Prodaná nevěsta (La sposa venduta)

Prodaná nevěsta

★★★☆☆

Opera scampata finora alle Konzeptregie

Sembra che La sposa venduta sia a tutt’oggi una delle poche opere rimaste esenti dalle rivisitazioni e attualizzazioni del Regietheater. Nell’attesa che un Michieletto, un Bieito o un Neuenfels si occupino di questa ingenua storia, ritorniamo a questa messa in scena del 1981 che è quanto di più tradizionale si possa pensare. Questa edizione rientra nella consuetudine dell’opera filmata (unica regia d’opera di František Filip) con i cantanti in playback – sistema in auge fino a non molti anni fa anche qui da noi.

Vediamo infatti l’orchestra suonare l’irresistibile ouverture nella magnifica sala di Vladislao del castello di Hradčany a Praga, poi la cinepresa esce, scende e attraversa la Moldava, sulla cui riva è posta la statua di Smetana, per arrivare in seguito al Teatro Nazionale e infine trasferirsi in un bucolico paesaggio, là dove si svolge la vicenda.

Mařenka e Jeník (Marietta e Giannino nella versione italiana) sono innamorati, ma la ragazza è stata promessa a un altro, Vašek, figlio di secondo letto del ricco possidente Micha. Di Jeník invece le origini sono avvolte nel mistero, ma si scoprirà poi essere figlio di primo letto del Micha. Della mediazione matrimoniale si occupa il sensale Kecal che non volendo veder andare in fumo l’affare cerca di convincere Jeník a rinunciare alla ragazza. Nel secondo atto durante una festa appare il timido Vašek, preoccupato di come la moglie procuratagli possa giudicare la sua balbuzie. Gli si avvicina Mařenka, che egli ancora non conosce, la quale gli racconta del carattere tremendo della sposa e lo convince a rinunciarci. Nel frattempo neanche Jeník rimane senza fare nulla e stipula un contratto con Kecal in cui si impegna a vendere la fanciulla per 300 fiorini al «figlio di Tobiaš Micha» tra la disapprovazione di tutto il paese. Nel terzo atto entra in scena una compagnia di saltimbanchi capeggiati dalla bella Esmeralda che convince Vašek a sostituirsi all'”orso” ubriaco fradicio e fuori uso per lo spettacolo che si darà in piazza. Mařenka è umiliata dal fatto di essere stata oggetto di compravendita e per fare dispetto a Jeník acconsente a sposare l’imbelle Vašek. Jeník però rivendica il proprio diritto poiché ha venduto la fanciulla al figlio di Micha, ossia a sé stesso. Mařenka capisce la burla e fa la pace. Il padre è contento di aver ritrovato il figlio perduto, ma è la madre di Vašek a opporsi. Però quando vede il figlio travestito da orso e deriso da tutti capisce che forse è meglio finisca così, con le nozze dei due innamorati.

Seconda opera di Smetana dopo I Brandeburghesi in Boemia e su libretto anche questo dello scrittore Karel Sabina, La sposa venduta ebbe la sua prima rappresentazione nel 1866 in due atti e con i dialoghi parlati poi sostituiti con quelli cantati per l’allestimento in tre atti del 1870 diretto dall’autore e con profonde modifiche all’opera. Su questa edizione si basano generalmente le riprese moderne.

«Il comico smetaniano appartiene a una tradizione assai diversa da quella dell’opera buffa italiana. Si ricollega a un genere agli esordi, che ha evitato la lezione del cinismo settecentesco in favore di un’incantata poetica moraleggiante e di una sorridente verginità sentimentale. La sposa venduta è qualcosa di più di un’opera folcloristica: è una straordinaria istantanea sulla civiltà rurale cèca quieta e felice dell’innalzare lodi a Dio, alla danza e alla birra. Gran parte del suo successo è dovuto alla propulsione motoria della musica e non solo per la presenza di tre tipiche danze cèche: il furiant, la skočna e la polka. Il ritmo è la componente importante di tutto l’edificio musicale: irrefrenabile, quasi ginnico. L’armonia è legata ai modelli del primo Ottocento, in particolare a quello di Schubert, mentre più limitata è l’influenza di Rossini. […] Isola beata nel grande e torbido mare della ‘finis Austriae’, sembra additarci una mitica età dell’oro, in una fiaba di ottimismo del buon senso, che nel quadro del pieno romanticismo fa da lieve contrappunto al voluttuoso pessimismo delle profezie wagneriane». (Franco Pulcini)

Se proprio vogliamo trovare un lontano prototipo nell’opera italiana dell’Ottocento è forse all’Elisir d’amore che dobbiamo guardare per la miscela di comico e patetico presente là come qui e per l’ambientazione rurale, ma entrambe le opere hanno una tale originalità che si fa fatica a trovare un comune denominatore.

La sposa venduta è l’opera che fin dal primo ascolto tanto tempo fa mi ha conquistato con le sue melodie e i suoi ritmi e mi ricordo che mi ritrovavo a canticchiare la tiritera di Kecal: «Znám jednu dívku, ta má dukáty! […] Dvě krávy má a hezké telátko, / hus, kachen dost a ňáké selátko» senza capire una parola dell’idioma, ma per il puro piacere sonoro di quei fonemi – non è che lo studio della lingua cèca in seguito mi abbia portato a risultati più produttivi…

Tra le ingenue scenografie del paesino ricostruito in studio e nei tipici abiti folcloristici abbiamo in questo allestimento i maggiori interpreti dell’opera cèca di allora. Primi fra tutti Gabriela Beňačková e Peter Dvorský, entrambi quasi perfetti e nel duetto del primo atto a gara nell’eleganza dell’emissione vocale. Il loro acuto in «Sbohem!» (Addio!) ha una luminosità abbagliante. Così come nel duettino che precede il finale.

Di buon livello anche gli altri cantanti, appartenenti tutti alla gloriosa fucina della casa Supraphon, anche se un po’ impacciati nel playback e nella recitazione. L’orchestra dell’Opera Nazionale di Praga è diretta con competenza e brio da Zdeněk Košler.

Con i suoi limiti il DVD Supraphon è comunque un interessante documento.

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