Einstein on the Beach

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Philip Glass, Einstein on the Beach

★★☆☆☆

Ginevra, Grand Théâtre, 11 settembre 2019

(video streaming)

Quarant’anni dopo. Senza Robert Wilson.

Si può ancora definire contemporaneo uno spettacolo concepito negli anni ’70 del secolo scorso? Sì, se a quell’epoca era talmente fuori delle convenzioni teatrali da risultare, allora come ora, un oggetto avulso dal tempo. Ma che senso ha allora ricreare adesso, più di quarant’anni dopo, questo classico quasi intoccabile di Philip Glass, Bob Wilson e Lucinda Childs senza Bob Wilson e Lucinda Childs? La musica di Glass avrà lo stesso potere che ebbe allora o che ha nella ripresa fedele dello spettacolo di alcuni anni fa?

Daniele Finzi Pasca si definisce attore, regista, coreografo, clown, scrittore e lighting designer. Con la sua compagnia, dopo aver disegnato le scenografie per la Festa dei Viticultori di Vevey, ha aperto l’attuale stagione del Grand Théâtre di Ginevra, la città che ospita i più avanzati laboratori di ricerca fisica, con quell’Albert Einstein di cui Glass e Wilson nel 1976 celebrarono a loro modo l’immagine e il pensiero.

La musica ipnotica e mantrica di Glass è eseguita con imperturbabilità e limpidezza dal maestro Titus Engel, un direttore come pochi altri avvezzo agli sperimentalismi musicali, alla testa degli strumentisti e dei coristi della Haute École de Musique di  Ginevra: per quattro ore filate il suono non ha cedimenti e si dipana meccanico e inesorabile dalle tastiere, dai sassofoni, dal clarinetto basso, dal flauto, dall’ottavino e dai violini che compongono questa singolare partitura.

Il mondo circense di Finzi Pasca non tende a ricreare quella che era la rarefatta geometria del teatro di Bob Wilson e la sua sottile logica: qui sulla scena ci sono proiezioni video, biciclette volanti, scene balneari, un acquario illuminato in cui fluttua un corpo femminile, un cavallo bianco, un Einstein un po’ trucido in sandali coi calzini, la sua biblioteca, una coppia di sposi, tubi fluorescenti, una sirena sul trapezio… un’atmosfera da “Cirque Plume” senza la poesia e l’ironia di quello. Per non dire delle insopportabili pronunce dell’inglese nei monologhi. L’universo astratto di Wilson qui ha una narrazione onirica che là era del tutto assente, ma che era congeniale alle musiche di Glass e alle coreografie della Childs. Il programma di sala di 64 pagine dà conto delle intenzioni registiche, ma lo scarto qualitativo con quanto si vede in scena non convince.