Philippe Quinault

Phaéton

Jean-Baptiste Lully, Phaéton

★★★★☆

Versailles, Opéra Royal, 2 giugno 2018

(video streaming)

Il Sole sul carro e il Sole sul trono

Allegoria della divorante ambizione per il potere, la tragédie lyrique su libretto del Quinault (tratto dalle solite Metamorosi ovidiane) si sviluppa musicalmente in un declamato arioso strettamente legato alla parola che nel 1683 andava contro corrente rispetto a quanto si faceva nell’opera veneziana,  dove la forma aria-recitativo assumeva il predominio. Per certi verso il Phaéton di Lully è quindi il testimone oltralpe del recitar cantando nato a Firenze e divenne fondamentale per l’opera francese, essendo la sua “sublimità retorica” pienamente congeniale alla corte del Re Sole.

E anche qui si parla del Sole, o meglio del carro del Sole secondo la vulgata mitologica, su cui salirà per la prima e ultima volta, giacché ci perderà la vita, Fetonte.

Il prologo ha il consueto fine encomiastico, celebrativo delle qualità del monarca: nei giardini del palazzo di Astrea si celebra «un eroe cui spetta gloria immortale» e i personaggi divini proclamano l’avvento di una nuova età dell’oro (quella di Luigi XIV) in cui regnano pace e giustizia. Nella rielaborazione di Quinault, il mito di Fetonte viene arricchito da un intreccio di carattere sentimentale: Teone, figlia di Proteo, capisce che Fetonte non l’ama più e intende sposare Libia, figlia del re Merope, per diventare re d’Egitto. Climene, madre di Fetonte, dapprima sostiene il figlio nei suoi progetti, ma dopo la profezia di morte di Proteo cerca invano di dissuaderlo. Merope annuncia di aver scelto Fetonte come proprio successore, provocando la disperazione di Libia, che ama riamata Epafo, figlio di Iside. Quest’ultima rifiuta le offerte sacrificali di Fetonte, che vengono distrutte nel suo tempio trasformato in un abisso abitato dalle Furie. Per dimostrare le proprie origini divine al rivale Epafo, Fetonte ottiene dal padre, il Sole, di guidare il suo cocchio, ma quando perde il controllo rischiando di incendiare la Terra viene colpito da un fulmine di Giove.

Non è facile capire il parallelismo del Re Sole con uno dei personaggi dell’opera. Certo non con Fetonte, la cui ambizione si rivela mortale, ma neppure con il Sole (Apollo), un dio che vede il figlio distrutto sotto i propri occhi. Allora non rimane che Giove, dispensatore di punizione a chi troppo ambisce, ma purtroppo non si sa come venne effettivamente letta a corte questa allegoria.

C’è chi visto nel Phaéton di Lully un’allusione alla caduta di Fouquet, colpevole di essersi troppo elevato alla corte del Re Sole. Ma il tema è sempre attuale e la messa in scena di Benjamin Lazar gioca con i luoghi e i tempi mescolando pronuncia antica e gesticolazione dell’epoca barocca con i fantasiosi costumi di Alain Blanchot e le scenografie di Mathieu Lorry-Dupuy, a un tempo sobrie e monumentali, con prismi dorati per la scena del palazzo del Sole. Invece delle coreografie alla fine del II atto vengono proiettati video di parate militari di tutte le epoche – un’altra forma di esibizione del potere – e immagini caleidoscopiche.

Vincent Dumestre, alla guida di un nutrito ensemble formato dal Poème Harmonique e dagli strumentisti di MusicÆterna, ottiene un ricca tavolozza di colori aiutato da un coro impegnato anche in passi di danza. Eccellente il reparto vocale femminile in cui Eva Zaïcik delinea una casta Libye, Lea Trommenschlager un’autorevole Clymène e Victoire Bunel una sensibile Théone. Nonostante un ruolo musicalmente poco impegnativo, lo haute-contre Mathias Vidal riesce a creare un Phaéton di rara eleganza ed efficacia, certo non a rendercelo simpatico, impresa impossibile. Ma è Cyril Auvity (nelle tre parti del Sole, del Tritone e della Terra ferita) a destare la maggiore impressione dal punto di vista vocale. Altrettanto degna di nota è la resa vocale di Lisandro Abadie, anche lui nell’impegno triplice di Epaphus, Jupiter e Saturn in cui fa rifulgere un’ampia tessitur. Nelle parti minori figurano efficacemente Elizaveta Svešnikova (Astrée), Aleksandre Egorov (Merops) e Viktor Šapovalov (Protée).

Teseo

★★★☆☆

«Recitativo orrido con stromenti: Medea»

Unica opera di Händel in cinque atti e anche unica ad essere in buona parte la traduzione in italiano di un’altra opera (il Thésée di Quinault musicato da Lully nel 1675) il Teseo venne presentato al Queen’s Theatre il 10 gennaio 1713. Anche se non è menzionato nel libretto a stampa, è quasi certo che l’autore del testo sia Nicola Haym, visto che è sua la dedica a Richard Boyle, conte di Burlington e destinatario di altre due opere händeliane, Il pastor fido e Amadigi di Gaula. Un’orchestra ricca e timbricamente varia e un’inesauribile dovizia di melodie ed armonie fanno di questa quinta opera di Händel una delle sue più belle.

La vicenda del Teseo non differisce molto da quella raccontata da Plutarco, tra i tanti, ma si concentra sull’episodio dell’arrivo ad Atene di Teseo al tempo in cui Medea era consigliera di Egeo e di come incappi e sfugga alla sua collera. Ai tre personaggi citati si aggiungono Agilea, Arcane e Clizia, con corrispettive vicende sentimentali.

Atto I. La principessa Agilea esprime alla sua compagna, la giovinetta Clizia, preoccupazione per la sicurezza di Teseo, in guerra contro i nemici di Atene, del quale lei è perdutamente innamorata. Clizia ha un fidanzato, Arcane, che le promette di amarla per sempre, ma quando lei gli chiede di scoprire ciò che può per la sicurezza di Teseo, Arcane diventa geloso. Gli ateniesi sono stati vittoriosi in battaglia e il re Egeo dichiara che il suo matrimonio annunciato con Medea, una maga, ora non è più confacente a un sovrano potente come lui e prenderà quindi la principessa Agilea come sua sposa.
Atto II. Medea è furiosa per l’umiliazione causatale dal rifiuto del re, ma si addolsce quando il re viene a suggerirle di sposare l’eroe Teseo al suo posto, dato che in realtà lei ne è già innamorata. Arcane, che è geloso di Teseo avendo mal interpretato la preoccupazione della fidanzata Clizia per lui, mette in guardia il re di non fidarsi di Teseo che, insinua, vuole rovesciare Egeo dal trono e prendere il suo posto ora che è diventato un eroe militare così importante. Anche Medea nel frattempo insinua il seme della sfiducia nella mente di Teseo dicendo che il re è geloso di lui.
Atto III. Arcane ha deciso di gettare alle spalle la sua gelosia e di chiedere in matrimonio Clizia. Il Re, saputo che Agilea non è innamorata di lui ma di Teseo, non vuole costringerla a sposarlo e dà il suo consenso a che Agilea e Teseo siano uniti. Gli innamorati sono felici di questa notizia, ma Medea, insultata e respinta una volta di più, irrompe nella stanza dove Agilea e Teseo stanno celebrando la loro riunione e, facendo un incantesimo, cambia la scena in un deserto pieno di mostri terrificanti che portano via Agilea.
Atto IV. Egeo, inorridito, giura che Medea sarà punita. Nel regno incantato dove Agilea è prigioniera, Medea le dice che deve accettare di sposare il re, invece di Teseo, oppure l’eroe incontrerà la morte. Medea le mostra una visione di Teseo che dorme, minacciato dagli spettri che vogliono ucciderlo. Agilea si impegna a rinunciare a lui e sposare il re per salvare la vita di Teseo, dopo di che Medea trasforma la scena in un regno paradisiaco dove Teseo sente la voce di Agilea fra le lacrime dirgli che non lo ama più. Il dolore di Agilea commuove Medea, che rassicura gli amanti che non cercherà più di separarli.
Atto V. La simpatia di Medea per l’amore di Teseo e Agilea non dura a lungo; ancora una volta tormentata dalla gelosia, convince il re che Teseo è una minaccia al suo trono e dà una coppa al re per avvelenare Teseo. Teseo e Agilea entrano con i loro amici per celebrare il loro matrimonio. Il re offre da bere a tutti per festeggiare la loro felicità e porge a Teseo la bevanda avvelenata per scambiare un brindisi con lui. Teseo sguaina la spada per giurare la sua fedeltà al re e sta per bere la bevanda quando il re riconosce la spada come quella che aveva mandato lontano tanti anni prima con suo figlio neonato in modo da poterlo riconoscere quando fosse cresciuto. Il Re scaglia via la coppa dalle mani di Teseo e lo abbraccia come suo figlio. Non solo Teseo e Agilea ora godono della futura felicità coniugale, ma anche Arcane e Clizia possono sposarsi. Medea, infuriata, appare su un carro volante trainato da draghi che sputano fuoco. Giurando vendetta ordina ai draghi di mandare a fuoco il palazzo, ma la dea Minerva discende dal cielo, bandisce Medea e benedice il Re, le due coppie di amanti e Atene.

La vicenda da telenovela con le smanie e i repentini cambiamenti d’umore della maga è messa in scena nel 2003 nello storico e prezioso teatrino di corte del castello del Neues Palais di Potsdam in occasione del festival dedicato al compositore di Halle. Di ottimo livello la smilza Lautten Compagney Berlin diretta da un eccellente Wolfgang Katschner che punta a forti contrasti dinamici teatralmente molto efficaci. Tali sono in questo senso il duetto Clizia-Arcane del terzo atto e quello Agilea-Teseo che conclude il quarto. Non manca certo la fantasia a questo esperto del barocco, pur nella perfetta aderenza allo stile dell’epoca.

Tre interpreti femminili e tre maschili si dividono equamente la scena, ma sono le donne a dominare con la loro prestanza vocale. Dalla minacciosa Medea di Maria Riccarda Wesseling, dalla forte personalità resa con grande espressività; all’Agilea di Sharon Rostorf-Zamir, che fin dalla prima aria («È pur bello in nobil core») dispiega con agio le agilità e le ornamentazioni di numeri spesso accompagnati da uno strumento obbligato (come l’oboe) o solista (il liuto per la sua aria del quarto atto, «Amarti io sì vorrei», suonato dallo stesso Katschner); alla Clizia di Miriam Meyer, la più leggera delle tre.

Sono affidati a tre controtenori i ruoli maschili, ma qui le cose sono meno soddisfacenti. Nella parte di Teseo si cala il cantante polacco Jacel Laszczkowski dalla vocalità chiarissima e dai fiati corti; ancora più esile, al limite della evanescenza il fatuo Egeo di Martin Wölfel; meglio l’Arcane di Thomas Diestler, soprattutto nelle agilità di «Benché tuoni e l’etra avvampi», staccate con tempi giustamente forsennati dal direttore.

A parte una certa gesticolazione manierata, sono comunque tutti ottimi attori anche se il testo viene storpiato in più punti (fanno/sanno, farò/sarò, saria/sarria, porgeratti/porgerati, càngiansi/cangiànsi, truciderò/traciderò ecc.).

Pannelli scorrevoli, un trono e l’inquietante letto di Medea fatto di capelli come il suo vestito (costumi e scene di Stephan Dietrich) sono i soli elementi di una scenografia minimalista, ma con grande profusione di oro. Il regista Axel Köhler fa di necessità virtù del minuscolo palcoscenico dalle limitatezze tecniche e non a riuscendo a ricreare l’ambiente fiabesco evocato dal libretto, punta sull’ironia come nelle bizze di Egeo o nel finale dove il messaggero di Minerva arriva avviluppato in un foglio di carta da musica con la partitura dell’opera e due paggetti spingono la riottosa Medea a unirsi nel coro finale mentre loro si affiancano per mostrare la scritta “lieto fine” sui loro costumi.

La vivace regia video riprende con impietosi primi piani i cantanti, ma la fotografia rende bene l’illuminazione quasi d’epoca impiegata. Il DVD ha i sottotitoli in italiano e, cosa rara, permette di seguire lo spettacolo sovrapponendo la partitura: interessante ma in realtà poco leggibile.

Persée

★★★☆☆

Un Lully canadese

Persée, nona tragédie lyrique in cinque atti di Lully, fu scritta su testo di Philippe Quinault, come la quasi totalità delle opere del compositore italo-francese.  Venne rappresentata il 18 aprile 1682 al Théâtre du Palais-Royal e poi a luglio a Versailles, dove si era trasferita la corte per l’estate.

«È ancora una volta dalle Metamorfosi di Ovidio che Quinault trae lo spunto mitologico e letterario sul quale lavora per amalgamare il mito di Perseo con quello del Re Sole. La sua capacità di traslare la concezione tardocavalleresca dell’amore stemperandone i toni eroici alla Corneille per rapportarli a un più corrente sentimentalismo, fu il fulcro del progressivo passaggio dal codice linguistico della tragedia a quello dell’opera. Operazione compiuta con linguaggio aulico di somma eleganza, ideale per i gusti di un pubblico d’estetizzante raffinatezza benché di cultura non certo eccelsa; e con taglio teatrale oltremodo logico e scorrevole». (Elvio Giudici)

Prologo. In un boschetto Virtù, Innocenza, Fortuna, Magnificenza, Abbondanza e i loro seguiti elogiano «le héros glorieux qui calme l’Univers» in cui si riflette il monarca Luigi XIV.
Atto I. Il palazzo del re Cefeo e della regina Cassiopea di Etiopia. Il re esprime il terrore che il suo popolo prova per Medusa con i suoi capelli di serpente: chi la guarda viene tramutato in pietra. Medusa era stata mandata da Giunone per punire la regina Cassiopea per l’insolenza di paragonare la sua bellezza a quella della dea. Per placarne l’ira Cassiopea fa allestire dei giochi in suo onore. La sorella Merope è segretamente innamorata di Perseo che però ama, ricambiato, Andromeda, figlia del re e promessa a Fineo, suo zio. Per gelosia Fineo la accusa di amare un altro, ma Andromeda lo assicura che adempirà al suo dovere di amarlo. Al termine dell’atto apprendiamo che Giunone ha rifiutato i sacrifici fatti in suo onore e che Medusa sta mietendo altre vittime.
Atto II. I Giardini del Palazzo. Cefeo annuncia che Perseo combatterà Medusa per liberare l’Etiopia dal suo terrore e se ci riuscirà potrà avere Andromeda, suscitando così l’indignazione di Fineo. Andromeda e Merope confessano il loro reciproco amore per Perseo e pregano per il suo ritorno sicuro. Mercurio garantisce a Perseo il sostegno di tutti gli dèi, eccetto Giunone. I ciclopi portano a Perseo una spada forgiata da Vulcano, le ninfe guerriere lo scudo  di Pallade e gli spiriti fieri escono dal sottosuolo con il casco di Plutone.
Atto III. L’antro delle Gorgoni. Un tempo bella donna rinomata per i suoi splendidi capelli, Medusa racconta come è stata trasformata in un mostro dai capelli di serpenti per mano della dea Pallade Atena, che era gelosa di lei. Mercurio lancia un incantesimo del sonno su Medusa e le Gorgoni che cercano ma non riescono a resistere e si addormentano. Utilizzando lo scudo di Atena come uno specchio per evitare di guardare direttamente Medusa, Perseo le taglia la testa. Utilizzando il casco di Plutone per rendersi invisibile, Perseo fugge all’ira delle Gorgoni portando seco la testa di Medusa.
Atto IV. Un litorale roccioso in Etiopia. Gli Etiopi aspettano gioiosi Perseo vittorioso. Sorge una tempesta e un marinaio annuncia che la furiosa Giunone, insieme a Nettuno, è determinata a sacrificare Andromeda a un mostro marino. Davanti allo sguardo disperato del re, i tritoni incatenano Andromeda ad uno scoglio. All’ultimo momento Perseo corre verso il mostro marino e lo uccide. La tempesta finisce e gli etiopi festeggiano la vittoria.
Atto V. Sala di ricevimento preparata per il matrimonio di Perseo e Andromeda. Merope e Fineo tramano assieme per vendicarsi di Perseo con l’aiuto di Giunone. Mentre il Sommo Sacerdote inizia la cerimonia nuziale, tuttavia, Merope si pente e avverte Perseo che si stanno avvicinando gli assassini di Fineo. Gli ospiti di nozze fuggono. Nella battaglia che segue, Merope è colpita a morte. Con l’aiuto di Giunone, la battaglia va a favore di Fineo, ma Perseo usa la testa di Gorgone per trasformare il suo nemico in pietra. La scena cambia nel palazzo di Venere, la quale discende dal cielo per annunciare che Giunone è placata e gli etiopi possono ora vivere in pace. Mentre Cefeo, Cassiopea, Perseo e Andromeda volano sulle ali di Mercurio, gli Etiopi celebrano il felice esito con balli e canti.

L’opera contiene pagine bellissime, come il toccanto duetto delle due donne che amano Perseo, Merope e Andromeda, ma che abbandonano la loro rivalità davanti ai pericoli cui corre l’amato. Il loro è un amore generoso, ben diverso da quello egoistico di Fineo che, piuttosto di vedere Andromeda nella braccia del rivale, la preferirebbe morta («Et, si je ne puis voir son coeur en ma puissance, | Je jouirai de ses tourments»). Generoso è anche l’amore che professa Perseo: «Je serai malheureux, désespéré, jaloux; | Mais je mourrai content si vous vivez heureuse».

Prodotto dalla Opera Atelier di Toronto e presentato all’Elgin Theatre nel 2004, l’allestimento di Marshall Pynkoski si muove tra la ricostruzione filologica e lo spettacolo camp: scene dipinte con dèi che scendono su nuvole dorate (di Gerard Gauci), costumi ricchi ed eclettici per le donne (dal Rinascimento all’Impero la costumista Dora Rust-D’Eye non si fa mancare nulla), brache attillatissime di velluto per i maschi, recitazione e gesti manierati per tutti con profluvio di riverenze e infine gli immancabili passi di danza saltellanti “d’epoca” (coreografie di Jeannette Zingg); poi però Medusa e le Gorgoni sono un esilarante terzetto di drag queen e il mostro marino che deve divorare Andromeda un draghetto da cartone animato. Il piccolo palcoscenico a fatica riesce a contenere cantanti e ballerini e il coro è posizionato nei palchi laterali da cui spesso si esibiscono gli interpreti.

Con il taglio del prologo e di alcune pagine, sotto l’attenta e brillante direzione di Hervé Niquet della Tafelmusik Baroque Orchestra, avvezza quindi a questo repertorio, c’è un cast di specialisti, anche se non tutti di madre lingua francese e dalla dizione non esente da difetti. Nel ruolo titolare la voce sbiancata e la presenza un po’ scialba di Cyril Auvity che non solo ha ben poco da cantare ma che qui è spesso sostituito da una controfigura per le scene di duello, di danza o acrobatiche. Chi più si fa notare è la Merope di Monica Whicher dalla voce sontuosa e dalla intelligente articolazione della parola cantata. Olivier Laquerre rende meglio come Medusa in drags che come Re Cefeo; Alain Coulomb è l’efficace vilain Fineo, Marie Lenormand e Sthephanie Novacek accettabili Andromeda e Cassiopea.

Immagine in 16:9 e sottotitoli in francese, tedesco e inglese. Tre tracce audio e poco più di due ore di musica.

Cadmus et Hermione

★★★★☆

Allestimento filologico per la prima opera di Lully

La stessa compagine orchestrale (Le Poème Harmonique), lo stesso direttore (Vincent Dumestre) e lo stesso regista (Benjamin Lazar) de Le bourgeois gentilhomme, nel gennaio 2008 presentano all’Opéra Comique di Parigi il lavoro con cui Lully abbandona il genere comédie-ballet e il sodalizio con Molière per intraprendere la strada della tragédie-lyrique, qui su testo di Philippe Quinault, per la seconda volta suo librettista dopo la pastorale Les fêtes de l’Amour et de Bacchus dell’anno precedente. La scelta cade su Cadmus et Hermione, un soggetto tratto dalle inesauribili Metamorfosi di Ovidio.

Ancora una volta sono le liti tra Giove e Giunone all’origine delle disavventure di una coppia, qui il principe Cadmo ed Ermione, figlia di Venere e Marte. Il padre ha promesso la ragazza al gigante Draco e per conquistarla Cadmo dimostra il proprio coraggio in diverse azioni eroiche, ma può ricongiungersi all’amata solo grazie all’intervento di Pallade e Cupido. Nel finale del quinto atto gli dèi, discesi sulla terra, festeggiano le nozze dei due innamorati.

Per Lully con questo Cadmus et Hermione si trattava di confrontarsi con l’opera italiana che a Parigi andava per la maggiore a quel tempo. Qui balletti e pantomime sono ridotti allo stretto necessario, ma non manca il prologo encomiastico per il monarca, probabilmente presente alla prima del 27 aprile 1673 all’Académie Royale de Musique.

Il lavoro presenta già le principali caratteristiche del nuovo genere sia nell’ouverture sia nell’articolazione in un prologo e cinque atti «ciascuno dei quali introdotto da una sezione strumentale e costruito intorno a un evento che a sua volta dà luogo a un divertissement composto di musica e danza; e ancora, nella scelta di soggetti per lo più attinti alla mitologia, in cui l’argomento amoroso si intreccia con i temi del dovere e della gloria; infine, nella messa in scena estremamente fastosa. Dal punto di vista musicale, Lully risponde alle critiche riguardo l’inverosimiglianza dei dialoghi cantati dell’opera italiana adottando una declamazione sillabica estremamente duttile, in cui il ritmo musicale asseconda il testo, e annulla la distinzione netta tra recitativo e aria nel fluire di récits e brevi airs senza fioriture (si pensi allo stupore di Goldoni, che all’Opéra Française attendeva invano un’aria orecchiabile, quando il vicino lo rassicurò ridendo che nell’atto appena terminato si erano ascoltate ben sei arie!). In tutte le tragédies il prologo costituisce un’allegoria neppure troppo velata dello splendore di Luigi XIV e degli eventi politici più recenti; nel caso di Cadmus et Hermione il sovrano è raffigurato dal Sole, che sconfigge l’Invidia e il mostruoso serpente Pitone, emerso dalla palude (simbolo della minaccia degli olandesi, che durante la guerra con la Francia avevano aperto le dighe inondando il territorio)». (Clelia Parvopassu)

Se nello spettacolo del 2004 la scenografia si era limitata a disegnare un ambiente unico per le vicende domestiche di monsieur Jourdain, qui Benjamin Lazar utilizza un ricco apparato scenografico barocco con quinte dipinte. Essenziali i numeri danzati sulle coreografie filologiche di Gudrun Skamletz. Anche qui si ammira la professionalità degli artisti impegnati in scena e la sapiente direzione orchestrale. Sarà però perché manca l’effetto choccante dell’altro allestimento, lo spettacolo questa volta è meno sorprendente e un filino di noia si fa strada negli estenuati lamenti amorosi dei piumati protagonisti.

Questa volta il DVD contiene sottotitoli in italiano.

Armide

 

3770002003077

★★★★★

Scherzi del cuore

Ultima opera scritta da Philippe Quinault per Lully e tratta dal poema del Tasso, questa tragédie en musique è da tutti consi­derata il capola­voro del musicista francese che la completò nel 1686, un anno prima di morire. La vicenda è tutta incentrata sulla figura della principessa e maga Armida e del suo rapporto con il cavaliere Renaud (Rinaldo). Questa donna ragno cattura le sue vittime maschili facendole innamora­re senza speranza, ma tutto cambia quando è lei stessa vittima del senti­mento per l’eroe che più odiava e che voleva distrugge­re. Alla fine è lei ad essere distrutta dopo che Renaud l’abbando­na per scegliere la gloria al posto dell’amore.

Ed è la Gloria, assieme alla Saggezza, a introdurci alla vi­cenda in un prologo talmente encomiastico del re Luigi XIV da risultare im­barazzante – ma non per il re stesso che, tra l’altro, non si degnò di assistere alla prima né alle rappresentazioni private che si tennero in seguito negli appartamenti di Versailles.

Prologo. La Gloria e la Saggezza a dialogo, come due dame che si dividono equamente i favori del cuore di Renaud, ne lodano gli eroismi in guerra e in pace; egli saprà trionfare, proclamano entrambe, anche sulle tentazioni dell’amore. Atto primo. Una grande piazza sormontata da un arco di trionfo. Armide si lamenta con le sue confidenti Sidonie e Phénice: al momento del suo più grande trionfo, l’aver fatto innamorare di sé tutti i cavalieri crociati, una profonda tristezza l’affligge. Renaud resta ancora insensibile alle lusinghe del suo fascino e della sua bellezza. Per questo Armide lo ammira e lo odia al tempo stesso. La maga è sollecitata da Hidraot a scegliersi uno sposo tra i grandi cavalieri che sono ai suoi piedi. Ma ella ribatte che solo chi saprà vincere Renaud sarà degno di lei. Il trionfo di Armide viene celebrato con un esteso divertissement. I festeggiamenti sono interrotti dall’arrivo di Aronte: Renaud, con la forza del suo solo valore, ha liberato i cavalieri cristiani prigionieri di Armide, che giura vendetta. Atto secondo. Un’aperta campagna, ove un fiume forma un’isola amena. Renaud, bandito dal campo dei cavalieri cristiani, è raggiunto dal fido Artémidore, che lo invita a farvi ritorno e a guardarsi dalle insidie di Armide. Hidraot e Armide invocano le potenze infernali perché conducano in loro potere Renaud, vittima designata. Renaud, solo, è sedotto dalle bellezze naturali dell’isola, si dice incapace di lasciarla e cade addormentato. Le potenze infernali inviate da Armide si manifestano sotto le forme ingannatrici e attraenti di naiadi, ninfe, pastori e pastorelle che adornano il dormiente con corone di fiori. Armide potrebbe ora celebrare la sua vendetta contro Renaud vinto dal sonno. Si accinge a colpirlo, ma esita ed è presa dalla pietà: Renaud le appare «fatto non solamente per la guerra, ma per l’amore». Ordina dunque alle schiere di demoni di trasformarsi in amabili zefiri, che conducano entrambi sul suo carro fino ai più lontani confini del mondo. Atto terzo. Un deserto. La collera di Armide si è mutata in languore: ora è la maga a trovarsi prigioniera di Renaud, vinta da spontaneo amore per lui. L’amore di Renaud è invece una mera apparenza, si duole Armide con Phénice e Sidonie, perché è solo il frutto dell’artificio indotto dall’incantesimo. Armide invoca allora una seconda volta le potenze infere affinché la salvino dall’amore. In risposta alla chiamata di Armide compaiono l’Odio e il suo seguito, apprestandosi a spezzare e distruggere ogni vincolo d’amore. Ma Armide comanda all’Odio di interrompere la sua opera, preferendo restare «sotto la legge del suo dolce dominatore». L’Odio compiange la debolezza amorosa di Armide, che la condurrà «a un orribile abisso», e la punisce del suo voltafaccia minacciandola di lasciarla per sempre in preda del suo amore. Atto quarto. Ubalde e le Chevalier Danois si dirigono verso il palazzo di Armide per liberare Renaud, respingendo i mostri inviati contro di loro dalla maga. Ma costei ora scaglia contro di loro le lusinghevoli forze dell’incantesimo amoroso, sotto le apparenze di Lucinde e Mélisse: ma al tocco dello scettro d’oro donato da un mago ai cavalieri, a difesa dagli incantesimi, le «pericolose dolcezze delle illusioni amorose» svaniscono. Atto quinto. Il palazzo incantato di Armide. Renaud giace ai piedi di Armide, privo di armi e ricoperto di ghirlande di fiori. La maga si allontana dall’amato per interrogare le potenze infernali e lo affida ai Piaceri e agli Amanti fortunati. Ma Renaud respinge i Piaceri, desideroso solo del ritorno di Armide. Ubalde e le Chevalier Danois, approfittando dell’assenza di Armide, mostrano a Renaud l’altro dono del mago: uno scudo di diamante che gli permette di rinsavire. I cavalieri si accingono a lasciare l’isola, e la maga, disperata, cerca in ogni modo di trattenere Renaud offrendosi sua prigioniera, cercando ora di minacciarlo ora di impietosirlo. Ma Renaud resiste alle sue lusinghe e la lascia, non senza parole di compianto per la sua infelice sorte. Armide, abbandonata, lamenta il proprio destino. Scaccia i Piaceri dal palazzo e ordina ai demoni che venga distrutto, augurandosi che con esso resti sepolto anche il funesto amore per Renaud; quindi si allontana sul suo carro volante.

Registrata nel 2008 allo Châtelet di Parigi, questa produzio­ne si avvale della pregevole direzione di William Christie con l’orchestra de Les Arts Florissants e la messa in scena di Robert Carsen. Il geniale regista canadese immagina la vicenda come sognata da un visitatore di Ver­sailles il quale giunto nella chambre du roi si addormenta sul letto del Re Sole e sogna di essere il cavaliere crociato. Un espe­diente non dissimile sarà nuovamente adottato da Carsen nel suo Rinaldo di Händel a Glyndebourne.

Il castello della maga è quindi tutto condensato in una re­plica del­la camera da letto del re, con il suo baldacchino e la transenna al di là della quale i cortigiani assistevano prima al Pe­tit Lever (in cui il monarca veniva lavato e rasato) e poi al Grand Lever (vestizione e prima colazione a base di brodo di carne). Invece dell’oro dell’originale tutta la scena è di colore grigio argento, così come i costumi dei sudditi di Armida, cui sola è conces­so il color rosso. Poi quando verrà abbandonata sarà lei a indossare il color argento mentre il rosso trionfante passerà su Renaud.

Stéphanie D’Oustrac sostiene con molta bravura sia vocale che interpretativa il ruolo estenuante del titolo mentre Paul Agnew, più fortuna­to, passa la maggior parte del tempo addor­mentato, ma quando è ora sostiene egregiamente una parte che ai tempi di Lully era destinata a un haute-contre, il tono più acuto delle voci maschili, un tim­bro adatto più alla declamazione che alla colo­ratura. La parte di Odio è affidata a un Laurent Naouri impagabi­le in négligé di satin rosso fuoco come tutto il suo cor­teo in­fernale, quasi a evi­denziare l’aspetto malvagio della principessa mussulmana, in una specie di esorcismo al contrario in cui le si vuole estirpare l’amore dal cuore.

Un ruolo importante, come in tutte le opere francesi dell’e­poca, è quello del balletto. Qui la coreografia di Jean-Claude Gal­lotta adot­ta gesti moderni ma in sintonia con la musica e soprat­tutto esegui­bili anche dal coro che sembra partecipare volentieri oltre che con il canto anche con passi danzati.

Quasi tre ore di musica e un ampio documentario con interes­santi interviste ai curatori dei musei di Versailles.

Atys

Atys

★★★★★

Una felice riproposta

Nel 1987, nel corso di una sua visita a Parigi, un ricco uomo d’affari americano si trova ad assistere a una rappresentazione di Atys di Lully all’Opéra-Comique e ne rimane colpito. Anni più tardi, durante una cena confida alla direttrice della Brooklyn Academy of Music il rimpianto di non poter rivedere quella produzione e chiede quanto costerebbe rifarla. Saputa la cifra stacca un assegno e da allora rinasce lo spettacolo qui registrato nel 2011 nello stesso teatro con lo stesso regista, lo stesso direttore d’orchestra e anche alcuni degli interpreti di allora. All’importanza dell’avvenimento sono dedicati il lungo e approfondito documentario contenuto nel secondo disco e il ricco opuscolo che accompagna i due blu-ray.

Atys debutta con grande successo nel 1676 su libretto di Quinault, il re porta lo spettacolo a corte e poi nei teatri parigini. Verrà ripreso ancora nel ‘700, poi un silenzio di oltre due secoli fino al 1987 in occasione del terzo centenario della morte del compositore fiorentino naturalizzato francese, una ripresa che ha segnato la rinascita dell’opera barocca francese. Da allora i lavori di Lully, Charpentier, Campra e Rameau sono regolarmente in scena nei teatri d’oltralpe.

Sangaride, che sta per sposare il re Célénus, è segretamente innamorata di Atys, che la ricambia; i due si confessano i reciproci sentimenti, ma il loro amore incontrerà molti ostacoli: Atys si sente diviso tra l’amicizia per Célénus e l’amore per Sangaride, e inoltre è amato dalla dea Cibele, che lo ha scelto come proprio sacerdote. Nel terzo atto il Sonno, con i suoi figli, rivela ad Atys addormentato l’amore di Cibele; per un equivoco Sangaride crede che Atys non la ami più e decide di sposare il re, ma il suo innamorato, nella veste di sacerdote, si oppone alle nozze. Cibele capisce di non essere ricambiata nei suoi sentimenti, invoca la furia Aletto e provoca la follia di Atys. Questi uccide Sangaride, scambiandola per un mostro (l’omicidio avviene fuori scena e viene narrato da Célénus) e, quando torna in sé, non gli resta che darsi la morte. Cibele lo trasforma in un pino, che ella potrà amare in eterno.

Assieme allo scenografo e al costumista, il regista Villégier ricrea uno spettacolo il più possibile fedele all’epoca. Dietro la sua dotta mise en scène ci sono la lettura delle Mémoires di Saint-Simon e le incisioni d’epoca rappresentanti interni della corte. Anche le coreografie, così importanti nell’opera, si affidano a passi e movimenti del tempo di Louis XIV, lui stesso ballerino così come Lully. Christie da par suo con il coro e l’orchestra de Les Arts Florissants fa rivivere con splendore i ritmi e i colori della partitura coadiuvato da una schiera di cantanti eccellenti.

Come Atys abbiamo un Bernard Richter che non si compiace della sua bellissima voce, ma dà un forte risalto anche drammatico al suo ruolo. Stéphanie d’Oustrac anche lei trascolora da déesse ad appassionata mortale con bravura. Nicolas Rivenq si dimostra specialista dell’opera barocca francese così come Paul Agnew. Praticamente perfetti anche gli altri interpreti.

Risulta interessante il confronto con la produzione dell’altra opera di Lully, Armide, della stessa etichetta diretta anch’essa da Christie. Se qui in Atys la scelta è una ricostruzione se non “filologica” perlomeno plausibile secondo il gusto dell’opera francese del XVII secolo e ragionevolmente fedele alle intenzioni del suo autore, là Carsen ricrea la tragédie lyrique in un quadro attuale con coreografie contemporanee e una visione del tutto moderna della rappresentazione. Non sembra che esista quindi una terza via per affrontare l’opera di questo periodo, tertium non datur, come dimostrano i migliori risultati in questo campo.

Immagine impeccabilmente cristallina e regia video come il solito competente di François Roussillon che non trascura i preziosi dettagli di costumi e scenografie. Sottotitoli anche in italiano.