donna dice di averlo occupato per il bene di Belo quando lui era demente e lo informa dell’imminente sterminio degli Ebrei. Nabucco è stupito, Abigaille rincara la dose e lo accusa di essere un vile e Nabucco, messo alle strette, firma allora l’ordine, ma quando si rende conto che in questo modo ha condannato anche Fenena vorrebbe tornare sui suoi passi. Abigaille non lo permette, e dice che avrà lei come figlia. Infuriato, Nabucco la definisce schiava e cerca il foglio che attesta la sua nascita servile, ma Abigaille lo estrae dal seno e lo distrugge. Abigaille fa rinchiudere Nabucco in prigione ed egli disperato le chiede di rendergli almeno Fenena. Intanto, sulle sponde dell’Eufrate, gli Ebrei incatenati pensano con nostalgia alla loro patria. Subito dopo giunge Zaccaria, che profetizza la futura liberazione del suo popolo.
Atto IV – L’idolo infranto. Negli appartamenti della reggia Nabucco sta dormendo. Si ode il suono di guerra e Nabucco si sveglia ansante credendo che Belo stia cadendo in mano agli Ebrei. Si affaccia alla finestra e vede la figlia Fenena tratta a morte in catene. Cerca di liberarsi, ma si rende conto di essere rinchiuso; disperato, si tocca la fronte e invoca il perdono al Dio di Giuda. Sentendosi guarito e rinvigorito riesce ad aprire con violenza la porta, ruba la spada ad Abdallo e corre a salvare Fenena. Intanto negli orti pensili il sacerdote di Belo attende Fenena, che si prepara al martirio. Irrompe Nabucco, con Abdallo e i guerrieri; cade l’idolo e Nabucco spiega come il dio di Giuda lo rese demente quand’era tiranno, facendo anche impazzire Abigaille che nel frattempo ha bevuto il veleno. Tutti si inginocchiano e rendono grazie a Dio. Entra Abigaille, in fin di vita, sorretta da due guerrieri: chiede perdono a Fenena, benedicendo il suo amore con Ismaele; muore implorando la pietà di Dio, mentre Zaccaria saluta Nabucco re dei re.

I libretti d’opera dell’800 – e questo del Solera, (basato sul Nabuchodonosor di Anicet-Bourgeois e Francis Cornu, 1836)  non fa eccezione – sono stati fatti oggetto talora di una critica letteraria spietata che ne ha messo in luce gli aspetti grotteschi e risibili, dimenticando però che il linguaggio del libretto non è una cosa a sé, ma è funzionale alla musica che accompagna. Certo che gli ottonari della cabaletta di Abigaille appartengono a uno stile eccessivo, hanno rime sgangherate e usano metafore logore, ma la musica li carica di connotazioni prima impensabili. «L’umil schiava» è stata proclamata regina, la sua rivincita sulle altezzose «regie figlie» si sta per compiere; ne esce un ritratto di donna vendicativa che approfitterà della sua posizione per sfogare un rancore represso da tempo. Quell’accenno infatti allo «sgabello insanguinato» ci suggerisce una certa cruenta lotta di potere che ha già mietuto vittime in abbondanza. Questo è quanto ci dicono i versi – e non è poco per due quartine di ottonari. Ma ecco che la musica riveste queste parole caricandole di un’ulteriore capacità connotativa.

La frase musicale su cui Abigaille canta i primi versi è concitata, procede per ampi salti d’intervallo, repentini passaggi di registro, note accentate, trilli nervosi. Non è l’incedere solenne di una regina nella sua maestà, è la foga un po’ isterica di una donna che si affanna per salire sul trono, inciampa nello strascico, le va la corona di traverso… Tutte cose che il testo poetico non faceva sospettare e che è la musica a mettere in luce. Da «vendetta» a «fulminar» c’è poi un salto vertiginoso di quasi due ottave (dal la sopracuto al do centrale) che ben dipinge l’abbattersi dal cielo della folgore vendicatrice. E al lampo segue il tuono: tre colpi di timpano concludono l’esposizione della prima strofa.

Se poi a cantare questi versi c’è una professionista dalla voce di acciaio come Dīmītra Theodosiou il ritratto del personaggio è perfetto. Assieme al Nabucco di Leo Nucci, inossidabile anche lui, forma il culmine del cast, per il resto modesto, di questa produzione del 2009 che si avvale della regia abbastanza statica di Daniele Abbado (che veste i coristi in abiti moderni mentre i personaggi principali sembrano usciti dalle figurine Liebig) e della energica direzione musicale di Michele Mariotti.

  • Nabucco, Luisotti/Abbado, Milano, 1 febbraio 2013
  • Nabucco, Oren/Bernard, Verona, 26 agosto 2017
  • Nabucco, Ciampa/Ricci-Forte, Parma, 29 settembre 2019
  • Nabucco, Renzetti/Cigni, Torino, 12 febbraio 2020
  • Nabucco, Fogliani/Jatahy, Ginevra, 11 giugno 2023