Die Walküre

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★★☆☆☆

«Wagner’s music is better than it sounds» (*)

Prima giornata, dopo il prologo, del Ring des Nibelungen (L’anello del Nibelungo) in cui si attua lo stratagemma ideato da Wotan per tornare in possesso dell’anello di Alberich, al momento tra le grinfie del gigante Fafner: un eroe senza paura verrà partorito per compiere l’impresa. A farlo nascere saranno Siegmund e Sieglinde (il fatto che siano fratelli gemelli è del tutto irrilevante nella mitologia nibelungica) della stirpe dei Velsunghi generata da Wotan stesso.

Rappresentata separatamente nel 1870 per volontà del re Ludwig II di Baviera, ma contro le intenzioni dell’autore, andò finalmente in scena come seconda parte della tetralogia a Bayreuth nel 1876.

Nel quadriennio 2006-2010 a Bayreuth la produzione della tetralogia è affidata all’ottancinquenne scrittore tedesco Tankred Dorst (ampiamente coadiuvato in verità) e si capisce presto che se non fosse per la bacchetta di Christian Thielemann questo sarà un ciclo da archiviare senza troppi rimpianti con quel titolo sui giornali “Dorst’s Ring” così pericolosamente simile a “Worst Ring”!

Il video del cielo tempestoso che viene proiettato durante l’ouverture della Valkiria non deve trarre in inganno: la messa in scena non è naturalistica, ma non ha neppure nulla di realmente innovativo. I turisti nella casa di Hunding, il ciclista che legge il giornale, gli operai col caschetto giallo che spostano oggetti in fondo alla scena sembrano lasciati lì dalla regia precedente, ma non danno neppure fastidio perché sono del tutto inutili e non interferiscono con l’azione e la musica. L’idea è probabilmente che gli dèi sono fra di noi e non ce ne accorgiamo, ma drammaturgicamente è irrilevante, abbozzata e non portata avanti con coerenza. Che poi la scenografia ci offra un eterogeneo catalogo di sedie direttorio e sedie di metallo e plastica, costumi di tutte le epoche e senza carattere, rovine architettoniche, cave abbandonate e interni délabré visti mille altre volte poco importa a questo punto.

I particolari della vicenda ci sono tutti: Wotan ha la benda sull’occhio sacrificato alla conoscenza, la lancia con le rune incise sul manico, la spada piantata nel tronco (che qui è un palo della luce divelto dalla tempesta e crollato dentro la casa) e non manca il cerchio di fuoco attorno alla Valchiria adagiata su un pallet che però sembra una graticola, ma quello che è assente è l’interesse per i personaggi, mossi senza una logica drammatica e in definitiva senz’anima. Manca poi totalmente l’interazione tra di loro: i due fratelli/amanti quasi non si guardano in faccia e anche Fricka minaccia di cose terribili il marito passeggiando al proscenio rivolta al pubblico mentre Wotan sulla roccia di cartapesta non sa come passare il tempo. Neppure lo struggente addio del padre alla figlia emoziona. Ma quanti secoli sono passati dalla messa in scena di Chéreau?

Non essendo qui richieste particolari doti recitative, non stupisce che per la parte di Siegmund sia stato scelto Johan Botha, voce meravigliosa quanto nessun’altra e dal fraseggio impeccabile, ma interprete che a fatica si muove in scena e considera le sottigliezze psicologiche del personaggio un’inutile stravaganza. Inguardabile Siegmund, immobile e a gambe larghe e con lo sguardo perennemente rivolto al direttore, non stupisce che tra lui e Sieglinde non scatti quella scintilla erotica che dà senso alla vicenda. Edith Haller, Sieglinde appunto, non viene trascinata dalla passione, ma canta bene la sua parte, mentre anche il grande Albert Dohmen qui è un Wotan poco definito. La Brünnhilde âgée e tutta rossa dalla testa ai piedi di Linda Watson (sembra la mamma di Wotan, non la figlia) ha tutto quello che ci si aspetta da una Valchiria, eccetto le corna sull’elmo, ma il reggiseno a punta e i gridi di guerra non deludono. Ecco, forse lo scudo di plastica trasparente dei poliziotti anti sommossa si poteva evitare.

Per fortuna rimane la direzione di Thielemann, tutta sottigliezze e finezza di linee melodiche messe nel giusto valore da una visione unitaria del flusso musicale.

Come bonus il making-of del video e sottotitoli in quattro lingue, ma non in italiano.

(*) “La musica di Wagner è migliore di quello che si potrebbe pensare ascoltandola” è la contorta traduzione in italiano della fulminante battuta di Edgar Wilson Nye spesso citata da quell’altro grande umorista americano che fu Mark Twain.

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