I puritani

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Vincenzo Bellini, I puritani

★★★★☆

Torino, 18 e 22 aprile 2015

Arturo, ritorno al futuro

Confortato dalle parole del direttore artistico Gastón Fournier-Facio il quale alla presentazione della prossima stagione del Regio ha annunciato l’inserimento regolare nelle future programmazioni di un’opera barocca e di un’opera moderna, cosa che io auspico da tempi immemorabili, mi reco con cuore più sollevato a godermi questi Puritani.

La messa in scena dei giovani Fabio Ceresa (regista) e Tiziano Santi (scenografo) parte letteralmente dal libretto: uno scabro pavimento con tombe («Sol calma avrà nel sonno della tomba», «Quel suon funereo ch’apre una tomba») da cui escono quattro personaggi che si combattono aspramente – l’odio fra le due fazioni continua anche dopo la morte! – per poi ritornare nel corso dell’opera a interagire coi personaggi, cosa quest’ultima di cui si poteva fare a meno.

Il fondo della scena è occupato da una cupola gotica vista in una vertiginosa prospettiva zenitale («Sala d’arme con logge vaste, ove l’architettura gotica mostra la intera sua pompa», secondo l’impagabile prosa delle didascalie del Pepoli). Nel secondo atto una parte della cupola risulterà crollata per poi collassare completamente nel terzo a indicare il passaggio del tempo vissuto da Elvira («Quanto tempo! Lo rammenti? Fur tre mesi! Ah no… tre secoli!»). Solo un portale a sinistra con raffigurazioni della morte rimarrà integro a sfidare il tempo. La morte, che minaccia la regina, Arturo e la stessa Elvira, qui è protagonista assoluta.

Senza tempo i magnifici costumi di Giuseppe Palella con quei baluginii di pietre preziose nei panciotti che si intravedono sotto i mantelli degli uomini, ognuno contraddistinto da un colore (azzurro quello di Arturo, viola per Sir Giorgio, amaranto per Riccardo). Eleganti gli abiti delle donne del coro, circasse da film muto, e delle due protagoniste, una regale Enrichetta con diadema e una Elvira prima spumeggiante («Son vergin vezzosa | in veste di sposa?») e poi miseramente sfatta nella pazzia susseguente.

Per niente convincente è invece l’interminabile velo da sposa in un funereo color nero coerente sì con la visione d’insieme del regista, che sembra voglia ammiccare a La sposa cadavere di Tim Burton, ma non col libretto che lo insiste a definire «magnifico velo bianco», «candido vel», «ascosa in bianco vel», «sulla verginea testa d’una felice un bianco vel s’addice», «la dama d’Arturo è a bianco velata» …

Non sono pochi i momenti suggestivi dello spettacolo, in cui la regia non si limita a disporre oggetti e personaggi in scena. Particolarmente struggente è la scena in cui Elvira in preda alla pazzia cerca tra i coristi il suo Arturo a cui restituire il mantello per poi metterlo alla fine sulle spalle di Riccardo che si lascia travestire da Arturo pur di vivere un illusorio momento d’amore con la donna da sempre amata e che avrebbe voluto sposare. Riccardo qui è un personaggio positivo che alla fine accetta la felicità dei due innamorati, non come quello perfido della produzione viennese del febbraio scorso, che alla fine ammazzava inaspettatamente Arturo lasciando Elvira sola a cantare un illusorio e sbrigativo lieto fine.

Della prestazione di Olga Peretjat’ko si era già scritto per lo spettacolo di Vienna, ma qui forse la presenza del marito dà quel tocco in più che rende esemplare la sua performance.

Per quanto riguarda il ruolo monstre di Arturo si contano sulle dita di una mano quelli che oggi possono affrontarlo, a prescindere da quel fa sopracuto scritto per il Rubini della prima. Falsettone o voce piena, il problema è che a quell’altezza non è facile la distinzione, ma mentre quello di Pavarotti era chiaramente in falsettone e quello di Matteuzzi in voce piena, ora nei cantanti attuali è un misto delle due tecniche. Albelo e Osborn sono attualmente i più convincenti poiché riescono a inserire al meglio la folle nota nella loro linea di canto e farne un mezzo espressivo. Nella coproduzione Firenze-Torino si sono alternati ben quattro diversi interpreti di Arturo: qui al Regio Dmitrij Korčak nel cast principale ha cantato in maniera soddisfacente pur con qualche nota calante e senza impegnarsi col famigerato fa, qui limitato a un re.

Dei due bassi più che Nicola Alaimo, in serata non del tutto favorevole, si è fatto notare per eleganza e proprietà vocali Nicola Ulivieri che ha reso in maniera magnifica, anche grazia all’orchestra di Mariotti, la romanza «Cinta di fiori». È stato il momento magico della serata.

La presenza nel secondo cast di cantanti altrettanto validi è stato il motivo per assistere a una ulteriore rappresentazione.

Un altro autorevole soprano come Désirée Rancatore ha permesso di confrontare due interpreti diverse per temperamento (Sicilia vs. Russia) che hanno però un bagaglio tecnico e una vocalità entrambi di prim’ordine. La Rancatore, che aveva cantato la parte a Palermo nel 2008, forse eccede nei bamboleggiamenti e ha passaggi di registro più bruschi, ma una volta che piazza la voce in alto riesce a emettere acuti di una grande luminosità. Forse ha meno presenza scenica, ma riesce a commuovere più di quanto faccia la collega russa.

Enea Scala ha una bella voce lirica, non grandissima, ma ha la giusta presenza e porge con grande partecipazione e sensibilità la sua parte dimostrando una particolare empatia con la Rancatore – sarà perché sono entrambi siciliani…

Mirco Palazzi dimostra la sua solita eleganza e sicurezza vocale nel ruolo di Sir Giorgio mentre Simone Del Savio come Riccardo completa con stile il quartetto dei cantanti che si alternano nelle recite.

Se vogliamo continuare con i confronti dobbiamo dire che questa edizione torinese è superiore a quella fiorentina sia nei cantanti (là Jessica Pratt, Antonino Siragusa, Massimo Cavalletti e Gianluca Buratto), sia nella direzione orchestrale (là Matteo Beltrami).

Qui invece Michele Mariotti è perfetto: appassionato, coinvolgente, con dinamiche e tempi sempre giusti e volumi sonori adeguati per non sovrastare le voci. Non si possono che ripetere le lodi di tutti i recensori. Una per tutte, quella di Giorgio Pestelli: «Punto di forza dei Puritani di Bellini, andati lietamente in scena al Regio in coproduzione con il Maggio Musicale Fiorentino, è la direzione di Michele Mariotti, precisa quanto flessuosa, a misura del respiro dei cantanti e senza strepiti e violenze nelle parti drammatiche. Bellini, come spesso gli italiani quando scrivevano per Parigi, dedicò cure particolari all’orchestrazione, le stesse che ha profuso Mariotti rendendo vivi e parlanti i solismi (i corni fraseggiati nell’alba iniziale!) e i preziosi assortimenti tel tessuto orchestrale». Dalla mia terza fila ho potuto constatare che il maestro ha diretto l’orchestra del Regio, tra l’altro in gran forma, cantando tutta l’opera!

Ad entrambe le rappresentazioni a cui ho assistito, il pubblico torinese ha tributato entusiastiche acclamazioni. Forse un applausometro avrebbe misurato una lieve supremazia per la Rancatore e per Scala, ma si sa, loro giocavano in casa…

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