Così fan tutte

Wolfgang Amadeus Mozart, Così fan tutte

★☆☆☆☆

Salisburgo, Großes Festspielhaus, 2 agosto 2020

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bandiera francese.jpg Ici la version française

Questo stramaledetto virus avrà anche questo sulla coscienza 

Il centesimo Festival di Salisburgo ridotto a un’opera e mezza: non solo è ristretto il programma del festival, anche il Così fan tutte viene rimpicciolito a una versione “essenziale”, secondo la definizione del regista Christof Loy. Praticamente un atto unico per evitare l’intervallo.

Il ridimensionamento della partitura è assegnato a Joana Mallwitz – difficilmente un’affermata star del podio avrebbe accettato il compito – alla testa dei Wiener Philharmoniker. Della trilogia dapontiana questa è già la più concentrata per plot e numero di personaggi, ma c’è da chiedersi se valeva la pena non solo decimare i recitativi ma anche tagliare numeri musicali quali il terzetto «È la fede delle femmine», il duettino «Al fato dan legge», il primo coro «Bella vita militar!», l’aria di Despina «In uomini, in soldati» e buona parte del finale primo. E nel secondo atto il coro nel duetto «Secondate aurette amiche», il quartetto «La mano a me date», l’aria di Ferrando «Ah, lo veggio: quell’anima bella», l’aria di Guglielmo «Donne mie, la fate a tanti», la cavatina di Ferrando «Tradito, schernito» e crudelmente sforbiciato il finale. In totale quasi cinquanta minuti di musica. Quisquilie, insomma. Il perfettamente congegnato testo di Da Ponte è qui ridotto a brandelli. Neanche il Reader’s Digest avrebbe osato tanto.

Che poi la direzione della Mallwitz sia corretta – ci sarebbe mancato che fosse stata pure scorretta! – e che la regia di Loy sia al solito pulitissima come la scenografia minimale di Johannes Leiacker (una parete bianca, con due porte, che si apre lentamente su un tenebroso giardino), ma non dica molto di nuovo rispetto a quanto già visto in passato, non fa di questo un esempio da seguire. Se si vuole mettere in scena una cosa breve il teatro musicale ha un numero sterminato di atti unici che sono veri capolavori oppure meritano di essere riscoperti.

Stellare il cast femminile. Elsa Dreisig (Fiordiligi) è una perfetta stilista, ha magnifici legati, la voce è piena, splendidamente proiettata, le note ferme anche nei vertiginosi salti di registro delle sue due arie solistiche. Completamente differente in timbro ed emissione Marianne Crebassa, che nel vibrato e nella espressione delinea una adorabile e credibile Dorabella, la prima delle due sorelle a cedere alla corte dei due bellimbusti. Peccato che a Despina qui rimangano le briciole, perché Lea Desandre è un’interprete eccellente.

Non convincente il reparto maschile. Il don Alfonso di Johannes Martin Kränzle è inespressivo, vocalmente sgradevole e scenicamente nullo, non aiutato, stranamente, dalla regia. I suoi sguardi fissi nel vuoto senza sapere cosa fare sono condivisi dal Guglielmo di André Schuen, talora insopportabilmente rozzo, e dall’insipido Ferrando di Bogdan Volkov.

Insomma, un’operazione che si doveva evitare. Che nella sua città natale il più prestigioso festival tagli un terzo della musica di una sua opera – ed è Così fan tutte non Apollo et Hyacinthus! – lascia interdetti. Pensiamo se l’avesse fatto Michieletto in un teatro italiano: l’Austria ci avrebbe dichiarato guerra.