Das Rheingold

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★★★★★

Un Oro del Reno fantasmagorico

La stesura del libretto delle quattro opere che insieme rappresentano la più ambiziosa opera mai tentata da un musicista, prende un arco di tempo considerevole: dal 1848, anno di fermenti rivoluzionari in Europa quando Wagner è trentacinquenne, al 1874 quando il compositore di anni ne ha più di sessanta, con una pausa di circa dieci anni.

La musica del Rheingold risale al 1853, ma l’opera è stata rappresentata per la prima volta nel 1869 a Monaco di Baviera mentre come parte dell’intero ciclo ha dovuto aspettare l’apertura del teatro di Bayreuth nel 1876.

In questo prologo al “festival scenico” (Bühnenfestspiel) wag­neriano la Fura dels Baus, pur non rinunciando a un discorso ideologi­co che troverà maggiormente sviluppo nelle successive giornate (il tesoro di Alberich è formato da corpi umani e anche il Va­lhalla è una struttura fatta di corpi di acrobati: la ricchezza e il po­tere sono fondati sullo sfruttamento degli uomini), utilizza i suoi mezzi tecnologicamente all’avan­guardia per stu­pire il pubblico con acrobazie, vi­deo proiezioni e computer grafica che si sposano a meraviglia con la strut­tura avveniristica del Palau de les Arts “Reina Sofía” di Valencia. Siamo nel 2007.

In tutte le edizioni del Ring la prima scena del Rheingold è quella che dà il senso di tutta la produzione. Dalle figlie del Reno portate a spasso su carrelli sullo sfondo dipinto e la cartapesta del­la prima edizione fino alla diga di Chéreau, ci si chiede ogni volta che cosa si sarà inventato di nuovo il regista. Qui Carlus Padrissa e la compagnia catalana stravolgo­no molto meno di tanti altri il li­bretto.

Il pedale in mi-bemolle dell’inizio si alza nel buio totale mentre sullo sfondo della scena proiezioni di elementi liquidi si fanno via via più di­stinte con il crescendo della musica. Le figlie del Reno sono immerse nel­l’acqua di contenitori trasparenti e sono loro stesse a “partorire” l’oro che Alberich ruba mentre le ragazze ven­gono por­tate via con delle reti come cetacei spiaggiati. È la prima volta che l’agitato e doloroso motivo nell’or­chestra trova un ade­guato corri­spettivo drammatico in scena.

Ma il meglio deve ancora venire. L’immagine del nostro pia­neta che si allontana nello spazio ci trasporta nel regno di Wotan. Con il tema del Valhalla si scopre una scena da fantascienza, con gli dèi vestiti come in Guerre stellari e issati su altissime piatta­forme mobili. Loge guizza qua e là su un segway e i gi­ganti sono veramente tali grazie a una struttura meccanica che ne ampli­fica le proporzioni.

Anche la discesa nelle viscere della Terra è una prodezza vista solo al cinema e il regno di Alberich è a metà strada tra la Isen­gard disegnata da Alan Lee per il Signore degli anelli, una fanta­scientifica fabbrica di embrioni e una spaventosa macelleria. Il ge­nio visionario di questi catalani non ha proprio limiti!

Questo per la parte visiva. Sul podio Zubin Mehta, con il me­stiere che gli si riconosce, ricava dall’orchestra della comunità va­lenciana tutti i colori e le tensioni drammatiche richieste dalla par­titura.

I cantanti sono tutti di ottimo livello. Un particolare cenno si può fare per l’autorevole Wotan di Juha Uusitalo, che ha sostituito con un occhio di vetro quello sacrificato (particolare sofisticato, ma difficilmente no­tato dal pubblico del teatro). Il minaccioso Fa­solt di Matti Salminen e l’a­vido Fafner di Stephen Milling espri­mono adeguatamente la loro potenza vocale. Affaticata ma intensa l’inter­pretazione come Alberich di Franz-Jo­sef Kapellmann. Nel reparto femminile è soprattutto la Erda di Christa Mayer a farsi ri­cordare nella sua breve ma determinante apparizione, men­tre le tre figlie del Reno dimostrano di avere fiato non solo nel canto, ma anche in apnea sott’acqua.

La regia video di Tiziano Mancini fa del suo meglio per ri­prendere tutto quello che avviene in scena, ma questo è uno spet­tacolo che si gusta dal vivo e l’ultima occasione è stata al Maggio Musicale Fiorentino nel 2008.

Questa produzione di Valencia è il paradigma della moderna rappresentazione dell’opera lirica, che se sopravviverà sarà forse gra­zie a spetta­coli come questo.

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