Così fan tutte

Wolfgang Amadeus Mozart, Così fan tutte

★★★★★

Londra, Royal Opera House, 10 settembre 2010

(registrazione video)

Contemporaneità di Così fan tutte 

Ai suoi tempi poteva essere una vicenda di cronaca ancorché ben nota nel mito e nella letteratura: dalle Metamorfosi di Ovidio, al Decameron del Boccaccio al Cymbeline di Shakespeare, lo scambio delle coppie era un tema che stuzzicava il libertinismo del Settecento, mentre nell’Ottocento e fino a parte del Novecento Così fan tutte fu considerata scandalosa e immorale. L’ambientazione scelta da Da Ponte era il suo tempo così che oggi molti registi hanno buon gioco a immergere la vicenda nella nostra contemporaneità, come fa Jonathan Miller nella sua produzione del 1995 che da allora è ritornata varie volte sulle tavole del Covent Garden.

Non ultima questa ripresa del 2010, che conferma la modernità e la presa sul pubblico di questa versione in cui di settecentesco c’è solo l’arredamento, se di arredamento si può definire un insieme di divano, tre sedie spaiate, qualche cuscino per terra e una specchiera davanti alla quale indugiano narcisisticamente tutti i personaggi mentre da una porta in stile neoclassico entrano ed escono gli attori di questa cinica commedia. Il palcoscenico, che si estende fino ai palchi di proscenio lasciati vuoti, è un ambiente spoglio, prossimo a un trasloco – ma per disegnarlo è stata necessaria una squadra di ben sei persone dice la locandina: Jonathan Miller stesso, Tim Blazdell, Andrew Jameson, Colin Maxwell, Catherine Smith e Antony Waterman! È un’essenzialità geniale che focalizza l’attenzione sui meravigliosi personaggi di questo crudele gioco in equilibrio tra pragmatismo e rassegnazione che invita a prendere la vita con filosofia.

Invece delle miniature dei ritratti abbiamo i selfie sui cellulari, la suoneria del telefonino di don Alfonso è realizzata dal clavicembalo, il «cioccolatte» di Despina arriva da Starbucks, il «marzial campo» è una missione di pace in Albania dei caschi blu dell’ONU. Gli abiti sono forniti da Giorgio Armani e il suo stile elegante pervade la produzione: tutto fila liscio, la comicità ha tempi perfetti, anche i silenzi sono teatrali e il libretto sembra sia stato scritto appena ieri.

Impeccabile il gioco attoriale degli interpreti, come il don Alfonso di mano lesta con la servetta (1) o i due innamorati che passano dal doppiopetto alla mimetica al trash di due tamarri tatuati coinvolgendo le due sorelle, qui stiliste di moda, che passano da eleganti tailleur in total white o total black a coloratissimi outfit hippie per il “matrimonio” finale.

Vocalmente i sei interpreti sono magistrali: il Ferrando di Pavol Breslik esibisce favolose mezze voci; il Guglielmo di Stéphane Degout brilla per la solita eleganza e l’espressività; il Don Alfonso di Thomas Allen compensa largamente i non proprio debordanti mezzi vocali con una personalità da grande attore e una sorniona ironia; Fiordiligi trova in Maria Bengtsson una voce sicura nei salti impervi di «Come scoglio»; Jurgita Adamonytė è una più lirica, e più arrendevole, Dorabella di cui si apprezza il tono caldo del timbro; spigliata ma senza la leggerezza di una soubrettina è la Despina di Rebecca Evans. Thomas Hengelbrock a capo dell’orchestra del teatro concerta con precisone di tocco e vivacità senza troppo indugiare sui momenti lirici.

(1) Non è una trovata triviale del regista, lo suggerisce il libretto stesso:
DON ALFONSO – Despina mia, di te | Bisogno avrei.
DESPINA – Ed io niente di lei.
DON ALFONSO – Ti vo’ fare del ben.
DESPINA – A una fanciulla | Un vecchio come lei non può far nulla)