Prodaná nevěsta (La sposa venduta)

Prodaná nevěsta

★★★☆☆

Opera scampata finora alla Konzeptregie

Sembra che La sposa venduta sia a tutt’oggi (dicembre 2014) una delle poche opere rimaste esenti dalle rivisitazioni e attualizzazioni del Regietheater. Nell’attesa che un Michieletto, un Bieito o un Neuenfels si occupino di questa ingenua storia, ritorniamo a questa messa in scena del 1981 che è quanto di più tradizionale si possa pensare. Questa edizione rientra nella consuetudine dell’opera filmata (unica regia d’opera di František Filip) con i cantanti in playback – sistema in auge fino a non molti anni fa anche qui da noi.

Vediamo infatti l’orchestra suonare l’irresistibile ouverture nella magnifica sala di Vladislao del castello di Hradčany a Praga, poi la cinepresa esce, scende e attraversa la Moldava, sulla cui riva è posta la statua di Smetana, per arrivare in seguito al Teatro Nazionale e infine trasferirsi in un bucolico paesaggio, là dove si svolge la vicenda.

Mařenka e Jeník (Marietta e Giannino nella versione italiana) sono innamorati ma la ragazza è stata promessa a un altro, Vašek, figlio di secondo letto del ricco possidente Micha. Di Jeník invece le origini sono avvolte nel mistero.
Atto primo. In un paesino della Boemia, durante la festa del patrono, la bella Mařenka è triste: ama Jeník ma i suoi genitori l’hanno promessa a Vašek, figlio di secondo letto del ricco possidente Mícha. Ella non lo conosce, poiché della mediazione matrimoniale si è occupato il sensale Kecal. Jeník rinnova alla ragazza i propri sentimenti, mentre l’intrigante Kecal tenta di dissuaderla e di convincerla a sposare il buon partito da lui proposto. Temendo che il suo affare non vada a buon fine per il rifiuto di Mařenka alle nozze con Vašek, Kecal cerca di convincere Jeník a rinunciare alla fanciulla con delle offerte in denaro.
Atto secondo. Durante una festa all’aperto presso un’osteria di campagna, appare finalmente Vašek. Ha appena saputo che i genitori stanno per procurargli una moglie ed è un po’ preoccupato per come costei potrebbe giudicare la sua balbuzie. Gli si avvicina Mařenka, che non conosce come sua possibile sposa. La ragazza, astutamente, gli descrive il tremendo carattere della sposa, di cui egli conosce il nome e, vezzeggiandolo, lo convince a rinunciare a lei. Jeník inventa a questo punto un imbroglio. Egli era il fratellastro di Vašek, in quanto figlio di primo letto di Mícha. Era stato cacciato di casa dalla matrigna Hata quando era bambino. Stipula così un contratto con Kecal, in cui s’impegna di vendere la fanciulla per trecento fiorini al «figlio di Tobias Mícha». Jeník si felicita per la riuscita dell’inganno, mentre i contadini presenti deplorano la venalità che lo ha portato a vendere la propria sposa.
Atto terzo. Al villaggio giunge una compagnia di saltimbanchi che darà spettacolo in piazza. Vašek viene avvicinato dalla danzatrice Esmeralda e convinto, con tenere promesse, a sostituire nella danza dell’orso un ballerino assente. Entusiasta della curiosa avventura, Vašek rifiuta la mano di Mařenka offertagli dai genitori. Mařenka, nel frattempo, è venuta a sapere di essere stata venduta. È talmente offesa e umiliata che allontana da lei Jeník, dichiarandogli che, per fargli dispetto, lei è pronta a sposare il ricco figlio di Mícha. Concluso il contratto nuziale, Jeník rivendica il proprio diritto: in quanto primogenito di Mícha, egli ha venduto Mařenka a sé stesso. La fanciulla comprende la burla e gli rinnova il proprio amore. Il padre è contento del figlio ritrovato. Solo la madre di Vašek continua a essere contraria al matrimonio, ma quando lo vede uscire da una pelle d’orso, deriso dai presenti, comprende che l’unione con Mařenka era impossibile. Viene così sancito e festeggiato il matrimonio della fanciulla con l’amato Jeník.

Seconda opera di Smetana dopo I Brandeburghesi in Boemia e su libretto anche questo dello scrittore Karel Sabina, La sposa venduta ebbe la sua prima rappresentazione nel 1866 in due atti e con i dialoghi parlati poi sostituiti con quelli cantati per l’allestimento in tre atti del 1870 diretto dall’autore e con profonde modifiche all’opera. Su questa edizione si basano generalmente le riprese moderne.

«Il comico smetaniano appartiene a una tradizione assai diversa da quella dell’opera buffa italiana. Si ricollega a un genere agli esordi, che ha evitato la lezione del cinismo settecentesco in favore di un’incantata poetica moraleggiante e di una sorridente verginità sentimentale. La sposa venduta è qualcosa di più di un’opera folcloristica: è una straordinaria istantanea sulla civiltà rurale ceca quieta e felice dell’innalzare lodi a Dio, alla danza e alla birra. Gran parte del suo successo è dovuto alla propulsione motoria della musica e non solo per la presenza di tre tipiche danze cèche: il furiant, la skočna e la polka. Il ritmo è la componente importante di tutto l’edificio musicale: irrefrenabile, quasi ginnico. L’armonia è legata ai modelli del primo Ottocento, in particolare a quello di Schubert, mentre più limitata è l’influenza di Rossini. […] Isola beata nel grande e torbido mare della ‘finis Austriae’, sembra additarci una mitica età dell’oro, in una fiaba di ottimismo del buon senso, che nel quadro del pieno romanticismo fa da lieve contrappunto al voluttuoso pessimismo delle profezie wagneriane». (Franco Pulcini)

Se proprio vogliamo trovare un lontano prototipo nell’opera italiana dell’Ottocento è forse all’Elisir d’amore che dobbiamo guardare per la miscela di comico e patetico presente là come qui e per l’ambientazione rurale, ma entrambe le opere hanno una tale originalità che si fa fatica a trovare un comune denominatore.

La sposa venduta è l’opera che fin dal primo ascolto tanto tempo fa mi ha conquistato con le sue melodie e i suoi ritmi e mi ricordo che mi ritrovavo a canticchiare la tiritera di Kecal: «Znám jednu dívku, ta má dukáty! […] Dvě krávy má a hezké telátko, | hus, kachen dost a ňáké selátko» (1) senza capire una parola dell’idioma, ma per il puro piacere sonoro di quei fonemi – non che lo studio della lingua ceca in seguito mi abbia portato a risultati molto più produttivi…

Tra le ingenue scenografie del paesino ricostruito in studio e nei tipici abiti folcloristici abbiamo in questo allestimento i maggiori interpreti dell’opera ceca di allora. Primi fra tutti Gabriela Beňačková e Peter Dvorský, entrambi quasi perfetti e nel duetto del primo atto a gara nell’eleganza dell’emissione vocale. Il loro acuto in «Sbohem!» (Addio!) ha una luminosità abbagliante. Così come nel duettino che precede il finale.

Di buon livello anche gli altri cantanti, appartenenti tutti alla gloriosa fucina della casa Supraphon, anche se un po’ impacciati nel playback e nella recitazione. L’orchestra dell’Opera Nazionale di Praga è diretta con competenza e brio da Zdeněk Košler.

Con i suoi limiti il DVD Supraphon è comunque un interessante documento.

(1) Nella versione ritmica di Franco Ghione: «So di una fanciulla ch’ha oro a iosa! […] e due vacche e un vitellin, oche, tacchini e porcellin»

 

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