Armide

 

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Scherzi del cuore

Ultima opera scritta da Philippe Quinault per Lully e tratta dal poema del Tasso, questa tragédie en musique è da tutti consi­derata il capola­voro del musicista francese che la completò nel 1686, un anno prima di morire. La vicenda è tutta incentrata sulla figura della principessa e maga Armida e del suo rapporto con il cavaliere Renaud (Rinaldo). Questa donna ragno cattura le sue vittime maschili facendole innamora­re senza speranza, ma tutto cambia quando è lei stessa vittima del senti­mento per l’eroe che più odiava e che voleva distrugge­re. Alla fine è lei ad essere distrutta dopo che Renaud l’abbando­na per scegliere la gloria al posto dell’amore.

Ed è la Gloria, assieme alla Saggezza, a introdurci alla vi­cenda in un prologo talmente encomiastico del re Luigi XIV da risultare im­barazzante – ma non per il re stesso che, tra l’altro, non si degnò di assistere alla prima né alle rappresentazioni private che si tennero in seguito negli appartamenti di Versailles.

Prologo. La Gloria e la Saggezza a dialogo, come due dame che si dividono equamente i favori del cuore di Renaud, ne lodano gli eroismi in guerra e in pace; egli saprà trionfare, proclamano entrambe, anche sulle tentazioni dell’amore. Atto primo. Una grande piazza sormontata da un arco di trionfo. Armide si lamenta con le sue confidenti Sidonie e Phénice: al momento del suo più grande trionfo, l’aver fatto innamorare di sé tutti i cavalieri crociati, una profonda tristezza l’affligge. Renaud resta ancora insensibile alle lusinghe del suo fascino e della sua bellezza. Per questo Armide lo ammira e lo odia al tempo stesso. La maga è sollecitata da Hidraot a scegliersi uno sposo tra i grandi cavalieri che sono ai suoi piedi. Ma ella ribatte che solo chi saprà vincere Renaud sarà degno di lei. Il trionfo di Armide viene celebrato con un esteso divertissement. I festeggiamenti sono interrotti dall’arrivo di Aronte: Renaud, con la forza del suo solo valore, ha liberato i cavalieri cristiani prigionieri di Armide, che giura vendetta. Atto secondo. Un’aperta campagna, ove un fiume forma un’isola amena. Renaud, bandito dal campo dei cavalieri cristiani, è raggiunto dal fido Artémidore, che lo invita a farvi ritorno e a guardarsi dalle insidie di Armide. Hidraot e Armide invocano le potenze infernali perché conducano in loro potere Renaud, vittima designata. Renaud, solo, è sedotto dalle bellezze naturali dell’isola, si dice incapace di lasciarla e cade addormentato. Le potenze infernali inviate da Armide si manifestano sotto le forme ingannatrici e attraenti di naiadi, ninfe, pastori e pastorelle che adornano il dormiente con corone di fiori. Armide potrebbe ora celebrare la sua vendetta contro Renaud vinto dal sonno. Si accinge a colpirlo, ma esita ed è presa dalla pietà: Renaud le appare «fatto non solamente per la guerra, ma per l’amore». Ordina dunque alle schiere di demoni di trasformarsi in amabili zefiri, che conducano entrambi sul suo carro fino ai più lontani confini del mondo. Atto terzo. Un deserto. La collera di Armide si è mutata in languore: ora è la maga a trovarsi prigioniera di Renaud, vinta da spontaneo amore per lui. L’amore di Renaud è invece una mera apparenza, si duole Armide con Phénice e Sidonie, perché è solo il frutto dell’artificio indotto dall’incantesimo. Armide invoca allora una seconda volta le potenze infere affinché la salvino dall’amore. In risposta alla chiamata di Armide compaiono l’Odio e il suo seguito, apprestandosi a spezzare e distruggere ogni vincolo d’amore. Ma Armide comanda all’Odio di interrompere la sua opera, preferendo restare «sotto la legge del suo dolce dominatore». L’Odio compiange la debolezza amorosa di Armide, che la condurrà «a un orribile abisso», e la punisce del suo voltafaccia minacciandola di lasciarla per sempre in preda del suo amore. Atto quarto. Ubalde e le Chevalier Danois si dirigono verso il palazzo di Armide per liberare Renaud, respingendo i mostri inviati contro di loro dalla maga. Ma costei ora scaglia contro di loro le lusinghevoli forze dell’incantesimo amoroso, sotto le apparenze di Lucinde e Mélisse: ma al tocco dello scettro d’oro donato da un mago ai cavalieri, a difesa dagli incantesimi, le «pericolose dolcezze delle illusioni amorose» svaniscono. Atto quinto. Il palazzo incantato di Armide. Renaud giace ai piedi di Armide, privo di armi e ricoperto di ghirlande di fiori. La maga si allontana dall’amato per interrogare le potenze infernali e lo affida ai Piaceri e agli Amanti fortunati. Ma Renaud respinge i Piaceri, desideroso solo del ritorno di Armide. Ubalde e le Chevalier Danois, approfittando dell’assenza di Armide, mostrano a Renaud l’altro dono del mago: uno scudo di diamante che gli permette di rinsavire. I cavalieri si accingono a lasciare l’isola, e la maga, disperata, cerca in ogni modo di trattenere Renaud offrendosi sua prigioniera, cercando ora di minacciarlo ora di impietosirlo. Ma Renaud resiste alle sue lusinghe e la lascia, non senza parole di compianto per la sua infelice sorte. Armide, abbandonata, lamenta il proprio destino. Scaccia i Piaceri dal palazzo e ordina ai demoni che venga distrutto, augurandosi che con esso resti sepolto anche il funesto amore per Renaud; quindi si allontana sul suo carro volante.

Registrata nel 2008 allo Châtelet di Parigi, questa produzio­ne si avvale della pregevole direzione di William Christie con l’orchestra de Les Arts Florissants e la messa in scena di Robert Carsen. Il geniale regista canadese immagina la vicenda come sognata da un visitatore di Ver­sailles il quale giunto nella chambre du roi si addormenta sul letto del Re Sole e sogna di essere il cavaliere crociato. Un espe­diente non dissimile sarà nuovamente adottato da Carsen nel suo Rinaldo di Händel a Glyndebourne.

Il castello della maga è quindi tutto condensato in una re­plica del­la camera da letto del re, con il suo baldacchino e la transenna al di là della quale i cortigiani assistevano prima al Pe­tit Lever (in cui il monarca veniva lavato e rasato) e poi al Grand Lever (vestizione e prima colazione a base di brodo di carne). Invece dell’oro dell’originale tutta la scena è di colore grigio argento, così come i costumi dei sudditi di Armida, cui sola è conces­so il color rosso. Poi quando verrà abbandonata sarà lei a indossare il color argento mentre il rosso trionfante passerà su Renaud.

Stéphanie D’Oustrac sostiene con molta bravura sia vocale che interpretativa il ruolo estenuante del titolo mentre Paul Agnew, più fortuna­to, passa la maggior parte del tempo addor­mentato, ma quando è ora sostiene egregiamente una parte che ai tempi di Lully era destinata a un haute-contre, il tono più acuto delle voci maschili, un tim­bro adatto più alla declamazione che alla colo­ratura. La parte di Odio è affidata a un Laurent Naouri impagabi­le in négligé di satin rosso fuoco come tutto il suo cor­teo in­fernale, quasi a evi­denziare l’aspetto malvagio della principessa mussulmana, in una specie di esorcismo al contrario in cui le si vuole estirpare l’amore dal cuore.

Un ruolo importante, come in tutte le opere francesi dell’e­poca, è quello del balletto. Qui la coreografia di Jean-Claude Gal­lotta adot­ta gesti moderni ma in sintonia con la musica e soprat­tutto esegui­bili anche dal coro che sembra partecipare volentieri oltre che con il canto anche con passi danzati.

Quasi tre ore di musica e un ampio documentario con interes­santi interviste ai curatori dei musei di Versailles.

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