Billy Budd

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★★★★★

Opera centrale della carriera di Britten

Su suggerimento dello scrittore E. M. Forster Britten nel 1951 affronta la scrittura di una nuova opera basandosi sulla novella di Melville Billy Budd, sailor (1889-1991) in cui si tratta della nave Indomitable durante gli ultimi anni delle guerre napoleoniche quando gli inglesi mobilitano tutte le loro forze contro la Francia e non potendo contare su un adeguato numero di uomini ne reclutano a forza prendendoli dalle dalle navi mercantili. Tra questi c’è il bellissimo Billy Budd che con la sua abilità e la sua allegria si conquista il favore di tutti a bordo con l’eccezione del maestro d’armi Claggart che, invidioso e segretamente affascinato dal giovane, lo accusa di ammutinamento. Incapace di difendersi a parole, Billy uccide sotto l’impulso della collera il suo accusatore e viene condannato a morte.

Per la stesura del testo Forster si fa affiancare dal più esperto Crozier, che aveva già fornito il libretto dell’Albert Herring. L’opera, inizialmente in quattro atti, verrà poi riadattata da Britten nel 1960 in due atti con un prologo e un epilogo in cui il capitano Vere da vecchio ripensa alla vicenda che viene rievocata come un lungo flash back. Il capitano è il personaggio più complesso, un aristocratico che legge Plutarco, che fa riferimenti mitologici che gli ufficiali non capiscono ed è ossessionato dall’idea dell’ammutinamento del suo equipaggio, che invece lo adora. E sarà Vere a decretare la condanna di Budd, portandosene dietro il rimorso anche se il giovane nel momento della morte lo assolverà offrendosi come mansueta vittima sacrificale.

Claggart nel racconto di Melville è ancora più scellerato di quanto lo sia nel libretto di Forster e Crozier. Qui è più evidente l’ambiguità che lega l’accusatore all’accusato: non potendolo “avere”, Clagg distrugge l’oggetto del suo desiderio. La distruzione dell’innocenza dopo Peter Grimes ritornerà nel successivo Giro di vite, mentre l’ossessione della bellezza sarà il tema dominante dell’ultima opera di Britten, Morte a Venezia.

In questo lavoro il compositore inglese raggiunge l’apice del suo magistero compositivo. Basti a dimostrarlo l’abilità con cui la sua partitura dipinge il travolgente crescendo pieno di adrenalina della preparazione alla battaglia navale che, dopo un unico colpo di cannone che manca di mezzo miglio la nave nemica, abortisce a causa della nebbia. L’eccitazione che aveva allontanato le tensioni a bordo lascia nuovamente posto alla delusione e ai sentimenti di frustrazione tra l’equipaggio.

Per la prima volta l’opera di Britten arriva a Glyndebourne nel 2010 con un importante allestimento che segna il debutto nella regia d’opera di Michael Grandage che porta qui sulla scena lirica la sua esperienza nel teatro di prosa. La splendida scenografia di Christopher Oram riprende la linea curva della sala dell’opera di Glyndebourne in una continuità di spazio che fa sentire il pubblico “a bordo” dell’Indomitable. Non c’è mare in questo allestimento, l’interno della nave trasmette anzi un senso claustrofobico che evidenzia le tensioni tra i personaggi. Bellissime le luci di Paule Constable, essenziali in questo ambiente che esclude l’esterno.

Mark Elder dirige con grande partecipazione la London Philarmonic e il Glyndebourne Chorus. Il giovane baritono sudafricano Jacques Imbrailo, che copre qui il ruolo che Terence Stamp aveva nel film del 1962 di Peter Ustinov, imprime con questo personaggio un forte impulso alla sua carriera. Nel ruolo del tormentato capitano Vere c’è il bravissimo John Mark Ainsley, ma ottimi sono anche gli altri interpreti di un cast tutto maschile.

Due dischi con extra interessanti. Mancano i sottotitoli in italiano.

Altre edizioni:

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