Gottfried van Swieten

La creazione

foto © Clarissa Lapolla

Franz Joseph Haydn, La creazione

Martina Franca, Palazzo Ducale, 17 luglio 2021

(registrazione video)

La Creazione ricreata: Haydn tra Luisi e Ceresa

Certe volte i ritorni hanno la perfezione geometrica di un cerchio. Quando Fabio Luisi sale sul podio del Festival della Valle d’Itria nel 2021 per dirigere La Creazione di Haydn, alle sue spalle ci sono trentatré anni di musica e di carriera. La stessa partitura l’aveva infatti diretta a Martina Franca nel 1988, quando era un giovane maestro agli inizi, nella traduzione italiana approntata da Dario Del Corno. Nel 2021 Luisi torna da direttore musicale del Festival, con quella medesima versione italiana, ora rivista da Filippo Del Corno, figlio di Dario. Il tempo ha fatto il suo giro, ma naturalmente nulla è più come prima.

Soprattutto perché questa volta La Creazione si vede oltre che ascoltarsi. A compiere l’operazione, insieme affascinante e rischiosa, è Fabio Ceresa, chiamato a trasformare un oratorio che teatro non è in qualcosa che del teatro possieda la forza senza assumerne artificiosamente le convenzioni. Il risultato è un riuscito teatro d’immagini, nel quale la musica di Haydn non viene tradotta didascalicamente in figure, ma provoca visioni, simboli, movimenti.

Ceresa capisce subito quale sia il pericolo maggiore: illustrare la Genesi come un gigantesco libro biblico animato. E lo evita. Il caos iniziale è dunque davvero caos: materia indistinta, corpi, forme che sembrano cercare faticosamente un ordine. Da questo magma emerge un enorme uovo nero, immagine primordiale, misteriosa e insieme ironicamente concreta. Quando arriva il momento che ogni ascoltatore della Creazione attende — l’esplosione orchestrale di «E la luce fu» — l’uovo si spezza. Ed ecco apparire il Creatore: giovane, androgino, imprevedibile, più vicino alla vitalità capricciosa di un artista che alla severità ieratica del Dio delle pale d’altare.

Haydn, cattolico devoto, avrebbe approvato? Probabilmente la domanda diverte Ceresa più della risposta. Perché proprio nella distanza fra la religiosità settecentesca del compositore e la libertà dello spettacolo nasce una delle tensioni più fertili della serata. Questo Dio gioca, inventa, osserva ciò che ha appena fatto e sembra quasi sorprendersene. Il Creatore diventa così anche l’Artista, e la creazione divina trova il suo specchio nella creazione umana. Ai giorni della Genesi vengono associate le arti, mentre simboli e geometrie evocano ora il razionalismo illuministico, ora quell’universo massonico ed esoterico che appartiene alla cultura del tempo di Haydn.

L’intelligenza dello spettacolo sta però nel non appesantire tutto questo apparato simbolico. Stupore, incanto e ironia convivono con una leggerezza molto settecentesca. Le coreografie, i corpi e le immagini non cercano continuamente di spiegare la musica: le corrono accanto, qualche volta la interrogano, qualche volta le fanno il verso. Ceresa non vuole fabbricare a posteriori un’opera lirica dove Haydn aveva scritto un oratorio. Non inventa una drammaturgia tradizionale, con personaggi e conflitti che la partitura non possiede. Costruisce piuttosto una successione di apparizioni, danza e movimento, lasciando che sia la musica a garantire la vera continuità narrativa.

La libertà registica diventa così il punto di forza della produzione, anche quando si fa provocazione. Il racconto biblico progressivamente si apre a un orizzonte ecumenico: differenti immagini del divino, differenti fedi, differenti possibilità dell’amore. E ciò che cominciava come racconto della nascita del mondo finisce per assomigliare a un inno all’amore in tutte le sue forme, alla pluralità degli esseri umani e alla loro libertà. Una lettura evidentemente contemporanea, ma non gravata dalla volontà di impartire lezioni. Dopo il buio della pandemia, questa Creazione sembra soprattutto voler essere uno spettacolo portatore di luce. E poche opere possiedono, per farlo, una luce musicale altrettanto abbagliante.

Qui entra in gioco Luisi. E se Ceresa è il responsabile dell’azzardo, Luisi è colui che gli dà fondamenta solidissime. La sua direzione ha potenza senza pesantezza e soprattutto una straordinaria attenzione al dettaglio. Il celeberrimo passaggio dal caos alla luce non viene trattato come un effetto isolato da sottolineare con il pennarello rosso: Luisi costruisce progressivamente la luminosità della partitura, lasciandola affiorare e poi espandere. Haydn emerge in tutta la sua modernità, con quella stupefacente capacità di fare della sorpresa una forma del pensiero musicale.

L’Orchestra del Teatro Petruzzelli, in ottima forma, risponde con precisione e duttilità; Luisi mantiene costantemente l’equilibrio fra orchestra, solisti e coro senza sacrificare trasparenza e slancio. Eccellente il Coro Ghislieri, preparato da Giulio Prandi, compatto e nitido, capace di restituire ai grandi episodi corali la loro monumentalità senza trasformarli in masse sonore indistinte.

Sostanzialmente positivi anche gli interpreti vocali. Rosalia Cid, Gabriele, offre una prova solida, sebbene qualche agilità e la piena libertà dell’acuto lascino spazio a qualche riserva. Vassily Solodkyy è un Uriele di raffinato fraseggio e luminoso splendore vocale. Alessio Arduini, Raffaele, canta con precisione e autorevolezza, anche se la tessitura sembra talvolta spingersi un poco troppo in basso rispetto alla natura della sua voce. Particolarmente felice, infine, la coppia umana: Jan Antem, Adamo, e Sabrina Sanza, Eva, trovano tenerezza e naturalezza senza cedere a un sentimentalismo di maniera.

Alla fine resta proprio l’immagine di quel grande uovo nero che si apre alla luce. Potrebbe essere il simbolo dell’intera operazione: prendere una materia antica, perfino sacrale, e romperne il guscio senza distruggerla. Ceresa vi trova immagini nuove; Luisi conserva intatta la forza musicale che le rende possibili. Fra il Dio devoto di Haydn e quello giovane, androgino e un po’ impertinente apparso a Martina Franca passano più di due secoli. Ma la domanda è rimasta identica: che cosa significa creare? Questa Creazione non pretende di dare una risposta. Ha il merito, assai più teatrale, di trasformare la domanda in luce.

Die Schöpfung (La creazione)

Franz Joseph Haydn, Die Schöpfung

Parigi, La Seine Musicale, 12 maggio 2017

★★☆☆☆

(video streaming)

Haydn e il kitsch tecnologico de La Fura dels Baus

Nel giro di pochi anni Parigi inaugura due nuove città della musica in due luoghi iconici del suo panorama urbano: dopo la Philharmonie di Jean Nouvel alla Villette, è la volta de La Seine Musicale – che suona esattamente come La Scène Musicale… – sorta sull’Île Seguin, nella Senna, a Boulogne-Billancourt, là dove un tempo si estendevano gli stabilimenti Renault. Architettonicamente meno spettacolare della prima, ma ancora più capiente nel suo complesso, la nuova cittadella musicale si propone come un ulteriore polo della vita concertistica parigina. E non è certo casuale che uno dei primi appuntamenti scelga un titolo monumentale come Die Schöpfung (La Creazione) di Haydn, qui “spettacolarizzato” da Carlus Padrissa de La Fura dels Baus ed eseguito con diligente precisione da Laurence Equilbey alla testa dell’Insula Orchestra, formazione su strumenti d’epoca attiva dal 2012 e che proprio alla Seine Musicale ha stabilito la propria residenza.

Fin dall’inizio è chiaro che alla compagnia catalana la semplice esecuzione dell’oratorio sta stretta. Alla videografica che proietta sui vari schermi testi in inglese («Chaos… at the beginning our universe was compressed… no time… entropy… no space… under the force of quantum gravity matter collapses…») la regia video preferisce però curiosamente gli orchestrali, inquadrati durante l’introduzione Die Vorstellung des Chaos, la celebre “rappresentazione del caos” con cui Haydn sembra spingersi, armonicamente, fino alle soglie dell’Ottocento. È il primo segnale di una sovrabbondanza visiva che accompagnerà tutta la serata.

Per l’intera durata dello spettacolo rimane infatti stridente il contrasto tra l’ingenua, sublime fiducia della narrazione haydniana e i mezzi tecnologici esibiti dalla Fura dels Baus, a loro volta, paradossalmente, non meno ingenui: palloncini bianchi pieni d’elio, schermi luminosi dei tablet, proiezioni, cavi, vasche d’acqua e costumi fiabeschi, talora ai limiti del ridicolo, tempestati di lucine per i tre solisti. È l’abituale armamentario della compagnia catalana, applicato a una partitura che possiede già in sé una formidabile capacità di evocazione e che non sempre sembra guadagnare dall’incessante traduzione dell’immagine musicale in immagine scenica.

I coristi diventano così rifugiati scampati a un naufragio o a una guerra, tutti però debitamente forniti di tablet. Nella narrazione del terzo giorno, nella vasca già utilizzata per le fanciulle fluviali del loro Rheingold, stavolta volteggia un uomo con il giubbotto salvagente arancione. Nel quinto giorno, quello della creazione degli animali, il soprano, sospeso a un cavo, agita il mantello a mo’ di ali sulle volate del flauto, mentre sugli schermi vengono proiettati uccelli in volo. L’effetto è immediatamente decifrabile, fin troppo: a ogni suggestione sonora deve necessariamente corrispondere un’immagine, come se alla musica non fosse più consentito evocare senza mostrare.

Che cosa possa aggiungere tutto ciò al godimento della musica di Haydn resta dunque da vedere. Per raccontarci la creazione degli animali marini anche il baritono entra nella vasca, ma la sua vocalità purtroppo in ammollo non migliora e le note calanti rimangono tali. È uno di quei casi in cui la macchina scenica, invece di sostenere l’esecuzione, finisce per attirare su di sé un’attenzione che la musica avrebbe forse meritato in misura maggiore.

I tablet del coro, sui quali compaiono l’immagine di un feto e la spirale del DNA, ci introducono al sesto giorno, quello della creazione dell’uomo; e stavolta a mollo ci sono Adamo ed Eva, apoteosi dell’intero processo creativo. Che l’essere umano ne rappresenti davvero il vertice è affermazione sulla quale oggi si possono nutrire non pochi dubbi, considerando ciò che siamo riusciti e continuiamo a riuscire a fare ai nostri simili e al pianeta che ci ospita. Ai tempi di Haydn, almeno per quanto riguarda il secondo elemento, la consapevolezza era evidentemente ben diversa.

Più difficile è invece non avvertire oggi una distanza quasi dolorosa rispetto ai giubilanti versi che Gottfried van Swieten ricavò dalla Genesi, dai Salmi e dal Paradise Lost di Milton: «Mit Würd und Hoheit angetan, mit Schönheit, Stärk und Mut begabt […] steht der Mensch, ein Mann, und König der Natur». Pieno di dignità e nobiltà, dotato di bellezza, forza e coraggio, l’uomo si erge come «re della natura»; dalla sua fronte traspare la saggezza e dal suo sguardo lo spirito, «il soffio e l’immagine del Creatore».

Sono parole nelle quali l’ottimismo illuministico di Haydn trova una delle sue espressioni più luminose e insieme, per noi, più problematiche. Proprio qui lo spettacolo avrebbe forse potuto insinuare un dubbio più sottile, invece di affidarsi all’evidenza didascalica di tablet, DNA, naufraghi e immagini ecologiche. Perché la domanda che La Creazione, ascoltata oggi, inevitabilmente pone non riguarda più soltanto la meraviglia per ciò che è stato creato, ma la responsabilità di chi quella creazione ha ricevuto in custodia. Chissà se ora quello stesso Creatore contemplerebbe con uguale compiacimento il suo presunto capolavoro.