Pagliacci

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Paolo Ventura, Il mangiatore di spade, 2009

Ruggero Leoncavallo, Pagliacci

★★★☆☆

Torino, Teatro Regio, 11 gennaio 2017

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Un Pagliacci di tradizione è la sola offerta serale del Regio di Torino

Avrà ragione il compositore Nicola Campogrande quando afferma che la lunghezza di uno spettacolo (lui parlava in realtà dei concerti) è destinata ad accorciarsi per i ritmi percettivi a cui ci stiamo abituando e che ci portano a concentrare la nostra esperienza d’ascolto in tempi sempre più limitati? O saranno i soliti problemi di budget dei teatri a diluire in più serate quello che veniva comunemente programmato in una sola? Fatto sta che il Regio di Torino inventa “l’Opera aperitivo”: si entra alle otto e poco dopo le nove si è già liberi per una pizza con gli amici o un cinemino.

Va in scena infatti, tutta sola, l’opera di Ruggero Leoncavallo Pagliacci, il dramma che anticipa il metateatro di Pirandello nel gioco tra scena e vita, sentimenti finti e sentimenti veri, uomini e maschere. La seconda parte del tradizionale dittico Cavalleria-Pagliacci viene affidata a un sensibile direttore d’orchestra, a un attore/regista di fama del teatro di prosa e a un raffinato artista visivo per le scene e i costumi.

Quest’ultimo è Paolo Ventura, artista che ricostruisce minuziosamente scenografie dall’atmosfera vagamente surreale e poi le fotografa. I suoi sono ritratti di personaggi malinconici immersi in periferie silenziose tratteggiate con tinte morbide. Qui vediamo una periferia urbana di un dopoguerra con ancora le ferite aperte dei bombardamenti: a sinistra una casa mezzo diroccata che serve da rifugio per gl’infelici amanti, a destra un misero palco per la recita della sgangherata compagnia, sullo sfondo un edificio quasi crollato annerito dal fuoco e un muro scrostato su cui ancora si legge il motto fascista VINCERE crivellato di colpi di arma da fuoco. Un filo di lampadine colorate è l’unico elemento di allegria in questo mondo in cui si muovono i tristi pagliacci, i giocolieri su trampoli e le povere maschere delle poetiche visioni dell’artista milanese.

La messa in scena di Gabriele Lavia non si scosta da una lettura molto tradizionale (ci mette pure un asinello vivo). Il regista dimostra buona capacità di gestione delle messe in scena e utilizza abilmente gli oggetti – nella pantomima una cornice di legno diviene di volta in volta finestra, specchio, porta, tavolo – ma la sua lettura non suggerisce nulla di nuovo.

Facendo di necessità virtù, si può dire che la brevità dello spettacolo dimezzato fa raddoppiare l’attenzione sull’aspetto musicale dell’opera di Leoncavallo. Il direttore Nicola Luisotti ne mette in luce con sapienza e sensibilità la partitura, un vero e proprio collage stilistico cha va dalle carezzevoli melodie cantabili, quasi romanze, agli intensi interventi sinfonici, ai vivaci cori, ai minuetti e alle gavotte “all’antica” della pantomima, ai colori foschi del “cattivo” Tonio, alle armonie cromatiche, quasi wagneriane, del duetto d’amore tra Nedda e Silvio, all’avvicendarsi dei leitmotive. Il maestro viareggino concerta poi abilmente le voci in scena, tutti cantanti debuttanti nei loro rispettivi ruoli. Il Canio di Fabio Sartori è vocalmente generoso, dagli acuti luminosi e precisi, gli manca solo un uso più convincente della mezza voce, ma qui è la regia a non aiutare, ad esempio quando lo piazza in proscenio a gambe larghe per il celeberrimo monologo («Vesti la giubba»), momento che è stato reso spesso in maniera teatralmente molto più efficace altrove. Lo stesso errore è commesso dalla regia quando fa iniziare sì il prologo con Tonio davanti al sipario, ma a metà questo si alza e ci mostra la scena finale dell’opera, con Nedda e Silvio a terra trafitti dal pugnale di Canio, come un’istantanea fotografica. Questo, però, invece di sottolineare, toglie vigore alle parole che si perdono nell’affollata inquadratura. Peccato perché Roberto Frontali costruisce un Tonio intenso e nel finale la sua frase «La commedia è finita» fa venire i brividi, con tutta la crudezza ma anche la sofferta disperazione di chi ha dolorosamente vendicato la crudeltà della vita nei suoi confronti. Erika Grimaldi è una Nedda dal timbro non sempre gradevole ma vocalmente a suo agio nel ruolo.

Fin qui gli interpreti italiani, e si sente nella espressiva recitazione delle battute del testo. Non sfigurano comunque, né nella dizione né nella prestazione vocale, l’americano Juan José de León, spigliato e acrobatico Peppe/Arlecchino, e il polacco Andrzej Filończyk, aitante Silvio. Eccellente la prova del coro e dei tanti figuranti che affollano la scena. Calorosi applausi per tutti da parte del pubblico presente.