Le nozze di Figaro

Wolfgang Amadeus Mozart, Le nozze di Figaro

★★★☆☆

Glyndebourne, Opera House, 3 agosto 2012

(video streaming)

Franchismo e figli dei fiori, una dubbia accoppiata

L’opera con cui si era inaugurato il Festival di Glyndebourne nel 1934 fu Le nozze di Figaro. Sessant’anni dopo il nuovo teatro era stato riaperto con Le nozze di Figaro e ora lo stesso titolo ritorna per la nona volta con questa produzione di Michael Grandage.

All’apertura di sipario la scena che si presenta potrebbe essere quella del Ratto dal serraglio, con la facciata di un edificio in stile moresco, ma è invece il castello di Aguas-Frescas, la residenza estiva del Conte d’Almaviva, «à trois lieues de Seville» secondo Beaumarchais. L’arrivo del Conte e della Contessa, figli dei fiori in spider rossa, suggerisce che siamo nei “swinging sixties” – anche se la Spagna franchista non avrebbe sicuramente tollerato minigonne, capigliature da hippie e spinelli («la fiaschetta degli odori»), ma tant’è. Colori intensi connotano gli interni di Christopher Oram che firma le belle scenografie inondate dalle calde luci solari di Paule Constable. Deludente invece la regia: dopo la sorpresa iniziale, la “folle giornata” non parte mai, con movimenti approssimati degli interpreti legati a una tradizione che rimane un po’ spenta. Sarà dovuto alla presenza di cantanti-attori tutt’altro che strepitosi. Dal Figaro di Vito Priante non ci si può aspettare molto in termini di simpatia e coinvolgimento, e questo l’ha dimostrato altrove più volte, ma anche gli altri personaggi non convincono molto.

Sul piano vocale siamo in un’aurea mediocritas che non ci si aspetteremmo da un festival blasonato come questo. Non c’è nulla che Priante non faccia bene, ma da Figaro vorremmo qualcosa di più. Gradevole la Susanna di Lydia Teuscher, in avanzato stato di gravidanza, dal timbro vellutato e dalla linea espressiva. Troppo giovane per la parte della Contessa, Sally Matthews, beniamina del pubblico inglese,  molto manierata e con un vibrato troppo largo. La dizione – difetto di tutti i cantanti non italiani in scena – rende quasi incomprensibile quello che canta e non incisivi i recitativi. Vocalmente poco interessante e scenicamente grossolano e senza traccia di nobiltà il Conte di Audun Iversen, per di più poco aiutato dalla regia. Isabel Leonard delinea un Cherubino corretto ma non memorabile. Più efficaci risultano le parti buffe dei comprimari, ma qui la scelta è caduta su caratteristi in fin di carriera e dalla dizione improponibile, un elemento da cui non si può prescindere per gli scioglilingua di Bartolo, qui incomprensibili in bocca di un Andrew Shore senza fiato e dalla precaria intonazione, ma anche per Marcellina, qui una non più riconoscibile Ann Murray. Meglio Alan Oke, Basilio divertente e non troppo caricaturale. La direzione di Robin Ticciati alla guida della Orchestra of the Age of Enlightenment è piena di preziosità, che però presupporrebbero cantanti di altra levatura, e indugi, che spezzano il ritmo teatrale: le due arie della contessa, «Porgi amor» e «Dove sono i bei momenti», sono esasperatamente lente. I concertati non sono il massimo della chiarezza e le riprese delle arie hanno misere variazioni – ma ciò è da addebitare principalmente ai cantanti.