West Side Story

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Leonard Bernstein, West Side Story

★★★★☆

Torino, Teatro Regio, 6 dicembre 2016

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Tra nostalgia e istanze sociali sempre attuali torna il musical di Bernstein sessant’anni dopo il debutto

Dal suo debutto nel 1957 a Broadway, il musical in cui si erano impegnate quattro importanti figure della musica per teatro del Novecento, ossia Leonard Bernstein, Jerome Robbins, Arthur Laurents e Steven Sondheim (rispettivamente per la musica, le coreografie, il libretto e i versi delle canzoni) ha avuto molteplici versioni. Da quella più operistica, registrata dallo stesso Bernstein nel 1984 con importanti voci della lirica, a quelle messe in scena in ambiti anche non professionali come associazioni, scuole, carceri!

A Torino arriva ora nel suo teatro d’opera, inserito nella normale programmazione lirica, questo West Side Story, prima e unica tappa italiana del tour mondiale che intende festeggiare gli imminenti centenari delle nascite di Bernstein, Laurents e Robbins e prodotto dalla BB Promotion, un operatore tedesco.

La colonna sonora non è preregistrata, come succede spesso in allestimenti locali o in teatri di periferia, ma lussuosamente fornita dall’orchestra del Teatro Regio, diretta con passione da Donald Chan, un allievo di Bernstein, che della partitura mette in luce le influenze stravinskiane e jazzistiche, la sapiente costruzione armonica, il trascinante andamento ritmico e la sorprendente bellezza delle canzoni. Maria, Tonight, Somewhere sono tra i motivi più belli scritti per il teatro del Novecento e costituiscono l’aspetto più seducente del lavoro. È difficile non essere soggiogati dalle loro indimenticabili melodie.

Sul piano della messa in scena non si tenta nessuna nuova lettura, lo spettacolo è tradizionalissimo con la regia e le coreografie di Jerome Robbins riprese fedelmente da Joey McKneely quale omaggio agli autori originali. All’inizio del film eponimo di Robert Wise la cinepresa in una visione aerea saliva dalla punta estrema di Manhattan fino ai quartieri settentrionali dove si svolge la vicenda, qui invece all’apertura del sipario siamo già sul posto, ce lo indicano le scenografie di Paul Gallis: ai lati quinte strutturate come le scale antincendio sulle facciate dei vecchi edifici, sullo sfondo gigantografie in bianco nero della New York anni ’50. I colorati costumi di Renate Schmitzer individuano bene le fazioni in lite, soprattutto nella scena del ballo, con i portoricani in completi dai colori sgargianti e gli “americani” in giubbotti argentati e pantaloni chiari. Più pittoreschi sono anche gli abiti delle ragazze degli Sharks, tutti doverosamente datati. Il bel gioco di luci di Peter Halbsgut aggiunge la giusta atmosfera alle diverse scene della vicenda.

Le schermaglie tra i Jets e gli Sharks e l’amore sbocciato tra Tony e Maria trovano nei giovani ballerini/cantanti dell’allestimento l’energia necessaria e una grande dedizione. Forse fin troppo ben danzate, le risse e le schermaglie sono tecnicamente apprezzabili, ma senza grande coinvolgimento emotivo da parte dei giovani interpreti. Quelli originali venivano da quegli stessi quartieri poveri che mettevano in scena. Interpretando la loro vita, rappresentavano in un certo modo il loro riscatto sociale. Qui talora manca un po’ la verità, nella pur eccellente professionalità degli esecutori. Nei ruoli principali quello di Maria è affidato a Jenna Burns, Bernardo, il capo degli Sharks, è Waldemar Quinones-Villanueva, la sua ragazza Anita è Keely Beirne. È soprattutto nell’interprete di Tony, Kevin Hack, che si apprezza il timbro gradevole della voce, la naturalezza con cui passa dal parlato al cantato e la sensibilità con cui intona i suoi song.

Il pubblico del teatro è soggiogato dallo spettacolo, compresi i giovani che forse non conoscevano questo lavoro che per molti, più avanti negli anni, aveva significato a quel tempo una ventata di libertà e di emozioni difficili da dimenticare.