Tristan und Isolde

  1. Barenboim/Chéreau 2007
  2. Thielemann/Wagner 2015

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★★★★☆

1. Il Tristano di Chéreau

Antefatto. Per liberare la Cornovaglia da un ingiusto tributo imposto dagli irlandesi, Tristano ha ucciso il cavaliere Morold, patriota irlandese e fidanzato della principessa Isotta, figlia del re d’Irlanda. Ferito durante il combattimento, viene amorevolmente curato dalla stessa Isotta, la quale non conosce la sua identità. Soltanto il ritrovamento di un frammento della spada le fa capire di trovarsi davanti all’assassino del suo uomo; allora lo risparmia, facendosi promettere di sparire per sempre dalla sua vita. In seguito, Tristano infrange il giuramento e ritorna per portarla in sposa al Re di Cornovaglia, come pegno di riconciliazione tra i due paesi. Atto I. In rotta verso l’Inghilterra, Isotta sfoga la sua rabbia contro il giovane Tristano, cui la lega un confuso sentimento di amore e di odio. Lo fa chiamare affinché la venga a trovare ma Tristano, turbato, risponde di non poter abbandonare il timone della nave. Isotta ricorda il passato, racconta alla sua ancella Brangania di essersi affezionata a un misterioso guerriero di nome Tantris, il giovane rimasto ferito nella battaglia, e che lei lo raccolse curandone le ferite. In realtà, Tantris era Tristano, che presentandosi sotto falso nome era riuscito a scampare alla vendetta di Isotta grazie al suo sguardo supplicante. Reprimendo l’amore che li unisce, Isotta vorrebbe uccidersi con lui per cancellare l’affronto. Tristano arriva e, in un impeto di rabbia, accetta di sacrificarsi con onore. Entrambi credono di bere un potente veleno ma Brangania ha sostituito il veleno con un filtro d’amore. Il loro sentimento si rivela con forza alla realtà, ogni incomprensione svanisce e il mondo circostante non ha più alcun significato. Quando lo scudiero di Tristano, Kurwenald, giunge ad avvertire dell’imminente incontro col Re, Tristano risponde: “Quale re?” ormai del tutto ignaro di ciò che sta avvenendo. Nel momento in cui la nave approda nel porto, Tristano e Isotta si gettano l’uno nelle braccia dell’altro. Nel giardino del castello di re Marke, durante la notte, Isotta attende l’arrivo di Tristano. Brangania la avverte del pericolo che stanno correndo, sapendo che Melot, amico di Tristano, ma innamorato segretamente di Isotta, potrebbe rivelare al Re l’amore clandestino della coppia. Isotta non le crede. Tristano si precipita in scena con un abbraccio travolgente. Incomincia la lunga notte dei due innamorati, ma nel momento più impetuoso della passione, improvvisamente l’incanto si spezza. Arrivano il Re, Melot e i cortigiani del castello, che circondano inorriditi la coppia degli amanti. Sorge l’alba. Melot, tradendo Tristano, presenta al Re la sua vittima. Il magnanimo re Marke si perde allora in un lungo monologo addolorato per il comportamento di Tristano e rievocando le vicende che li unirono in passato. Ma Tristano, come trasognato, non può fornire alcuna spiegazione. Tristano sfida l’amico a duello e si lascia cadere sulla sua spada. Atto III. Tra le rovine del suo castello, accudito dal fedele Kurwenald, Tristano riprende lentamente conoscenza. Ferito nel corpo e nell’anima, egli ha delle allucinazioni. Ciò che desidera gli è negato e il pensiero di Isotta, simbolo di quel desiderio, lo travolge. Immobile sul letto la cerca, in preda al delirio la invoca, ma l’orizzonte del mare è completamente vuoto. Tristano, allora, maledice il filtro magico che gli rivelò l’amore e la verità. Ma intanto la nave di Isotta è apparsa davvero all’orizzonte. Tristano, è fuori di sé dalla gioia. Egli segue l’arrivo del veliero e manda Kurwenald a ricevere l’amata. Rimasto solo, si strappa le bende della ferita e si alza in piedi sanguinante. Isotta entra in scena e i due amanti si abbracciano. Tristano esala l’ultimo respiro.Mentre Isotta piange la morte di Tristano, un’altra nave approda al castello. Si tratta di re Marke che, venuto a conoscenza del filtro magico e dell’inevitabile verità, è accorso con Melot a chiedere perdono. Ma Kurwenald, furibondo per la morte del suo padrone, si scaglia contro di lui. Appena Melot arriva lo uccide in un colpo; resta ferito a sua volta e muore egli stesso accanto al corpo di Tristano. Il Re, addolorato, cerca di spiegarsi con Isotta ma lei, ormai, non lo ascolta più. Nel suo canto supremo Isotta invoca la “morte d’amore” che riunirà i due amanti e cade trasfigurata sul corpo di Tristano. Il Re benedice i cadaveri.

Che storia assurda questa di Tristano! Due persone si odiano e un minuto dopo aver bevuto un intruglio si sentono irresistibilmente attratti l’uno all’altra. Nell’Elisir d’amore, almeno, si sa fin da subito che il filtro di quel briccone di Dulcamara non è che del buon vino rosso. Ma la vi­cenda musicata da Donizetti si basa sul­l’arguto testo di quel prolifico e ge­niale au­tore di pièces teatrali che era Eugène Scribe, mentre il dramma wagneriano trae origine dai malinconici miti della tradizione celti­ca dell’VIII secolo. Ma tanto, che importa? È la musica che conta.

Il linguaggio musicale nel Tristano è nuovissimo e anticipa il futuro con un uso ossessivo del cromatismo e della tecnica della sospensione armonica e «si fa infinitamente duttile per dipingere, ol­tre al pochissimo che accade, il moltissimo che viene alluso» (Ru­bens Tedeschi). I contorni me­lodici sbiadiscono nei rapporti armo­nici con un’indeterminatezza simile al movimento della superficie dell’acqua del Canal Grande che Wagner vedeva dalla finestra di Palazzo Giustinian a Venezia doveva soggiornava du­rante la composizio­ne.

Inizialmente proposto per Vienna nel 1859 fu giudicato ineseguibil­e e dovettero trascorrere sei anni perché l’opera fosse rap­presentata a Monaco di Baviera con un effetto sconvolgente non solo sul pubblico, ma su tutta la cultura dell’epoca per il suo messaggio filosofico (Wagner aveva conosciuto Schopenhauer in un incontro rivelatore pochi anni prima).

La recita è quella che ha inaugurato la stagione 2007-2008 del Tea­tro alla Scala e si basa su due nomi altisonanti della produzione teatrale musicale: Daniel Baremboin alla concertazione e Patrice Chéreau alla messa in scena.

Di Baremboin non si può dire che bene: l’orchestra segue a meraviglia i trasalimenti dei personaggi ed è perfetta nei colori, nelle dinamiche e nelle trascoloranti armonie della partitura. Con un grande ge­sto demo­cratico alla fine della recita Baremboin porta tutti i musicisti sul palco a ri­cevere gli applausi del pubblico.

Patrice Chéreau immerge la vicenda in un’atmosfera neutra e cupa (la scenografia è di Richard Peduzzi) e gli interessa soprattutto l’aspet­to umano dei personaggi, che egli porta in vita in grandi tableaux emozionali. Vengono alla mente Sieglinde e Siegmund della sua Walchiria del ’76: una dettagliata regia dei sentimenti veri e delle emozioni umane di due interpreti al di là del mito e della finzione. Non tutto è condivisibile nella regia di Chéreau: vada per la nave «incastrata tra le mura di una fabbrica di sardine», come scrisse allora con la solita perfidia Paolo Isotta sul “Corriere”, ma perché la con­fessione di Isolde a Brangania deve avvenire tra un andi­rivieni di facchini e mozzi? E perché il rivolo di sangue sulla fronte duran­te l’intonazione del Liebestod? Avremmo letto con piacere qualcosa delle sue note presenti nell’opuscolo allegato ai dischi, ma il carat­tere micro­scopico (un font Arial in corpo 7) stampato su fondo nero si è rivelato re­frattario alla decifrazione.

Isolde trova in Waltraud Meier un’interprete oggi praticamente senza rivali. Immersa completamente nella parte, è superba sia vo­calmente che scenicamente pur non avendo una voce eccezionale per natura. Giustamente viene salutata da un boato dal pubblico quando si presenta da­vanti al sipario.

Tristan ha le sembianze del tenore britannico Ian Storey, perfetto partner della non più giovane Isolde. I suoi capelli brizzolati e la corporatura massiccia rendono ancora più toccante il rapporto che lega qui que­sta coppia matura di amanti. Debuttante nel ruolo, che sembra abbia preparato in un breve periodo di tempo, calca la scena con grande sicu­rezza. La sua voce può non piacere del tutto, un po’ strozzata e ingolata, ma si fa quasi perdonare per la musica­lità e l’intensità con cui interpreta la sua parte.

Ad applaudire per quasi un quarto d’ora dal palco reale il presidente della Repubblica Napolitano, quelli di Austria, Germania e Grecia e lo sceicco del Qatar.

La ripresa video di Patrizia Carmine denuncia tutte le gratuite leziosità di una regista alla ricerca di effetti visivi inutili e importu­ni. A chi in­teressa l’insistita immagine sfocata di una candela al posto della figura della cantante, o del drappo rosso svolazzante nelle irritanti sovrapposizioni e dissolvenze? E che dire delle immagini dell’or­chestra con i bordi flou come le fotografie degli sposi anni ’80? O della nuca del maestro Barenboim inquadrata per quasi tut­to il preludio?

Tre dischi, due tracce audio, nessun extra.

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★★☆☆☆

2. Qui nessuno beve il filtro

Secondo allestimento della pronipote Katharina dopo il risibile Meistersinger del 2007, Tristan und Isolde di Richard Wagner ha inaugurato l’edizione 2015 del Festival sulla sacra collina e ora è prontamente disponibile in DVD.

Un labirinto tridimensionale quasi escheriano di scale e piattaforme che ogni tanto variano come in un videogioco è la scena che ci si presenta all’apertura di sipario. Le intriganti scenografie sono di Frank Philipp Schlössmann e Matthias Lippert. Durante l’ouverture una cinecamera ci ha fatto percorrere i ripidi passaggi di questa astronave alle cui ringhiere sono aggrappati i personaggi prigionieri nei loro labirinti emotivi. Quando finalmente Isotta e Tristano si incontrano dopo le prime schermaglie si abbracciano e si baciano (!): già, nella lettura della regista i due si amano da tempo e non hanno bisogno di nessun filtro, che infatti non bevono, per gettarsi finalmente uno nelle braccia dell’altra a dispetto delle opposizioni sociali e politiche. A Brangania infatti, che si sente in colpa per averle procurato il filtro, Isotta dirà: «Dein Werk? O tör’ge Magd! Frau Minne kenntest du nicht? Nicht ihrer Wunder Macht? Des kühnsten Mutes Königin? des Weltenwerdens Walterin?» (Opera tua? Oh folle fanciulla! Non conosci donna Minne? La forza del suo incantesimo? Regina del più audace coraggio? sovrana del divenire del mondo?). Altro che filtro, è l’Amore (Minne) l’energia che plasma il mondo.

Al secondo atto queste incompatibilità che li fanno prigionieri riaffiorano. Qui non c’è il giardino previsto dal libretto: la scena è una prigione con elementi che sembrano rastrelliere di biciclette che a tratti imprigionano i personaggi. Questi sono brutalmente portati in scena dagli uomini di Re Marke e da Melot che spiano dall’alto, «Tückisch lauschend treff ich ihn oft: der heimlich euch umgarnt, vor Melot seid gewarnt!» (Lo incontro sovente che spia con malizia: egli in segreto v’insidia, badate a Melot!), dice Brangania. La fiaccola qui è un occhio di bue puntato sadicamente su Isotta che anela al buio e quando Tristano è anche lui portato in questa prigione, assieme si proteggeranno da questa luce insistente con una coperta a cui appendono stelline fosforescenti. Il duetto d’amore è cantato con la spalle al pubblico mentre sul fondo appaiono due figure umane che poi si trasformano in bambini mentre i due amanti rimangono in piedi a guardarli per poi iniziare un gioco masochistico con le suddette sbarre di metallo per tagliarsi le braccia sanguinanti.

Il terzo atto si svolge dietro un velario che rende le immagini meno nette per il pubblico, ma è piuttosto fastidioso nella ripresa video ravvicinata. Qui c’è solo il vuoto, un buio costellato di triangoli luminosi in cui simulacri di Isotta sfuggono a Tristano ogni volta che cerca di afferrarli – l’irraggiungibilità di Isotta e l’impossibilità del loro amore sono così chiaramente rappresentati per chi ancora aveva dubbi al proposito. Nel finale la drammaturgia di Daniel Weber si inventa una conclusione inedita: Isotta non muore sul corpo di Tristano ma viene portata via con forza dal marito ipocritamente listato a lutto.

Incredibile a dirsi, non è nella regia che sono da rilevare gli aspetti meno convincenti di questa produzione. La direzione di Thielemann è di per sé pregevole, ma troppo sinfonica e le voci vanno per conto proprio con un incolmabile divario tra palcoscenico e buca orchestrale. Per di più Evelyn Herlitzius è un’Isotta costantemente allucinata in scena, dal timbro acido e corta di fiati, mentre il Tristano di Stephen Gould è sforzato e per lunghi tratti penosamente stonato. A suo onore si può solo dire che riesce ad arrivare alla fine dell’opera. Non memorabile il Kurwenal di Iain Paterson e passabile Christa Mayer, Brangäne. Re Marke è un gangster con cappottone dal collo di pelliccia e cappello a larghe tese, tutto in giallo acido. Il che stride non poco con il suo nobile discorso e cambia significato al ruolo: il pur bravo Georg Zeppenfeld così diventa Hunding. E la vicenda la solita borghese storia di corna.

La registrazione in DVD si riferisce alla recita trasmessa dalla televisione tedesca. Sottotitoli anche in cinese e coreano, ma non in italiano.

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