Iphigénie en Tauride

Christoph Willibald Gluck, Iphigénie en Tauride

★★★★★

Cremona, Teatro Ponchielli, 5 dicembre 2021

bandiera francese.jpg Ici la version française

Emma Dante e la mediterraneità della Grecia di Gluck

Teli rossi agitati dagli attori per simulare la tempesta che si abbatte sulla Tauride: un semplice ma efficace mezzo teatrale che Emma Dante ha utilizzato fin dalla sua Muette de Portici all’Opéra Comique nel 2012. Qui sono onde rosso sangue che sembrano nascere dalla gonna di Ifigenia, epicentro nella scena mentre prega gli dèi irati di far cessare la furia degli elementi.

Non sarà l’unico momento di grande forza teatrale di una lettura che, come avviene spesso nelle produzioni della regista siciliana, mette al centro la figura della donna, non solo la protagonista eponima, ma quella di una società matriarcale a dispetto della presenza del tiranno maschio, qui un sempre irato Thoas. Ed ecco quindi il palcoscenico popolarsi di sacerdotesse, furie, Eumenidi, prefiche: donne mediterranee di nero vestite e dal capo coperto ma dalle forme femminili evidenti. Anche le cariatidi della loggia del tempio di Diana qui sono viventi. La Grecia filtrata dalla sensibilità settecentesca di Gluck riacquista la sua mediterraneità e il bianco marmoreo delle armature e delle colonne contrasta con i rossi e i neri dei costumi di Vanessa Sannino. Nella scenografia di Carmine Maringola il richiamo alla classicità è nelle colonne ioniche dell’Eretteo ateniese, qui montate su basi semoventi così da formare configurazioni diverse e suggerire i vari ambienti. Fedele alla vicenda, e alle sue origini, la Dante popola la scena di immagini significative, come lo scheletro della cerva che sostituisce la statua di Diana (qui la trama della storia), ma che richiama anche il cavallo del Trionfo della morte negli affreschi del palermitano palazzo Abatellis. O il drammatico fregio/tableau vivant o la estenuata preparazione del sacrificio. Prima ancora, la Dante aveva fatto uso di un bellissimo trucco nel quale un sudario nero aveva simulato un corpo tridimensionale.

A questa dovizia di immagini risponde la musica magnificamente resa dall’orchestra diretta da un Diego Fasolis che mette a frutto la sua esperienza nel repertorio barocco per restituirci un Gluck energico e drammatico, elegiaco quando è ora come nell’aria di Pylade, o ironicamente selvaggio (con le percussioni che si sfogano in barcaccia) nella danza degli Sciti, allorché questi scoprono i due naufraghi greci vittime sacrificali designate dal destino. «Ici le peuple exprime sa joie barbare dans un divertissement très court» commenta il libretto. L’Orchestra dei Pomeriggi Musicali non è un ensemble dedicato a questo repertorio, ma forse proprio per questo la freschezza e l’entusiasmo con cui si cimentano sotto la sapiente guida di Fasolis aggiunge interesse a questa esecuzione che, anche se non storicamente informata negli strumenti, è musicalmente convincente nel risultato.

Prima donna assoluta è Anna Caterina Antonacci, presenza scenica magnetica, dizione del francese oltre la perfezione, timbro sontuoso e una vocalità il cui infinitesimo accenno di stanchezza aggiunge valore alla espressività. Fin dalla prima frase, «Grands Dieux! Soyez-nous secourables, détournez vos foudres vengeurs», ci si trova di fronte a una tragédienne di alta scuola. Il suo racconto «Cette nuit… j’ai revu le palais de mon père» ci mette sotto gli occhi la maledizione degli Atridi («race toujours fatale!») dal punto di vista di chi l’ha vissuta di persona e che nella bellissima aria «Ô toi qui prolongeas mes jours» chiede di troncare con la morte questa sofferenza. Ancora più lancinante la sua richiesta alla dea Diana di metterle nel cuore «la férocité» per poter eseguire il sacrificio che la sua mano si rifiuta di svolgere. La infinita palette di sentimenti di questo grande personaggio trova nell’arte della Antonacci la migliore realizzazione.

Di grande livello anche gli altri interpreti: da Bruno Taddia, misurato eppure espressivo Oreste sempre accompagnato dalle Eumenidi, all’ineffabile Pylade di Mert Süngü, cui si deve quell’esempio di dichiarazione di amore tra uomini («Unis dès la plus tendre enfance, | nous n’avions qu’un même désir») che la poesia greca ha sempre esaltato. La chiara voce baritonale di Taddia e il tenorile e luminoso timbro di Süngü hanno ricreato alla perfezione quel sentimento che aveva già unito, tra i tanti, Achille e Patroclo. Nella parte del re Thoas Michele Patti mostra qualche fatica nel registro acuto mentre Marta Leung interviene efficacemente a risolvere la vicenda quale dea ex machina trasformandosi da statua inanimata in imperiosa e reale Diana. Perfettibile il coro istruito da Massimo Fiocchi Malaspina, ma proprio al coro è affidato un bis richiesto a gran voce dal pubblico entusiasta al termine di una rappresentazione che ha visto il teatro Ponchielli felicemente occupato in ogni ordine di posti.