★★★☆☆
Mesta messa in scena dell’ultima opera di Bellini
È difficile pensare a un’opera lirica che presenti una vicenda più bizzarra e, allo stesso tempo, un titolo più ingannevole. A partire proprio da quest’ultimo, lo spettatore potrebbe aspettarsi un dramma storico denso di conflitti sanguinosi tra Puritani e sostenitori degli Stuart durante la prima rivoluzione inglese (1641-1649). In realtà, l’elemento politico resta sullo sfondo, ridotto a una vaga cornice, mentre al centro della scena si sviluppa il ben più tradizionale intreccio amoroso, costruito attorno a un triangolo sentimentale.
Il libretto di Carlo Pepoli è tratto dal dramma storico del 1833 Têtes rondes et Cavaliers (rispettivamente i partigiani di Cromwell e i seguaci del re Carlo I) di Jacques Ancelot e Joseph Boniface.
L’azione si svolge presso Plymouth, in Inghilterra nel XVII secolo, al tempo di Oliver Cromwell. La storia d’amore si intreccia con lo scontro politico fra il partito dei Puritani e quello degli Stuart, dopo la decapitazione di Re Carlo I.
Atto I. Scena: la fortezza di Plymouth. La notizia che Elvira Valton sta per andare sposa ad Arturo Talbo rattrista Sir Riccardo Forth, cui Gualtiero Valton, generale governatore puritano, aveva un tempo promesso la mano della figlia. Quando tutto è pronto per la cerimonia, Arturo, partigiano degli Stuart, riconosce in una misteriosa prigioniera la regina spodestata, Enrichetta Maria di Francia, che sta per essere accompagnata in tribunale. Con uno stratagemma, facendola passare per la sua sposa grazie al velo che la stessa Elvira, per gioco, le ha posto sul capo, Arturo riesce a lasciare le mura insieme alla prigioniera. Prima di fuggire, la coppia s’imbatte in Riccardo, che li lascia partire, ben felice di liberarsi del rivale. Alla notizia che il promesso sposo è fuggito con una donna, Elvira impazzisce.
Atto II. In una sala del castello, il buon zio Giorgio racconta con commozione agli astanti la follia di Elvira. Poco dopo la fanciulla compare, vaneggiando e chiamando a sé l’amato Arturo. Giorgio tenta di convincere Riccardo a non trascinare il rivale davanti al tribunale, poiché egli non è il solo responsabile della fuga di Enrichetta. L’occasione della resa dei conti sarà piuttosto l’imminente battaglia tra i puritani e i seguaci degli Stuart.
Atto III. La scena si svolge «in un giardino a boschetto, vicino alla casa d’Elvira». Sotto uno spaventoso uragano, il fuggiasco Arturo, braccato dai soldati dell’esercito puritano, tenta di avvicinarsi alla casa dell’amata, di cui ode la voce di lontano intonare la loro canzone d’amore. Arturo le risponde con la stessa melodia e finalmente Elvira lo riconosce e lo raggiunge. L’emozione è tale da farle tornare la ragione, ma la pace dura poco: l’esercito irrompe e circonda i due innamorati. Per Arturo è stata già pronunciata la condanna a morte quando uno squillo di tromba annuncia la definitiva sconfitta degli Stuart. Per celebrare la vittoria, Cromwell dispone un’amnistia: le tribolazioni di Arturo ed Elvira sono finite.
Al di là della trama, che oggi può apparire fragile o addirittura ingenua, l’opera si presta a una lettura più profonda come riflessione sul concetto di limite. In essa convivono infatti elementi apparentemente opposti: tradizione e innovazione, struttura chiusa e tensione verso una maggiore continuità drammatica, virtuosismo vocale e introspezione psicologica. Il compositore riesce a creare una sintesi raffinata che, pur senza rompere completamente con il passato, ne amplia le possibilità espressive. La sua morte prematura, avvenuta pochi mesi dopo la prima rappresentazione, ha contribuito a circondare l’opera di un’aura quasi leggendaria. Tuttavia, al di là del mito, ciò che resta è una partitura di grande coerenza e bellezza, ancora oggi capace di comunicare con limpidezza al pubblico.
La prima rappresentazione ebbe luogo a Parigi nel 1835, con un cast straordinario composto da quattro tra i più celebri cantanti dell’epoca, ottenendo un successo clamoroso. Esiste anche una seconda versione, pensata per il Teatro San Carlo di Napoli con un’altra grande interprete nel ruolo principale, che però non fu mai messa in scena all’epoca. Questa versione è stata riscoperta solo in tempi relativamente recenti e proposta in una nuova edizione nel 2009 al Teatro Comunale di Bologna, con la regia di Pier’Alli e la direzione musicale di Michele Mariotti.
Nonostante la qualità della musica e la popolarità di alcune arie – tra cui la celebre cabaletta «Suoni la tromba, e intrepido», diventata negli anni quasi un simbolo identitario – questa produzione presenta diversi limiti, soprattutto sul piano registico. L’allestimento si distingue per una quasi totale assenza di scenografie, dominate peraltro da una monocromia insistente, tutta giocata sui toni del nero. Questa scelta, che avrebbe potuto essere compensata da un maggiore approfondimento dei personaggi, si traduce invece in una generale staticità. Gli interpreti si muovono secondo schemi estremamente convenzionali, senza una vera caratterizzazione psicologica.
Ancora più problematica appare la gestione del coro, disposto spesso in maniera rigida e frontale, come un insieme di figure immobili. La regia video tenta di compensare questa mancanza di dinamismo attraverso riprese aeree e un montaggio più movimentato, ma il risultato resta poco convincente e non riesce a restituire vitalità all’azione scenica.
Sul piano musicale, la direzione di Mariotti mostra momenti alterni. Se da un lato emergono passaggi ben curati, dall’altro si avverte una certa discontinuità, con un’orchestra che non sempre riesce a esprimersi al meglio, in particolare nelle sezioni dei fiati.
Per quanto riguarda il cast, il ruolo di Arturo trova in Juan Diego Flórez un interprete tecnicamente impeccabile. Le difficoltà della parte, ricca di agilità, acuti e legati complessi, sembrano non rappresentare alcun ostacolo per lui, che le affronta con sorprendente naturalezza. Tuttavia, questa perfezione tecnica si accompagna a una certa uniformità di colore vocale e a un’espressività talvolta limitata, aspetti che possono lasciare qualche riserva sul piano interpretativo.
Nel ruolo di Elvira, il soprano georgiano Nino Machaidze affronta un confronto inevitabile con alcune delle più grandi interpreti del passato e del presente. Pur senza raggiungere i vertici assoluti di queste illustri predecessore, offre una prova convincente. Alla presenza scenica e al fascino personale unisce una voce duttile, capace di affrontare con sicurezza sia le pagine più virtuosistiche, come «Son vergine vezzosa», sia i momenti più intensi e drammatici della follia, tra cui «Qui la voce sua soave» e «Vien diletto, è in ciel la luna», fino al duetto finale, reso con grande efficacia.
I ruoli maschili di contorno sono affidati a interpreti italiani solidi e affidabili. Ildebrando D’Arcangelo e Gabriele Viviani svolgono il loro compito con professionalità, restituendo con correttezza le rispettive arie. Meno riuscita appare invece la prova di Gianluca Floris, il cui intervento iniziale nel primo atto risulta poco incisivo.
Dal punto di vista tecnico, il DVD presenta alcune criticità. La traccia audio stereo risulta piuttosto deludente, con una resa delle voci non sempre ottimale e una presenza eccessiva dei rumori di scena. Decisamente migliore è la traccia in DTS, che offre una qualità sonora più equilibrata. Il prodotto è privo di contenuti extra, ma include sottotitoli in cinque lingue, elemento comunque utile per la fruizione internazionale.
Nel complesso, si tratta di un’edizione che può interessare soprattutto per il valore dell’opera e per alcune prestazioni vocali di rilievo, ma che lascia spazio a diverse perplessità sul piano registico e tecnico.
⸫
- I Puritani, Armiliato/Dew, Vienna, 20 marzo 2015
- I Puritani, Mariotti/Ceresa, Torino, 18 e 22 aprile 2015
- I Puritani, Frizza/Pelly, Parigi, 10 settembre 2019
- I Puritani, Borzak/Menghini, Cremona, 6 dicembre 2025
⸪
