Die Schöpfung (La creazione)

Franz Joseph Haydn, Die Schöpfung

Parigi, La Seine Musicale, 12 maggio 2017

★★☆☆☆

(video streaming)

Haydn e il kitsch tecnologico de La Fura dels Baus

Nel giro di pochi anni Parigi inaugura due nuove città della musica in due luoghi iconici del suo panorama urbano: dopo la Philharmonie di Jean Nouvel alla Villette, è la volta de La Seine Musicale – che suona esattamente come La Scène Musicale… – sorta sull’Île Seguin, nella Senna, a Boulogne-Billancourt, là dove un tempo si estendevano gli stabilimenti Renault. Architettonicamente meno spettacolare della prima, ma ancora più capiente nel suo complesso, la nuova cittadella musicale si propone come un ulteriore polo della vita concertistica parigina. E non è certo casuale che uno dei primi appuntamenti scelga un titolo monumentale come Die Schöpfung (La Creazione) di Haydn, qui “spettacolarizzato” da Carlus Padrissa de La Fura dels Baus ed eseguito con diligente precisione da Laurence Equilbey alla testa dell’Insula Orchestra, formazione su strumenti d’epoca attiva dal 2012 e che proprio alla Seine Musicale ha stabilito la propria residenza.

Fin dall’inizio è chiaro che alla compagnia catalana la semplice esecuzione dell’oratorio sta stretta. Alla videografica che proietta sui vari schermi testi in inglese («Chaos… at the beginning our universe was compressed… no time… entropy… no space… under the force of quantum gravity matter collapses…») la regia video preferisce però curiosamente gli orchestrali, inquadrati durante l’introduzione Die Vorstellung des Chaos, la celebre “rappresentazione del caos” con cui Haydn sembra spingersi, armonicamente, fino alle soglie dell’Ottocento. È il primo segnale di una sovrabbondanza visiva che accompagnerà tutta la serata.

Per l’intera durata dello spettacolo rimane infatti stridente il contrasto tra l’ingenua, sublime fiducia della narrazione haydniana e i mezzi tecnologici esibiti dalla Fura dels Baus, a loro volta, paradossalmente, non meno ingenui: palloncini bianchi pieni d’elio, schermi luminosi dei tablet, proiezioni, cavi, vasche d’acqua e costumi fiabeschi, talora ai limiti del ridicolo, tempestati di lucine per i tre solisti. È l’abituale armamentario della compagnia catalana, applicato a una partitura che possiede già in sé una formidabile capacità di evocazione e che non sempre sembra guadagnare dall’incessante traduzione dell’immagine musicale in immagine scenica.

I coristi diventano così rifugiati scampati a un naufragio o a una guerra, tutti però debitamente forniti di tablet. Nella narrazione del terzo giorno, nella vasca già utilizzata per le fanciulle fluviali del loro Rheingold, stavolta volteggia un uomo con il giubbotto salvagente arancione. Nel quinto giorno, quello della creazione degli animali, il soprano, sospeso a un cavo, agita il mantello a mo’ di ali sulle volate del flauto, mentre sugli schermi vengono proiettati uccelli in volo. L’effetto è immediatamente decifrabile, fin troppo: a ogni suggestione sonora deve necessariamente corrispondere un’immagine, come se alla musica non fosse più consentito evocare senza mostrare.

Che cosa possa aggiungere tutto ciò al godimento della musica di Haydn resta dunque da vedere. Per raccontarci la creazione degli animali marini anche il baritono entra nella vasca, ma la sua vocalità purtroppo in ammollo non migliora e le note calanti rimangono tali. È uno di quei casi in cui la macchina scenica, invece di sostenere l’esecuzione, finisce per attirare su di sé un’attenzione che la musica avrebbe forse meritato in misura maggiore.

I tablet del coro, sui quali compaiono l’immagine di un feto e la spirale del DNA, ci introducono al sesto giorno, quello della creazione dell’uomo; e stavolta a mollo ci sono Adamo ed Eva, apoteosi dell’intero processo creativo. Che l’essere umano ne rappresenti davvero il vertice è affermazione sulla quale oggi si possono nutrire non pochi dubbi, considerando ciò che siamo riusciti e continuiamo a riuscire a fare ai nostri simili e al pianeta che ci ospita. Ai tempi di Haydn, almeno per quanto riguarda il secondo elemento, la consapevolezza era evidentemente ben diversa.

Più difficile è invece non avvertire oggi una distanza quasi dolorosa rispetto ai giubilanti versi che Gottfried van Swieten ricavò dalla Genesi, dai Salmi e dal Paradise Lost di Milton: «Mit Würd und Hoheit angetan, mit Schönheit, Stärk und Mut begabt […] steht der Mensch, ein Mann, und König der Natur». Pieno di dignità e nobiltà, dotato di bellezza, forza e coraggio, l’uomo si erge come «re della natura»; dalla sua fronte traspare la saggezza e dal suo sguardo lo spirito, «il soffio e l’immagine del Creatore».

Sono parole nelle quali l’ottimismo illuministico di Haydn trova una delle sue espressioni più luminose e insieme, per noi, più problematiche. Proprio qui lo spettacolo avrebbe forse potuto insinuare un dubbio più sottile, invece di affidarsi all’evidenza didascalica di tablet, DNA, naufraghi e immagini ecologiche. Perché la domanda che La Creazione, ascoltata oggi, inevitabilmente pone non riguarda più soltanto la meraviglia per ciò che è stato creato, ma la responsabilità di chi quella creazione ha ricevuto in custodia. Chissà se ora quello stesso Creatore contemplerebbe con uguale compiacimento il suo presunto capolavoro.