I Puritani

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★★★☆☆

Mesta messa in scena del testamento artistico di Bellini

Non so se esiste un’opera lirica con una vicenda più grottesca e un titolo più fuorviante! Cominciamo dal titolo: ci si aspetta una storia di sanguinose lotte tra il partito dei Puritani e quello degli Stuart al tempo della prima rivoluzione inglese (1641-1649) e invece si tratta del solito triangolo amoroso con solo una lontana eco delle vicende storiche.

L’azione si svolge presso Plymouth, in Inghilterra nel XVII secolo, al tempo di Oliver Cromwell. La storia d’amore si intreccia con lo scontro politico fra il partito dei Puritani e quello degli Stuart, dopo la decapitazione di Re Carlo I.Atto I. Scena: la fortezza di Plymouth. La notizia che Elvira Valton sta per andare sposa ad Arturo Talbo rattrista Sir Riccardo Forth, cui Gualtiero Valton, generale governatore puritano, aveva un tempo promesso la mano della figlia. Quando tutto è pronto per la cerimonia, Arturo, partigiano degli Stuart, riconosce in una misteriosa prigioniera la regina spodestata, Enrichetta Maria di Francia, che sta per essere accompagnata in tribunale. Con uno stratagemma, facendola passare per la sua sposa grazie al velo che la stessa Elvira, per gioco, le ha posto sul capo, Arturo riesce a lasciare le mura insieme alla prigioniera. Prima di fuggire, la coppia s’imbatte in Riccardo, che li lascia partire, ben felice di liberarsi del rivale. Alla notizia che il promesso sposo è fuggito con una donna, Elvira impazzisce. Atto II. In una sala del castello, il buon zio Giorgio racconta con commozione agli astanti la follia di Elvira. Poco dopo la fanciulla compare, vaneggiando e chiamando a sé l’amato Arturo. Giorgio tenta di convincere Riccardo a non trascinare il rivale davanti al tribunale, poiché egli non è il solo responsabile della fuga di Enrichetta. L’occasione della resa dei conti sarà piuttosto l’imminente battaglia tra i puritani e i seguaci degli Stuart. Atto III. La scena si svolge «in un giardino a boschetto, vicino alla casa d’Elvira». Sotto uno spaventoso uragano, il fuggiasco Arturo, braccato dai soldati dell’esercito puritano, tenta di avvicinarsi alla casa dell’amata, di cui ode la voce di lontano intonare la loro canzone d’amore. Arturo le risponde con la stessa melodia e finalmente Elvira lo riconosce e lo raggiunge. L’emozione è tale da farle tornare la ragione, ma la pace dura poco: l’esercito irrompe e circonda i due innamorati. Per Arturo è stata già pronunciata la condanna a morte quando uno squillo di tromba annuncia la definitiva sconfitta degli Stuart. Per celebrare la vittoria, Cromwell dispone un’amnistia: le tribolazioni di Arturo ed Elvira sono finite.

Il libretto di Carlo Pepoli è tratto dal dramma storico del 1833 Têtes rondes et Cavaliers (rispettivamente i partigiani di Cromwell e i seguaci del re Carlo I) di Ancelot e Boniface e narra delle imminenti nozze di Elvira con Arturo, allorché il promesso sposo aiuta nella fuga la regina spodestata Enrichetta facendola passare per la sposa stessa. Immediato strazio di gelosia e conseguente follia di Elvira. Sarebbe bastato che lo sposo avesse spiegato l’accaduto, ma siamo all’opera…

Presentata in tre atti a Parigi nel 1835, a pochi mesi dalla morte di Bellini, con il quartetto dei più grandi cantanti di allora (Giovanni Rubini, Giulia Grisi, Antonio Tamburini e Luigi Lablache) e un successo senza precedenti, l’ultima opera del compositore catanese ebbe una seconda versione prevista per il San Carlo di Napoli con la Malibran quale protagonista, che però non andò in scena. Versione riscoperta ed eseguita solo trent’anni fa e andata in scena in una edizione ulteriormente “restaurata” al Comunale di Bologna nel 2009 con la regia di Pier’Alli e la direzione di Michele Mariotti.

Con la garanzia degli interpreti e la popolarità delle sue arie (la cabaletta «Suoni la tromba, e intrepido» è ora l’inno del Movimento Indipendentista Siciliano!) l’opera difficilmente delude il pubblico, ma qui la regia ci mette del suo per stendere un velo di monotonia sulle tre ore di spettacolo. In una quasi assenza di scenografie, e quel poco inesorabilmente in nero, il regista Pier’Alli avrebbe potuto concentrarsi sui caratteri dei personaggi, invece gli interpreti mantengono atteggiamenti estremamente convenzionali. Ancora peggio il coro: tutti schierati e impalati come le pedine degli scacchi in una staticità che la regia video cerca invano di movimentare con riprese aeree e il montaggio post produzione.

La direzione di Mariotti ha tratti di discontinuità e l’orchestra non sempre dà il meglio di sé, soprattutto nei fiati.

I legati, gli acuti e le agilità della parte di Arturo sono pane per i denti di Juan Diego Flórez, che infatti li dipana con diabolica facilità. Che poi la voce abbia sempre lo stesso colore e una certa inespressività sono effetti collaterali quasi inevitabili. Tanto oggi sono ben pochi quelli che possano cantare quella parte – Gregory Kunde, John Osborn, Celso Albelo per fare tre nomi.

Il soprano georgiano Nino Machaidze se la deve vedere con Callas, Sutherland, Sills e Caballé, le Elvire del secolo scorso, e con Gruberová e Netrebko, quelle del presente, ma non sfigura affatto nel confronto. A fascino e telegenia affianca una voce che dalle volatine del «Son vergine vezzosa» ai toccanti momenti della pazzia in «Qui la voce sua soave» e «Vien diletto, è in ciel la luna», fino al rapinoso duetto finale esprime bellezza d’accento e duttilità.

Gli italiani Ildebrando D’Arcangelo e Gabriele Viviani, Sir Giorgio e Sir Riccardo rispettivamente, rendono le arie dei loro ruoli con diligenza, mentre sul Bruno di Gianluca Floris, cui tocca aprire il primo atto, è meglio glissare.

Scadente la traccia stereo con cui i microfoni captano le voci e anche, troppo, i rumori di scena. Meglio è la traccia DTS. Nessun extra, sottotitoli in cinque lingue.

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