Wilhelm Hauff

Der fliegende Holländer

Richard Wagner, Der fliegende Holländer (L’Olandese volante)

★★★★★

Bayreuth, Festspielhaus, 25 luglio 2021

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Due donne e tre debutti aprono il Festival di Bayreuth 2021

Per capire quanto è cambiata la messa in scena dell’opera oggi basterebbe confrontare il duetto Senta/Erik dell’Olandese volante ora a Bayreuth con una qualunque produzione di trent’anni fa: questo è teatro a tutti gli effetti e al massimo livello possibile, una recitazione che lascia sbalorditi per naturalezza e intensità. Asmik Grigorian ed Eric Kutler sono talmente attori che quasi si dimentica la perfezione vocale dei due interpreti. Vero è che Dmitrij Černjakov farebbe recitare anche i sassi, ma qui la perfezione attoriale rende totalmente convincente l’azzardata drammaturgia di Tatiana Vereščagina che trasforma la leggenda marinara in un thriller di terraferma.

Infatti, durante l’ouverture quello che vediamo ci indica una classica trama poliziesca: un ragazzino vede sua madre che ha una relazione con Daland, l’uomo più ricco del villaggio. Quando poi lui la scaccia, lei viene espulsa dalla comunità del villaggio e si impicca per la disperazione. Sotto i suoi piedi penzolanti c’è il figlio, il ragazzino, che più tardi diventerà l’”olandese volante” e un giorno ritornerà al villaggio, farà visita all’ex amante della madre e gliela farà pagare cara.

Nella scenografia dello stesso Černjakov, illuminata dalle sapienti luci di Gleb Filštinskij e con i costumi anni ’60 di Elena Zaitseva, non ci sono né mari né vascelli. Un lindo ma inquietante villaggio immerso nelle brume nordiche, con la chiesa dall’aguzzo campanile e le case dai muri di mattoni, forma l’ambiente in cui si svolge questa storia di spietata vendetta che ha atteso molto tempo prima di essere consumata con calcolata freddezza.

Gli edifici si spostano e si ricollocano con movimenti fluidi per formare la piazzetta del bar in cui Daland incontra l’olandese o quella delle prove del coro delle donne. Gli stretti vicoli sembrano nascondere segreti inconfessati, ma i fantasmi della vicenda musicata da Wagner qui sono dentro le persone: Senta è un’adolescente ribelle che fa dell’ostinazione a salvare il marinaio maledetto la sua ragione di vita per uscire da quell’ambiente ipocrita dominato dal padre Daland; la madre (Mary) è quella che forse custodisce un segreto o ha capito le intenzioni dello straniero, comunque, sarà quella che risolverà la situazione alla fine uccidendo l’olandese, dopo che lui e i suoi uomini hanno appiccato il fuoco alle case del villaggio e freddato un paio di cittadini. Sotto le ceneri dell’incendio che scendono come una neve nera, Erik, Senta e Mary siedono distanti, forse hanno trovato a caro prezzo la pace.

La storia di amore incondizionato e redenzione qui diviene lo sviluppo e la soluzione di un trauma in un ambiente borghese totalmente antiromantico, che la maestria del regista russo sviluppa con precisione chirurgica e una regia attoriale strabiliante. Dopo essere stato ospite di tutti i maggiori teatri europei, Černjakov debutta qui a Bayreuth, ma non tutti i frequentatori del festival, quest’anno dimezzati per i soliti problemi di distanziamento, hanno gradito. Si sa la prima volta è sempre difficile: la lezione di Chéreau dovrebbe fare testo – accolto e subissato da fischi la prima volta, verrà salutato da ovazioni di un’ora alla ripresa qualche anno dopo – e nel finale scelto da Černjakov si può forse vedere un riferimento al finale del Ring di Chéreau.

Un altro debutto è quello di Oksana Lyniv, la prima donna a condurre l’orchestra del teatro in tutta la storia del festival, quest’anno arrivato al 145° anno. Tutto si può dire della direzione di Katharina Wagner, ma di certo non che non cerchi nuove strade e non abbatta primati discutibili, tra gli ultimi quello di aver fatto venire il prima regista ebreo (e omosessuale dichiarato, Barrie Kosky) a mettere in scena un lavoro del bisnonno. A Oksana Lyniv sono andati applausi calorosi dal pubblico che ha apprezzato la drammaticità e assieme la trasparenza di una concertazione che ha lasciato spazio alle voci – non sempre enormi – e alla scrittura strumentale della partitura.

Il terzo debutto è quello di Asmik Grigorian, il soprano lituano rivelazione degli ultimi anni. Della sua capacità attoriale stupefacente s’è detto, ma questa è tutt’una con la sua interpretazione vocale caratterizzata da una sicurezza di emissione e un’intensità fuori del comune. Pochi come lei sanno usare il linguaggio del corpo in maniera così teatralmente espressiva e la sua Senta rimane tra le figure indimenticabili sulle scene di questi ultimi anni, quanto la sua Salome, la sua Marietta o la sua Tatjana.

Terzo nell’intensità degli applausi del pubblico della Festspielhaus è stato Eric Cutler, indimenticabile Lohengrin, che ha dato alla parte di Erik un’energia inusuale. Altrettanto festeggiato Georg Zeppenfeld, consumato wagneriano che ha prestato il suo bel timbro e la perfetta dizione al personaggio di Daland. Particolarmente importante in questa produzione è la parte di Mary, non più nutrice ma madre di Senta, che ha avuto in Marina Prudenskaja un’ottima interprete vocale e un’attrice di grande intensità. Molto apprezzato anche il timoniere Attilio Glaser, di bella liricità. Nella parte del titolo il baritono svedese John Lundgren ha compensato un volume tutt’altro che imponente con l’espressività a cui il pubblico ha risposto con applausi di cortesia. Risolto con efficacia è invece stato il problema del coro che ha cantato metà dalla sala prove e metà sul palcoscenico in playback.

Forse non è stata l’inaugurazione che alcuni si aspettavano, ma ritornare in scena dopo due anni e con uno spettacolo tale poteva essere motivo di ancora maggiore apprezzamento.

Der fliegende Holländer

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Richard Wagner, Der fliegende Holländer (L’Olandese volante)

★★★★☆

Vienna, Theater an der Wien, 24 novembre 2015

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L’immaginario cupo di Py per la Urfassung dell’Olandese

Punto di svolta dell’opera di Wagner e primo titolo ad essere ammesso nel canone del sancta sanctorum di Bayreuth (sono esclusi per volontà dell’autore non solo Die Feen e Das Liebesverbot ma anche Rienzi), Der fliegende Holländer è un lavoro ancora a forme chiuse – recitativi, arie, duetti, versi ripetuti – ma lo stile musicale è già del tutto wagneriano con un utilizzo quasi sistematico dei Leitmotive.

Per quanto riguarda la vicenda la sua particolarità è ben messa in luce da Elvio Giudici: «L’opera s’iscrive nel vasto filone dell’immaginario con cui il romanticismo popolò letteratura e teatro di esseri soprannaturali o comunque vaganti nella landa extra reale della pazzia o del trance sonnambulo. Ovvi i motivi: poter dire – o addirittura tradurre in situazioni esplicite sulla scena – cose che le convenzioni sociali ed etiche della realtà quotidiana vietano rigorosamente. Una pazza può abbandonarsi a sogni proibiti intrisi della sensualità che una signorina dabbene può forse provare ma giammai esplicitare, pena il diventare “perduta” ovvero essere escluso dalla società costituita. […] Ecco perché, ben oltre gli intrinseci valori testuali, il teatro di Ibsen prima e di Strindberg poi scoppiò come una bomba nella prospera e apparentemente paga borghesia ottocentesca: i loro protagonisti – spesso femminili, per giunta – nel dire verità scomodissime pur non essendo affatto pazzi o emarginati, e dicendole nei solidi salotti della buona borghesia, di questa minavano esplicitamente le fondamenta di un ordine fin lì rigidamente codificato nella poco santa ma molto funzionale trinità Dio-Famiglia-Bordello».

Olivier Py in questa sua produzione mette in evidenza le pulsioni nascoste dei protagonisti per cui Senta è una Madame Bovary, «una donna che desidera una vita diversa da quella di moglie e casalinga. […] Non è capace di vivere in quel piccolo mondo in cui è assente una qualsivoglia dimensione spirituale, artistica; ha bisogno di essere libera, ma non ha le parole per esprimere i suoi sentimenti, così insegue un fantasma il cui ritratto è l’unica forma d’arte e spiritualità che le è concessa».

L’ambientazione è riportata a quella originale, la costa scozzese, e per questo alcuni nomi sono diversi: Georg invece di Erik, Donald invece di Daland. Nella drammaturgia di Py Senta, figlia del mercante Donald, è morta: ha seguito uno straniero che il padre le ha portato come sposo, un uomo per cui lei ha creduto di dover morire per liberarne l’anima. Ma è stata illusione o realtà? O puro teatro?

Nella scenografia di Pierre-André Witz una struttura di legno scuro ruotando è di volta in volta la chiglia di una nave, l’interno della casa di Donald o un campo di croci tombali. Le luci di Bertrand Killy rendono l’atmosfera minacciosa e il tono, come è spesso nelle produzioni di Py, cupo. Durante l’ouverture un uomo si dipinge la faccia il collo e le spalle di nero davanti a uno specchio da camerino: è il Satana menzionato dall’Olandese, qui un personaggio che interagisce nella vicenda capeggiando a un certo punto, nudo sull’altalena, gli spiriti maledetti della nave fantasma. Sulle pareti vi sono disegni di un teschio, tre scheletri scenderanno dall’altro per danzare una macabra Totentanz sul tavolo dei marinai e un enorme teschio apparirà quando Senta decide di morire per salvare l’uomo. La morte pervade il libretto in cui le parole Tod, tot (morte, morto) compaiono sedici volte.

Senta entra in scena per scrivere sulla parete di fondo la parola ERLÖSUNG (redenzione), la sua ragione di esistere. Alla fine la scritta si è trasformata in ERWARTUNG (attesa), il tema centrale dell’allestimento di Py che assieme a Marc Minkowski ha scelto la versione originale del 1841, la Urfassung, in un unico atto e senza redenzione finale: è un’attesa inutile quella di Senta. I marinai sono viaggiatori con valigia e una valigia piena di banconote è il tesoro dell’Olandese con cui paga ospitalità e, per buona misura, anche una moglie.

Marc Minkowsli a capo de Les Musiciens du Louvre, orchestra con strumenti originali, con la strumentazione più leggera e lo svolgimento melodico più asciutto della versione originale mette magnificamente in luce la tensione del dramma e i timbri netti. Il peso sonoro non copre mai le voci che possono osare livelli interpretativi inusitati, come è il caso di Bernard Richter che delinea un Georg da Lied romantico di grande sensibilità. O di Manuel Günther che fa del Timoniere un ruolo di preziose eleganze. O ancora della Mary di Ann-Beth Solvang. E questo per i ruoli secondari!

Samuel Youn ha fatto dell’Olandese il suo ruolo di predilezione (lo troviamo tra l’altro nelle produzioni di Thielemann/Kloger e Heras-Casado/Ollé entrambe registrate su DVD). Apprezzabile è il suo gioco di mezze voci ma per il resto si può condividere il giudizio che ne dà il Giudici: «Voce non brutta e neppure poca nel settore centrale, ma estensione corta tanto su quanto giù: onde suono calante molto spesso, sforzo perenne, colore niente, accento meno di niente al pari di carisma scenico».

Ingela Brimberg è interprete di eccezione per proiezione e solidità, se non per estensione verso l’acuto. La sua Senta non è la solita fanciulla persa nei sogni, ma una donna determinata – una femminista  la pensa Py – che segue sul mare nero agitato da Satana l’uomo del suo destino. Lo squallido personaggio del padre Donald trova nella voce possente di Lars Woldt un interprete estremamente efficace anche scenicamente.

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Der fliegende Holländer

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Richard Wagner, Der fliegende Holländer (L’Olandese volante)

★★☆☆☆

Klaipėda (Lituania), Cantiere navale, 1 agosto 2020

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«I don’t want realism. I want magic!» (1)

Il morbo del realismo continua a contagiare ancora oggi: nel teatro antico come in quello barocco, ma anche in quello settecentesco, a nessuno sarebbe venuto in mente di allestire uno spettacolo nello stile, nei tempi e nei luoghi reali della vicenda rappresentata. Il teatro di per sé trascende la fedeltà alla vita reale per darne una visione altra. A maggior ragione nell’opera, dove tutto è finto ma niente è falso e dove la finzione diventa verità.

La prendiamo quindi come una curiosità, e non un esempio da seguire, quella del KSMT, Klaipėdos valstybinis muzikinis teatras (Teatro Musicale Statale di Klaipėda) di rappresentare L’olandese volante di Wagner con una vera nave su uno scalo di alaggio nel cantiere navale della città baltica. Il simbolismo della vicenda evapora con la realtà delle funi, delle lamiere corrose, dell’acqua, delle tele cerate, degli stivali, ma rimane il fascino da son et lumière per turisti. Se soltanto ci fosse un po’ di ironia nel lavoro di Dalius Abaris (concezione, direzione artistica e scene) e Gediminas Šeduikis (regia) lo spettacolo si trasformerebbe in una versione moderna del disneyano Pirates of the Caribbean senza Johnny Depp.

L’olandese volante è rappresentato per la prima volta in Lituania, sulle stesse rive dove nell’agosto 1836 il giovane Kapellmeister del teatro di Königsberg andò in tournée con la compagnia per dirigere spettacoli a Klaipėda, allora la Memel della Prussia orientale. Tornato a Königsberg, dopo un paio di mesi di successo, Richard Wagner decise di  trasferirsi a Riga dove fu assunto come direttore musicale presso il teatro locale dal 1837 al 1839. Dopo il suo licenziamento e con un’orda di creditori arrabbiati alle sue calcagna, il ventiseienne musicista decise di fuggire da Riga e cercare una carriera di compositore d’opera a Parigi. Salì dunque a bordo di una piccola nave mercantile diretta a Londra il cui tragitto sarebbe dovuto durare otto giorni, ma le tempeste spinsero la nave fuori rotta e fecero durare il viaggio tre settimane e mezza. Fu su quella nave che oscillava all’infinito che furono concepite le prime idee musicali per l’opera.

Questa produzione, unica e programmata per il 767° anniversario di Klaipėda, ha aperto il Festival 2020 “Agosto Musicale sul Mare”. In questa insolita location metà del pubblico è di fronte all’orchestra sotto una piattaforma praticabile, l’altra metà ha davanti a sé due enormi torri di impalcature tra le quali si incunea il “vascello fantasma”, qui un peschereccio pronto per la rottamazione. Contraddizioni del realismo! Niente arcolai poi per le donne che semplicemente osservano manovrare delle casse. Buono il movimento delle masse, trascurabile la cura per la recitazione. Finale grandiosamente pirotecnico e molto poco mistico: Senta sale sulla nave che avanza tra le sedie del pubblico fra fumi e luci colorate. Molto più che per altri spettacoli, l’impatto per chi è presente deve essere stato ben diverso da chi l’ha visto sullo schermo da casa.

Con cospicui tagli, che portano a un’ora e mezza la durata dell’esecuzione, Modestas Pitrėnas dirige l’orchestra del teatro con senso drammatico e spettacolare ma senza tante sottigliezze. Il coro non è dei più compatti anche a causa della dispersione spaziale e tra i solisti si fa notare la proiezione vocale del wagneriano Almas Švilpa nella parte del titolo. Voce a tratti usurata e con forte vibrato quella della Senta di Sandra Janušaitė. Efficace ed elegante il Daland di Tadas Girininkas, tutt’altro che memorabili i due tenori.

(1) Così dice Blanche nella scena nona di A Streetcar named Desire di Tennessee Williams.

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Der fliegende Holländer

Richard Wagner, Der fliegende Holländer (L’Olandese volante)

★★★☆☆

Torino, Teatro Regio, 16 ottobre 2012

Il mare in una stanza

Apertura di stagione con Wagner, di cui si celebreranno l’anno prossimo i duecento anni dalla nascita. Il Teatro Regio sceglie la sua prima opera matura, quell’Olandese volante che aveva visto il debutto a Dresda nel 1843. La durata di circa due ore e un quarto permette un’esecuzione senza intervallo, come voleva originariamente l’autore, ma è anche comune il taglio in tre atti. A Torino viene scelta la soluzione dell’atto unico, la più efficace per mantenere la tensione del dramma.

La messa in scena è di Willy Decker, che l’aveva approntata per Parigi nel 2000. Minimalista la scenografia: una grande stanza bianca e spoglia con una grande marina sulla parete di fondo e un’enorme porta su quella di destra. Il regista privilegia una lettura onirica e psicanalitica della vicenda in cui non è il mare la presenza incombente, bensì l’inconscio oltre quella porta. Non ci sono navi in scena, solo delle funi a cui si aggrappa l’Olandese, né il suo ritratto sulla parete, la sua effigie è in una miniatura che Senta porta al collo. Tutto è rarefatto nella regia di Decker, che risolve in maniera scioccante la morte della donna: non essendoci rupe da cui potersi gettare, ma neppure il mare, alla donna non resta che piantarsi un pugnale nel petto per porre fine alla sua esistenza e sacrificarsi così per l’uomo amato.

Il mare in scena non c’è, se non nel dipinto, ma è nell’orchestra, diretta da Gianandrea Noseda con passione e grande controllo musicale. Cast eterogeneo quello sul palcoscenico. Mentre Mark S. Doss è un autorevole Olandese, il tenore Stephen Gould (Erik) è stentoreo e il suo canto spesso gridato e Steven Humes ha un timbro un po’ troppo chiaro per Daland. Convincente invece Adrienne Pieczonka, intensa e vibrante Senta. Bene il timoniere di Vicente Ombuena e la Mary di Claudia Nicole Bandera. Buona la prova del coro del teatro salutato al termine dai calorosi applausi del folto pubblico torinese.

Der fliegende Holländer

Richard Wagner, Der fliegende Holländer (L’olandese volante)

Torino, Auditorium RAI Arturo Toscanini, 24 maggio 2018

(esecuzione in forma di concerto)

L’islandese volante

Unica opera eseguita in forma concertistica per la corrente stagione dell’Orchestra Sinfonia Nazionale della RAI. Una tradizione che purtroppo diviene sempre più rara anche presso le fondazioni liriche italiane, mentre all’estero è molto più frequentata, permettendo di risparmiare un po’ di soldi sull’allestimento scenico e dando modo di concentrarsi, per una volta, solo sull’aspetto puramente musicale.

Il programma della serata è incentrato sulla romantische Oper di Richard Wagner Der Fliegende Holländer (L’Olandese volante), qui nella versione in tre atti voluta dall’autore stesso dopo quella originale in un atto unico presentata a Dresda il 2 gennaio 1843 – ma da allora seguiranno innumerevoli altre versioni da parte di un compositore mai pienamente soddisfatto del suo lavoro.

Alla guida dell’orchestra RAI c’è il suo direttore principale e neo-Commendatore della Repubblica Italiana, James Conlon. Dopo un’ouverture che non convince pienamente – a parte certi interventi degli ottoni non proprio impeccabili, la lettura del direttore americano è concentrata molto sull’aspetto teatrale e drammatico della partitura, ma mancano un po’ la profondità e il respiro oceanico di questa pagina – le cose si mettono per il meglio con l’ingresso degli interpreti, concertati abilmente e con un attento equilibrio con le massicce sonorità orchestrali. Conlon sembra però prediligere i momenti di danza e di maggior cantabilità di un lavoro che funge da cerniera tra il Wagner immerso nella tradizione musicale tedesca di Weber e Schubert e il “nuovo” Wagner.  Il direttore riesce comunque a evidenziare la mirabile unità di questo lavoro che immerge tradizionali numeri chiusi (recitativi, arie, duetti, terzetti, concertati) in un flusso musicale travolgente.

Merito del successo della serata è anche degli eccellenti cantanti. Il giovane Wagner non ha paura a costruire un intero primo atto sulle voci gravi di un basso e di un basso-baritono, qui entrambi islandesi e dalla sicura vocalità: Tómas Tómasson e Kristinn Sigmundsson. Il primo è un Olandese autorevole dal timbro scuro la cui apparizione è quasi da brivido. Il personaggio è sapientemente scolpito con solo qualche piccolo segno di stanchezza vocale nell’ultima parte. Il secondo è un Daland che dopo l’ingresso possente come comandante della nave si trasforma in padre amorevole ma anche interessato al denaro, come il Rocco del Fidelio beethoveniano, con l’espressione che denuncia la sostanziale meschinità del personaggio che vende la figlia abbagliato dai tesori esibiti dallo straniero. Bellezza di timbro, espressività e grande forza della parola sono le doti di Sigmundsson. Ancora nel primo atto ammiriamo la terza voce maschile prevista da Wagner, il Timoniere, questa volta un tenore, il brillante Matthew Plenk.

Sarà una lontana erede del compositore Amber Wagner che qui veste i panni di Senta? Il soprano americano stupisce per la bellezza del colore della voce – non le stridule e metalliche voci che talora si sentono in questa parte – e dai mezzi vocali prodigiosi che le permettono di completare l’esecuzione senza la minima smagliatura. Un Eric di grande smalto è quello di Rodrick Dixon, tenore squillante e dalla tecnica dispiegata abilmente nei passaggi drammatici come nelle trascinanti pagine liriche esibite nel suo ruolo. Il mezzosoprano Sarah Murphy ha completato come Mary il cast.

Ma L’Olandese volante è anche e soprattutto opera corale. Al nostro Coro Maghini viene aggiunto il Coro Filarmonico Slovacco e il risultato è eccellente sia negli interventi maschili sia in quelli femminili.

Un pubblico non numerosissimo ma prodigo di applausi ha festeggiato con particolare entusiasmo l’orchestra e gli artisti. Speriamo sia di stimolo a far presentare più spesso in questa forma altre opere, anche quelle meno conosciute o di difficile allestimento. Così sarà tra poche settimane con L’ange de Nisida, rarità donizettiana, in concerto al Covent Garden di Londra.

Der fliegende Holländer

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Richard Wagner, Der fliegende Holländer (L’Olandese volante)


★★★☆☆

Helsinki, Suomen Kansallisooppera,24 novembre 2016

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Il finlandese volante di Holten

Niente mare in questo Olandese wagneriano di Kasper Holten all’Opera Nazionale Finlandese. Solo tanto blu: la tempesta è tutta nell’animo dell’Olandese, artista affermato che nel suo studio si affanna su tele astratte in cui riversa il suo mal di vivere e che riflettono la sua visione della realtà quale la vediamo nella videografica proiettata sullo sfondo di un palcoscenico girevole che dà il senso dell’incessante ricerca di un approdo. Tutto ciò viene detto durante l’ouverture a sipario alzato. E poi la vicenda inizia, ma niente «costa ripida e rocciosa» o vascelli: siamo tra la folla di un elegante vernissage dei quadri dell’artista. Daland informa la figlia del viaggio al telefonino e l’Olandese fa il suo racconto («Die Frist ist um, und abermals verstrichen sind sieben Jahr’», Passato è il termine, e ancora una volta sono trascorsi sette anni) come illustrando le sue opere, per poi appartarsi per la sua “preghiera” («Dich frage ich, gepriesner Engel Gottes, der meines Heils Bedingung mir gewann», A te io chiedo, o benedetto angelo del Signore, che ottenesti la condizione della mia salvezza).

Questa descrizione minuziosa dell’inizio dello spettacolo dimostra la logica drammaturgica di Holten e la sua visione teatrale che trascura gli aspetti romantici della giovanile opera wagneriana e non crede al fascino del maledetto che va per mare in un’epoca come la nostra in cui il mare si vede dalla cabina di una città galleggiante che attenua ogni rollio o beccheggio eventuali. Qui le onde sono quelle che oscillano tra un’irrequieta ambizione artistica e il desiderio di trovare pace, una casa, affetti duraturi. Come accadeva all’artista Wagner, afferma il regista.

L’espediente non sempre funziona: tutti i termini marinari suonano a vuoto e la storia raccontata sembra un’altra da quella che conosciamo. Solo in alcuni momenti l’idea risulta efficace, come nel duetto in cui l’Olandese chiede a Daland la figlia in isposa, con i due uomini brilli per il copioso whisky bevuto mentre trattano la faccenda come uno squallido scambio, quale in effetti è, con quell’accompagnamento danzante nell’orchestra. Nel secondo atto le filatrici sono allieve invece in una lezione di ceramica, Senta si perde dietro alla copertina della rivista Time dedicata all’Olandese e la sua ballata la canta mentre crea una violenta opera astratta completa di dripping alla Pollock e body painting – l’opera che farà innamorare l’Olandese, più che Senta stessa. Il loro rapporto inizialmente non è diretto e personale, bensì interposto da un mezzo artistico, qui una cinepresa che amplifica le espressioni dei loro volti. La spettrale scena iniziale del terzo atto è un incubo dell’artista popolato da una folla senza volto e dall’alcolismo di cui è vittima. Anche il finale è particolare: ancora un vernissage, ma questa volta è Senta l’artista, ed è lei a mettere in mostra i video dell’Olandese, tra cui quello con cui si è tolto la vita.

Non c’è il mare, dunque, in questa lettura molto teatrale di Holten, ma c’è il senso di annegamento del protagonista, a cui in alcuni momenti manca l’aria e lo fa boccheggiare. Fortunatamente non manca il fiato al cantante, il fascinoso baritono danese Johan Reuter, un autorevole Olandese svettante nel registro acuto e imponente in quello grave e dalla magnetica presenza scenica. Ma è proprio il personaggio, a cui viene mancare l’alone di mistero dell’originale, che qui è debole, unitamente alla sua eccessiva presenza in scena fin dai primi momenti.

Camilla Nylund è una Elsa eccellente per vocalità e intensità espressiva. Gregory Frank è un Daland efficace mentre l’Erik di Mika Pohjonen è insopportabilmente gridato. Di grande bellezza timbrica la voce del timoniere di Tuomas Katajala.

In questo contesto il direttore John Fiore neanche prova a proporre una lettura romantica dell’opera e le sue bordate musicali non sono propriamente trascinanti, anche a causa di un’orchestra non eccezionale, con ottoni sbandati e archi dal suono secco. Non esaltante la prova del coro, ahimè in un’opera in cui gli interventi corali sono quanto mai determinanti.

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Der fliegende Holländer

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Richard Wagner, Der fliegende Holländer (L’olandese volante)

★★☆☆☆

Madrid, Teatro Real, 23 dicembre 2016

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A Madrid un Olandese coreano

Esattamente quarant’anni dopo Chéreau, anche Álex Ollé con Wagner denuncia i danni del capitalismo, anche se in maniera più esplicita. Il suo Olandese volante madrileno è ambientato a Chittagong, Bangladesh, uno dei posti più inquinati al mondo, uno squallido cimitero navale, “l’inferno sulla Terra”. La scena del Teatro Real è occupata da un enorme scafo arenato da dove gli uomini scaricano tutto il possibile e le donne lo riciclano. Qui un padre può vendere una figlia per denaro e la figlia vedere la morte come via di salvezza da una vita senza speranza. Metafora del materialismo capitalista, la storia di Senta e del marinaio condannato a vagare senza tregua per i mari, è qui una coproduzione del teatro spagnolo con quelli di Lione, Bergen, Lilla e Opera Australia.

Con pochi oggetti in scena, una gigantesca àncora e un ripidissimo barcarizzo, Alfons Flores monta una scenografia in cui il mare si è prosciugato: solo esiste nella mente dell’Olandese, essendo la sua nave in secca su un deserto cosparso di rottami, un deserto però realizzato con dei gonfiabili che sembrano grossi ravioli su cui camminano traballando i cantanti. È la videografica de La Fura dels Baus che suggerisce con le sue immagini digitali sulla sabbia il mare in tempesta e il brulichio dei marinai fantasmi. «Quelli che emergono dal ventre della nave – il capitano, la truppa – sono gli stessi fantasmi degli operai che la distruggono. Sono i loro desideri, le loro ambizioni, le loro ansie di potere, di ricchezza, di libertà, le loro stesse paure. […] Sono l’anima della società capitalista naufragata sugli scogli del secolo XXI. L’“altro” della nostra società, uno sguardo all’altro lato dello specchio dell’occidente». Così scrive nelle sue note di regia Alex Ollé che si allontana non poco dalle intenzioni idealistiche e romantiche del compositore (qui non c’è alcuna redenzione), ma il regista catalano propone comunque uno spettacolo, almeno visivamente, valido, che fa della tecnologia un uso ottimale. Particolarmente riuscito è il finale con l’acqua che inonda virtualmente il palcoscenico fino a far scomparire tutto in un mare spettrale. Quello che viene a mancare qui è il dramma, mentre carente risulta lo sviluppo e la caratterizzazione dei personaggi, anche a causa dello scarso carisma dei cantanti.

Entrambi coreani e con lo stesso cognome, Youn, sono i due interpreti maschili principali: Samuel è l’Olandese e Kwangchul è Daland. Il primo ha voce possente, ma l’articolazione della parola non riesce a scolpire vocalmente il personaggio, che rimane caratterizzato solo scenicamente dalle occhiate di sbieco e dalla smorfia della bocca. Il secondo è un Daland anche troppo meschino e poco autorevole e dal fastidioso eccesso di vibrato della voce. La Senta di Ingela Brimberg convince per la drammaticità più che per la bellezza del timbro. Nikolai Schukoff interpreta un Erik scoraggiato e perdente fin dall’inizio, mai lirico e dalla voce spezzata. Efficace invece nella sua breve parte di timoniere Benjamin Bruns.

Tutt’altro che memorabili la direzione di Pablo Heras-Casado e la resa dell’orchestra. Nonostante sia stata scelta la versione senza divisioni in atti, la lettura musicale manca di unitarietà e coerenza, con certe pagine sguaiate e altre fiacche. Nella concertazione dei cantanti il monologo dell’olandese e i duetti non emergono mai da una certa monotonia. Squilibrati e timbricamente grossolani i reparti dell’orchestra e neanche il coro sembra aver dato il meglio.

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Der fliegende Holländer

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Richard Wagner, Der fliegende Holländer (L’Olandese volante)

★★★☆☆

Londra, Royal Opera House, 24 febbraio 2015

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Al cinema con Terfel

Secondo appuntamento quest’anno dalla Royal Opera House. Questa volta tocca all’opera di Wagner e l’interesse principale di questa ripresa dell’allestimento del 2009 è la presenza nel ruolo eponimo di Bryn Terfel – a proposito, il cognome del baritono gallese abbiamo imparato si debba pronunciare ˈtεrvεl.

Non è la prima volta che Terfel dà voce al capitano costretto dalla maledizione a vagare per i sette mari senza sosta: è dal 2006 che ha aggiunto questo ai suoi ruoli wagneriani dopo il debutto nel 1998 come Wolfram nel Tannhäuser. Nel tempo la sua interpretazione è ancora migliorata e ha perso certi atteggiamenti istrionici. Ora è una presenza sinistra, ma tragicamente dolente e tormentata dal rimorso. Il baritono dà il dovuto peso a ogni parola e colore a ogni espressione, confermandosi tra i maggiori interpreti di oggi.

Adrianne Pieczonka è una Senta non giovanissima, dalla voce calda ma dagli acuti non eccezionali e non esagera nel sottolineare l’aspetto di morbosa ossessione del personaggio, che qui sembra non veder l’ora di abbandonare l’ambiente in cui vive, fosse anche col primo giramondo senza meta che capiti a tiro.

Degli altri interpreti si fa notare per presenza scenica il timoniere del versatile Ed Lyon, che per una volta abbandona le preferite opere barocche.

Dopo il discusso Lohengrin salisburghese, torna a dirigere Wagner l’attuale direttore musicale delle orchestre di Birmingham e di Boston, Andris Nelson, che sfrutta la sua giovanile energia per adempiere ai suoi doveri al di qua e al di là dell’Atlantico, ma diversamente dall’olandese non mostra segni di stanchezza. La sua è una direzione vigorosa e incisiva e la scelta di non interrompere l’esecuzione con un intervallo fa risaltare ancora di più l’impeto e l’unità di concezione del giovanile capolavoro wagneriano.

La regia di Tim Albery, ripresa da Daniel Dooner e con le scenografie di Michael Levine, ambienta la vicenda negli anni ’80: i marinai potrebbero scaricare container e le ragazze, che lavorano alle macchine da cucire di una azienda di manodopera a cottimo, appena possono si infilano i loro sgargianti vestiti in poliestere per fare bisboccia con qualche cassa di birra con i loro uomini. Non sorprende che Senta sogni di filarsela da questa situazione.

Il mare è assente in questa visione. È sicuramente da qualche parte di questo desolato porto del Mare del Nord, ma in scena a ricordarlo c’è solo una lunga pozza d’acqua, probabile scolo delle merci bagnate che vengono scaricate. La presenza delle navi è suggerita dalle pesanti gomene di ormeggio e dalla scala con cui l’olandese sale a bordo per l’ultima volta. Qui Senta non si getta in mare dalla rupe: sola sul molo prende in mano il modellino di nave dalla pozzanghera e crolla a terra. Deludente anticlimax a quello che la musica suggerisce in orchestra.

Der fliegende Holländer

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★★★★☆

Un coinvolgente allestimento

Conosciuta in Italia anche come Il vascello fantasma (traduzione del titolo con cui è nota invece in Francia, Le vaisseau fantôme) è la prima delle opere della maturità di Wagner. Dopo gli iniziali lavori questa è la prima opera veramente “wagneriana” e nella carriera del compositore segna la prima drastica presa di distanza dall’opera convenzionale. Le forme chiuse sono quasi abolite e la melodia procede quasi senza interruzioni. L’Olandese volante contiene motivi musicali riferiti alle figure di Senta e dell’Olandese, ma non si tratta ancora di veri e propri motivi conduttori passibili di uno sviluppo sinfonico. Il tema della maledizione (che risuona nei corni dell’ouverture) e della salvezza redentrice della donna (i legni in partitura) è un tema centrale nell’etica e nell’estetica di Wagner e sarà alla base della costruzione dell’immane Ring decenni più tardi.

L’opera è basata sul racconto satirico Aus den Memoiren des Herrn von Schnabelewopski (Dalle memorie del signor Schnabelewopski, 1833) di Heinrich Heine e sul racconto di Wilhelm Hauff’s Die Geschichte von dem Gespensterschiff (Storia della nave fantasma, 1826). Scritta su libretto del compositore stesso e concepita inizialmente come atto unico, come il Rheingold, fu diretta da Wagner nella versione divisa in tre atti alla Semperoper di Dresda il 2 gennaio 1843 con Wilhelmine Schröder-Devrient protagonista. Dopo il brillante spettacolo offerto da Rienzi, con grandi effetti teatrali, l’Olandese era apparso tristemente povero e le rappresentazioni furono sospese dopo quattro repliche. Wagner apportò delle modifiche alla partitura per le riprese a  Kassel (giugno 1843), Lipsia (1846, prevista ma non effettuata), Weimar (1851), Zurigo (1852), Monaco (1864) e Parigi (1869). Ma ancora nel 1881, a due anni dalla morte, Wagner prendeva in considerazione una revisione della sua opera.

La vicenda è ripresa dalla leggenda dell’olandese volante, un capitano condannato a navigare fino al giorno del giudizio per aver maledetto Dio a causa delle difficoltà riscontrate nel superare il Capo di Buona Speranza durante una tempesta. L’ispirazione è parte autobiografica, in seguito ad un viaggio nello Skagerrak funestato da una tempesta a fine luglio 1839. Accanto a questa storia autobiografica c’è anche una fonte letteraria, individuabile nella versione di una antica leggenda marinara riscritta da Heinrich Heine, Dalle memorie del signor Schnabelewospki, pubblicata negli anni 1833-34.

Atto I. Tornando verso casa con la sua nave, Daland, un navigatore norvegese, si trova ad affrontare una tempesta che lo costringe a cercare rifugio a riva. Lascia quindi di guardia una sentinella e va a dormire con i marinai. La sentinella però si addormenta, quando compare un vascello fantasma, nero e dalle vele rosse, da cui scende a terra un uomo pallido vestito di nero. L’uomo si lamenta del suo destino, costretto a navigare per sempre senza meta. Un angelo gli annunciò i termini della sua redenzione: ogni sette anni, una tempesta lo porterà a riva e solo se troverà una moglie che gli sarà fedele per l’eternità potrà abbandonare il suo triste destino. Daland lo incontra. L’olandese gli offre dei tesori e quando viene a sapere che Daland ha una figlia nubile ne chiede la mano. Daland acconsente tentato dagli ori. Entrambe le navi ripartono.
Atto II. Delle ragazze cantano nella casa di Daland. Senta guarda sognante il quadro dell’Olandese volante, che vuole salvare. Contro la volontà della nutrice, canta la storia dell’Olandese, di come Satana lo udì giurare e lo portò nel suo mondo e dichiara in modo passionale la sua intenzione di salvarlo. Erik arriva e la sente; le ragazze se ne vanno e il cacciatore che ama la ragazza la rimprovera, raccontandole il suo sogno, in cui ritorna con uno straniero misterioso che la porta via con sé nel mare. Lei ne è felice, ed Erik se ne va sconsolato. Daland arriva con lo straniero; lui e Senta si guardano in silenzio. La figlia quasi non nota il padre, neppure quando le annuncia le intenzioni dell’Olandese e giura di essergli fedele fino alla morte.
Atto III. In tarda serata, i marinai di Daland invitano gli uomini dell’Olandese ad aggregarsi alla festa, ma invano. Delle forme spettrali appaiono sulla nave dell’Olandese e gli uomini scappano impauriti. Senta è seguita da Erik che la rimprovera. Quando lo straniero ode le loro parole, è preso dalla paura che lei possa non essergli fedele e racconta a tutti di essere l’Olandese volante. Quando salpa con la nave, Senta si tuffa e muore annegata. Questo salva l’Olandese, che sale con Senta in paradiso.

La Nederlandse Opera ci ha avvezzi alle più audaci e stimolanti sperimentazioni e anche questo allestimento del 2010 con la regia di Martin Kušej non delude le aspettative. Se non rinunciate a un Wagner messo in scena nel modo più tradizionale, lasciate perdere. Ma se credete che i suoi temi abbiano una validità a prescindere dai tempi e dai luoghi allora apprezzerete la visione che il regista ci vuole trasmettere pur nel rispetto delle qualità drammatiche e musicali dell’opera. Il tema della ricerca della patria e dell’esclusione è messo perfettamente a fuoco dalla messa in scena che ambienta l’opera su una nave da crociera su cui sono imbarcati anche dei “clandestini”. L’Olandese e il suo equipaggio sono dei senza patria che cercano di far breccia nel nostro mondo ricco mentre Senta anela a una relazione che la allontani dal vuoto mondo delle sue fatue amiche.

Durante la meravigliosa ouverture sullo schermo scorrono immagini in bianco e nero di un mare in tempesta, ma appena l’opera inizia il colore irrompe con violenza. Un pesce agonizzante sul palcoscenico e i vetri rigati dalla pioggia della vetrata di fondo si collegano alla burrasca che è stata appena evocata dall’orchestra, ma la scena è presto invasa da una folla multicolore di croceristi scampati alla tempesta. Non siamo infatti nell’epoca dei velieri, ma in quella odierna del turismo di massa.

Da brivido è l’arrivo dell’Olandese con i suoi spettrali marinai, inquietanti e minacciose figure incappucciate che emergono dalla nebbia giallastra come in un film di Sam Raimi. Ma altri particolari inquietanti punteggiano la messa in scena, come ad esempio il “tesoro” che l’Olandese mostra a Daland, i soldi che ha estorto per il passaggio in nave. Nonostante poi che l’incidente della “Concordia” sia avvenuto nel 2012, due anni dopo questo allestimento, il fatuo ufficiale di Kušej (la sentinella del libretto) non può fare a meno di richiamare alla mente la figura del comandante Schettino! L’arte anticipa sempre la realtà…

Il ruolo dell’Olandese è un po’ troppo grande anche per la pur poderosa voce di Juha Uusitalo, soprattutto nel suo primo intervento, temibile comunque per qualunque cantante. Poi però nel seguito dell’opera il cantante finlandese si dimostra più sicuro e convincente.

Senta è sì all’arcolaio, ma nella spa che costeggia la piscina a bordo della nave e con la sua sognante ballata Catherine Naglestad ci risparmia i “coccodé” che abbiamo sentito in altre edizioni. La linea melodica del canto ha grande purezza e intima emozione e la sua è una Senta d’acciaio pronta da subito al sacrificio per liberare l’Olandese dalla sua maledizione. E non dovrà neppure buttarsi dalla rupe: con “moderna” coerenza ci penserà Erik a farla fuori con un colpo di fucile in un inaspettato e teatrale colpo di scena di questa regia che coinvolge per autentica drammaticità.

Su un gradino inferiore la prestazione degli altri cantanti, ma quello che non danno loro lo dà l’orchestra diretta da Hartmut Haenchen con impeto, veemenza e perfetto senso drammatico.

Apprezzabile regia video che riprende in bianco e nero i dettagli degli orchestrali e ottimo audio che ricrea la profondità della scena. Perfette le luci che illuminano le terse scenografie di Martin Zehetgruber.

Extra e sottotitoli in cinque lingue, ma non l’italiano.