Quando Didone sceglie la vita: Busenello riscrive Virgilio
Francesco Caletti, passato alla storia con il nome di Francesco Cavalli dal cognome del suo mecenate veneziano Federico Cavalli, iniziò a comporre per il teatro relativamente tardi. Era il 1639 e il musicista, trentasettenne, aveva già costruito una solida carriera come cantante, dapprima tenore nella basilica di San Marco, quindi come organista, maturando quell’esperienza pratica che avrebbe fatto di lui il principale erede di Claudio Monteverdi nel nascente teatro d’opera veneziano. La Didone, rappresentata nel 1641, è soltanto la terza delle sue trentanove opere conosciute, anche se circa una dozzina sono purtroppo andate perdute. Già in questo lavoro, tuttavia, si riconoscono tutte le qualità che renderanno Cavalli il compositore operistico più rappresentato nella seconda metà del Seicento: una straordinaria sensibilità teatrale, una scrittura vocale naturalmente aderente alla parola e una capacità tutta veneziana di alternare episodi tragici, lirici e comici in un continuo fluire dell’azione.
Il libretto è firmato da Giovanni Francesco Busenello, uno dei più colti e raffinati librettisti del suo tempo, già autore dell’Incoronazione di Poppea monteverdiana. La fonte è naturalmente il quarto libro dell’Eneide, ma Busenello si concede una libertà che oggi può sorprendere, mentre era perfettamente accettabile nella poetica barocca. Alla tragica conclusione virgiliana sostituisce infatti un lieto fine: Didone non si suicida dopo l’abbandono di Enea, bensì accetta di sposare Iarba. Lo stesso autore, nella prefazione al libretto, sente il bisogno di giustificare questa scelta con una lunga e brillante dichiarazione poetica. Dopo aver riassunto i tre atti dell’opera, ricorda come ai poeti sia lecito «non solo alterare le favole, ma le istorie ancora», osservando che se Virgilio aveva già compiuto un celebre anacronismo facendo incontrare Enea e Didone, anche lui poteva concedersi la libertà di modificare il finale. Lo scopo è dichiarato apertamente: evitare «il fine tragico della morte di Didone» e offrire invece un esito lieto, nel quale la regina cartaginese ritrova una nuova possibilità di felicità. Con elegante ironia Busenello conclude augurando semplicemente ai lettori: «Vivete felici».
Prologo. La dea Iride attribuisce la caduta di Troia alla vendetta di Giunone (Era) per il giudizio di Paride. Ammonisce tutti i mortali a non offendere gli dèi.
Atto primo. Scena 1. I guerrieri troiani si preparano all’ultimo assalto contro i Greci. Creusa comprende che la città è ormai perduta. Supplica il marito Enea di rinunciare alla battaglia e di fuggire con lei, con il padre Anchise e con il figlio Ascanio. Enea, tuttavia, non si lascia convincere né dalla moglie né dal figlio e si getta in combattimento insieme agli altri Troiani. Scena 2. Ascanio vorrebbe seguire il padre in battaglia, ma Anchise glielo impedisce. Scena 3. Cassandra viene aggredita nel tempio dal greco Pirro. All’ultimo momento interviene Corebo per salvarla. Ferisce Pirro e lo mette in fuga, ma riceve a sua volta ferite mortali. Morente, dichiara il suo amore a Cassandra. Scena 4. Cassandra piange la morte di Corebo nel lamento «L’alma fiacca svanì». Scena 5. La dea Venere, madre di Enea, rivela al figlio che il destino di Troia è ormai segnato e gli ordina di abbandonare la città. Poiché un comando divino non può essere interpretato come vigliaccheria, Enea si decide a partire. Venere gli promette inoltre di rendere favorevole la dea Fortuna. Scena 6. Enea, Anchise, Ascanio e Creusa lasciano la città. Creusa viene uccisa dai Greci mentre torna a recuperare i suoi gioielli. Scena 7. L’anziana regina troiana Ecuba lamenta la rovina del suo regno e desidera soltanto morire nel lamento «Tremulo spirito». Cassandra le ricorda di aver previsto da tempo quella catastrofe, senza che nessuno le desse ascolto. Madre e figlia decidono di cercare insieme una «spada pietosa» che ponga fine ai loro giorni. Scena 8. Il greco Sinone deride i Troiani sconfitti e lo stesso Menelao, da lui ritenuto facilmente ingannabile. Scena 9. Mentre cerca la moglie, Enea incontra l’ombra di Creusa, che gli annuncia la propria morte e gli predice che Ascanio regnerà un giorno sull’Italia. Scena 10. Venere prega la dea Fortuna di gonfiare le vele delle navi troiane affinché Enea possa raggiungere rapidamente l’Italia. Fortuna prevede invece una terribile tempesta, ma promette che il destino condurrà comunque Enea sano e salvo sulle coste dell’Africa. Atto secondo. Scena 1. Iarba, re dei Getuli, è perdutamente innamorato della regina di Cartagine, Didone. Per avvicinarla senza essere riconosciuto si presenta in abiti civili e canta «Chi ti diss’io». Scena 2. Quando Didone passa con le dame di corte, Iarba le rivela la propria identità e le dichiara il suo amore. La regina lo respinge, sostenendo di essere ancora fedele al defunto marito Sicheo e di voler continuare a onorarne la memoria. Scena 3. Didone racconta alla sorella Anna un sogno angoscioso: una spada le trafigge il cuore mentre Cartagine va in rovina. Scena 4. Giunone, ancora ostile ai Troiani, chiede a Eolo, dio dei venti, di scatenare una tempesta per distruggere la flotta di Enea. Scena 5. L’iniziativa di Eolo, presa senza il consenso del dio del mare, provoca l’ira di Nettuno, che ordina alle ninfe marine di soccorrere le navi troiane. Scena 6. Venere, sotto le sembianze di una ninfa, attende l’arrivo del figlio sulle coste africane. Chiede all’altro figlio, Amore, di assumere le sembianze di Ascanio e di ferire dolcemente Didone con una delle sue frecce affinché si innamori di Enea. Il vero Ascanio, già addormentato per incanto, viene nascosto dalle Grazie nella dimora della dea. Scena 7. Enea sbarca con Acate e gli altri Troiani. Convinto che la rapida traversata e la miracolosa salvezza siano dono degli dèi, rende loro grazie. Scena 8. Mossa dall’amore materno, Venere si rivela a Enea e gli parla della bellezza della regina di Cartagine. Un messaggero riferisce che Anchise è stato catturato dagli abitanti del luogo. Enea incarica Acate di recarsi con Ascanio alla corte di Didone per chiedere aiuto. Scena 9. Didone accoglie con generosità gli ambasciatori troiani e concede loro ospitalità. Ascanio, che è in realtà Amore sotto mentite spoglie, le annuncia l’arrivo di Enea. La regina rimane subito colpita dalla sua nobile presenza e dal suo aspetto luminoso. Scena 10. Quando Enea le chiede protezione, Didone si adopera con ogni mezzo affinché lui e i suoi compagni trovino a Cartagine un’accoglienza degna. Scena 11. Tre dame di corte si rallegrano nel vedere che la loro sovrana sembra essersi finalmente innamorata di nuovo e decidono di seguirne l’esempio nel terzetto «Udiste, o mie dilette». Scena 12. Iarba comprende che il rifiuto di Didone era soltanto un pretesto e che la regina preferisce Enea. Accecato dalla gelosia, cade nella follia. Scena 13. Un vecchio compiange la sorte dello sventurato Iarba.
Atto terzo. Scena 1. Didone confida alla sorella Anna di sentirsi tormentata dal senso di colpa per l’amore che prova verso Enea, poiché teme di tradire così la memoria di Sicheo. Anna cerca di rassicurarla e la invita ad abbandonarsi ai propri sentimenti. Una battuta di caccia insieme all’eroe troiano potrebbe trasformare il suo dolore in felicità. Scena 2. Iarba, ormai impazzito, corteggia senza criterio due dame di corte. Scena 3. I cacciatori si preparano con entusiasmo all’imminente battuta di caccia. Scena 4. Giove ordina a Mercurio di richiamare Enea al proprio destino, impedendogli di lasciarsi sopraffare dall’amore. Scena 5. Enea e Didone si sono ritirati in una grotta appartata, dove la regina si è addormentata. Mercurio appare a Enea e gli ricorda la missione affidatagli dagli dèi: fondare un nuovo regno in Italia. Lo esorta quindi a riprendere il viaggio. Scena 6. Enea è combattuto fra il dovere e l’amore. Alla fine prevale il senso della missione affidatagli dal Fato. Prima di partire contempla con struggimento Didone addormentata e le rivolge il commiato «Dormi, cara Didone». Scena 7. Al risveglio Didone comprende con disperazione di essere stata abbandonata. Ogni supplica rivolta a Enea è vana e la regina, sopraffatta dal dolore, sviene. Scena 8. L’ombra di Sicheo appare a Didone, rimproverandole di aver dimenticato il marito e giurando vendetta. Scena 9. Le tre dame di corte superano rapidamente la partenza degli uomini, poiché considerano l’amore con molta leggerezza. Scena 10. Mercurio libera Iarba dalla follia e gli promette una vita felice accanto a Didone. Scena 11. Disperata, Didone chiede che le venga consegnata una spada per togliersi la vita , ma Iarba glielo impedisce. Scena 12. A sua volta Iarba tenta di uccidersi, ma viene fermato da Didone. La regina rinuncia infine alla morte e accetta di sposarlo. L’opera si conclude con il duetto «Son le tue leggi, Amore».
L’opera originale è caratterizzata da un libretto particolarmente esteso e ricco di digressioni, come del resto avveniva nella maggior parte del teatro musicale del primo Seicento. Non bisogna dimenticare che l’opera, all’epoca, non costituiva il semplice intrattenimento serale cui siamo abituati oggi, ma rappresentava un vero evento mondano capace di occupare gran parte della giornata. Gli spettatori entravano e uscivano dai palchi, conversavano, cenavano, giocavano d’azzardo e seguivano l’azione con un’attenzione intermittente. Era quindi del tutto normale che uno spettacolo si protraesse per molte ore.
Per questa produzione del Théâtre des Champs-Élysées del 2011 il testo viene opportunamente alleggerito. Clément Hervieu-Léger, regista proveniente dalla Comédie-Française e qui impegnato in una produzione realizzata originariamente per il teatro di Caen, elimina circa il quaranta per cento del libretto, rendendo la narrazione più concentrata senza tradire lo spirito dell’originale. Nonostante questi consistenti tagli, lo spettacolo supera comunque abbondantemente le tre ore di durata, a testimonianza della monumentale concezione teatrale dell’opera secentesca.
Questa produzione rappresenta inoltre il primo incontro fra William Christie e La Didone, nonché il primo autentico confronto de Les Arts Florissants con il teatro di Cavalli. Una sfida non priva di difficoltà, considerando che le partiture superstiti del compositore veneziano conservano una notazione estremamente essenziale, limitandosi spesso alla linea vocale e al basso continuo. Tutto il resto deve essere ricostruito attraverso una paziente opera di studio e di immaginazione storicamente informata.
Christie affronta questo compito con la consueta intelligenza musicale. La sua ricostruzione orchestrale evita qualsiasi tentazione di spettacolarizzazione moderna e si mantiene fedele alle pratiche esecutive del Seicento veneziano. L’organico rimane volutamente esile, formato prevalentemente da strumenti ad arco con il sostegno discreto del continuo. È vero che una compagine così ridotta tende inevitabilmente a disperdersi nella vasta sala del Théâtre des Champs-Élysées, concepita per ben altri organici orchestrali, ma il direttore preferisce sacrificare una parte dell’impatto sonoro piuttosto che rinunciare all’autenticità stilistica.
Particolarmente riuscita è la realizzazione del basso continuo. Il clavicembalo accompagna il canto con estrema eleganza, senza mai sovrastare le voci e lasciando sempre in primo piano il testo poetico, autentico motore drammatico dell’opera. È proprio questa attenzione alla parola che costituisce uno dei maggiori meriti della lettura di Christie, il quale restituisce pienamente quella naturale fusione fra musica e declamazione che rappresenta uno dei tratti distintivi del primo melodramma italiano.
Il cast è numeroso, come richiede la drammaturgia di Busenello, ma tre personaggi dominano nettamente l’azione. Il migliore è senza dubbio l’Enea di Krešimir Špicer. Il tenore croato offre un protagonista di grande fascino, lirico ma anche intenso sul piano espressivo. La voce è luminosa, il fraseggio sempre accurato e soprattutto colpisce la perfetta dizione italiana, qualità tutt’altro che scontata in questo repertorio e fondamentale per valorizzare la ricchezza del testo poetico.
Più controversa appare invece l’interpretazione di Anna Bonitatibus nel ruolo di Didone. Il mezzosoprano affronta il personaggio con la consueta eleganza musicale, ma la sua caratterizzazione tende talvolta a un certo manierismo interpretativo, che finisce per attenuare l’immediatezza emotiva della regina cartaginese. Rimane comunque una prova di notevole livello, soprattutto nei momenti di maggiore introspezione.
Molto convincente è invece Xavier Sabata nei panni di Iarba. Il controtenore spagnolo restituisce con intensità il progressivo tormento del re africano, delineandone efficacemente tanto la passione amorosa quanto la successiva follia. La sua presenza scenica e la sensibilità del fraseggio rendono il personaggio ben più complesso della semplice figura del rivale respinto.
Ex collaboratore di Patrice Chéreau, Clément Hervieu-Léger dimostra nella regia una particolare attenzione al lavoro sugli attori. Più che cercare effetti spettacolari, preferisce costruire relazioni credibili fra i personaggi, facendo emergere con chiarezza le dinamiche psicologiche che attraversano l’opera. Anche l’ambientazione accompagna efficacemente lo sviluppo della vicenda, passando dalle rovine fumanti di Troia alla luminosa Cartagine attraverso pochi ma significativi elementi scenici.
Fra questi spicca la carcassa di un cervo che compare nel primo atto come simbolo della città distrutta dalla guerra. L’immagine ritorna nel terzo atto assumendo un nuovo significato: non rappresenta più la morte di Troia, ma diventa il segno visibile dell’abbandono e della devastazione interiore di Didone. È uno di quei dettagli che rivelano la cura con cui la regia costruisce una rete di rimandi simbolici senza mai appesantire la narrazione.
L’edizione video, purtroppo, si dimostra assai meno generosa sul piano editoriale. Gli extra sono praticamente inesistenti e si limitano a una semplice galleria dei personaggi, davvero poco per una produzione di tale interesse musicologico. Ancora più incomprensibile è l’assenza dei sottotitoli in italiano, proprio nella lingua originale dell’opera. Una scelta che lascia francamente perplessi, soprattutto considerando che un titolo di Cavalli dovrebbe trovare nel pubblico italiano uno dei suoi destinatari naturali. È un piccolo ma significativo segnale della scarsa considerazione riservata dal mercato internazionale all’editoria musicale italiana. O tempora…
⸪