Der fliegende Holländer

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Richard Wagner, Der fliegende Holländer

★★★☆☆

Helsinki, 24 novembre 2016

(live streaming)

Il finlandese volante di Holten

Niente mare in questo Olandese wagneriano di Kasper Holten all’Opera Nazionale Finlandese. Solo tanto blu: la tempesta è tutta nell’animo dell’Olandese, artista affermato che nel suo studio si affanna su tele astratte in cui riversa il suo mal di vivere e che riflettono la sua visione della realtà quale la vediamo nella videografica proiettata sullo sfondo di un palcoscenico girevole che dà il senso dell’incessante ricerca di un approdo. Tutto ciò viene detto durante l’ouverture a sipario alzato. E poi la vicenda inizia, ma niente «costa ripida e rocciosa» o vascelli: siamo tra la folla di un elegante vernissage dei quadri dell’artista. Daland informa la figlia del viaggio al telefonino e l’Olandese fa il suo racconto («Die Frist ist um, und abermals verstrichen sind sieben Jahr’», Passato è il termine, e ancora una volta sono trascorsi sette anni) come illustrando le sue opere, per poi appartarsi per la sua “preghiera” («Dich frage ich, gepriesner Engel Gottes, der meines Heils Bedingung mir gewann», A te io chiedo, o benedetto angelo del Signore, che ottenesti la condizione della mia salvezza).

Questa descrizione minuziosa dell’inizio dello spettacolo dimostra la logica drammaturgica di Holten e la sua visione teatrale che trascura gli aspetti romantici della giovanile opera wagneriana e non crede al fascino del maledetto che va per mare in un’epoca come la nostra in cui il mare si vede dalla cabina di una città galleggiante che attenua ogni rollio o beccheggio eventuali. Qui le onde sono quelle che oscillano tra un’irrequieta ambizione artistica e il desiderio di trovare pace, una casa, affetti duraturi. Come accadeva all’artista Wagner, afferma il regista.

L’espediente non sempre funziona: tutti i termini marinari suonano a vuoto e la storia raccontata sembra un’altra da quella che conosciamo. Solo in alcuni momenti l’idea risulta efficace, come nel duetto in cui l’Olandese chiede a Daland la figlia in isposa, con i due uomini brilli per il copioso whisky bevuto mentre trattano la faccenda come uno squallido scambio, quale in effetti è, con quell’accompagnamento danzante nell’orchestra. Nel secondo atto le filatrici sono allieve invece in una lezione di ceramica, Senta si perde dietro alla copertina della rivista Time dedicata all’Olandese e la sua ballata la canta mentre crea una violenta opera astratta completa di dripping alla Pollock e body painting – l’opera che farà innamorare l’Olandese, più che Senta stessa. Il loro rapporto inizialmente non è diretto e personale, bensì interposto da un mezzo artistico, qui una cinepresa che amplifica le espressioni dei loro volti. La spettrale scena iniziale del terzo atto è un incubo dell’artista popolato da una folla senza volto e dall’alcolismo di cui è vittima. Anche il finale è particolare: ancora un vernissage, ma questa volta è Senta l’artista, ed è lei a mettere in mostra i video dell’Olandese, tra cui quello con cui si è tolto la vita.

Non c’è il mare, dunque, in questa lettura molto teatrale di Holten, ma c’è il senso di annegamento del protagonista, a cui in alcuni momenti manca l’aria e lo fa boccheggiare. Fortunatamente non manca il fiato al cantante, il fascinoso baritono danese Johan Reuter, un autorevole Olandese svettante nel registro acuto e imponente in quello grave e dalla magnetica presenza scenica. Ma è proprio il personaggio, a cui viene mancare l’alone di mistero dell’originale, che qui è debole, unitamente alla sua eccessiva presenza in scena fin dai primi momenti.

Camilla Nylund è una Elsa eccellente per vocalità e intensità espressiva. Gregory Frank è un Daland efficace mentre l’Erik di Mika Pohjonen è insopportabilmente gridato. Di grande bellezza timbrica la voce del timoniere di Tuomas Katajala.

In questo contesto il direttore John Fiore neanche prova a proporre una lettura romantica dell’opera e le sue bordate musicali non sono propriamente trascinanti, anche a causa di un’orchestra non eccezionale, con ottoni sbandati e archi dal suono secco. Non esaltante la prova del coro, ahimè in un’opera in cui gli interventi corali sono quanto mai determinanti.

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