Adriano in Siria

 

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★★★☆☆

La meno riuscita delle produzioni di Jesi

Giustamente complessi i rapporti sentimentali di questo Adriano in Siria: l’imperatore romano è amante di Emirena che però ama, ricambiata, Farnaspe, ma Adriano è promesso a Sabina di cui è occultamente innamorato Aquilio e qui per fortuna finiscono i personaggi, a parte Osroa, padre di Emirena.

Il libretto del Metastasio verrà messo in musica numerose altre volte da Veracini (1735), Galuppi (1760), J.Ch. Bach (1765), Anfossi (1777) e Cherubini (1782) tra i tanti. L’opera di Pergolesi è del 1734 e molta della sua musica finirà l’anno dopo nell’Olimpiade, ultimo lavoro del compositore morto a 26 anni.

Nell’occorrenza del tricentenario della sua nascita, il teatro di Jesi dedica al suo illustre cittadino l’allestimento di tutte le sue opere, ora contenute in un cofanetto di dvd, compreso questo Adriano in Siria che gli era stato a suo tempo commissionato per celebrare il compleanno della regina Elisabetta Farnese. Come per le altre due sue opere serie anche questa è inframmezzata da un intervento buffo, Livietta e Tracollo, su libretto di Tommaso Mariani, le cui parti venivano rappresentate durante gli intervalli. Anche in questa esecuzione ripresa al teatro Pergolesi nel 2010 viene mantenuta tale consuetudine.

In questa edizione dell’Adriano in Siria tre personaggi maschili sono sostenuti da voci di soprano e il quarto, Osroa, è affidato a un tenore, che però è l’elemento più debole di tutto il cast: Stefano Ferrari difetta di musicalità e di fiati e anche l’intonazione è imprecisa, purtroppo il suo è un personaggio chiave della vicenda e con importanti interventi. Non a caso in questa edizione gli viene tagliata l’aria del terzo atto «Ti perdi e confondi».

Il cast femminile ha una punta di eccellenza nella calda voce di Nicole Heaston, commovente Sabina che strappa gli applausi più convinti al pubblico. Marina Comparato nel ruolo titolare non ha l’autorità richiesta dalla parte e Annamaria dell’Oste come Farnaspe, il ruolo che fu del Caffarelli, ha trilli e acuti precisi, ma è manchevole nel registro medio e basso. Ecco un caso in cui uno dei controtenori di cui abbiamo grande abbondanza avrebbe reso meglio la parte.

La direzione di Ottavio Dantone, con robusti tagli ai recitativi, è precisa e musicale mentre la regia di Ignacio García non aggiunge nulla alla psicologia dei personaggi che vanno e vengono per porgere la loro aria. L’opera è una successione di arie magnifiche in cui vengono declinati tutti i possibili affetti, un duetto e il coro finale.

La scena fissa con rovine sparse viene fatta andar bene per tutti gli ambienti suggeriti dal libretto: «Gran piazza d’Antiochia magnificamente adorna di trofei», «Appartamenti imperiali», «Cortili del palazzo imperiale», «Boschetto contiguo a’ giardini reali», «Luogo magnifico del palazzo» ecc. Al risparmio anche gli interventi delle masse: quando il personaggio deve indirizzarsi a schiavi, guardie, popolo, incendiarî, si rivolge semplicemente al pubblico della platea.

La smilza compagine dell’Accademia Bizantina con i suoi strumenti d’epoca si riduce vieppiù nell’intermezzo Livietta e Tracollo,  inscenato davanti al sipario. Monica Bacelli e Carlo Lepore puntano al tono decisamente farsesco con i loro personaggi ma il risultato è che un intermezzo che doveva essere dilettevole risulta più noioso dell’opera seria! Sugli intermezzi di Pergolesi si veda il saggio di Franco Piperno del Centro Studi Pergolesi ora in rete.

Come extra una lunga e interessante intervista a Dantone. Sottotitoli anche in italiano.

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