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Biennale Arte di Venezia 2024

Wael Shawky, Drama 1882, 2024

Biennale Arte di Venezia (parte I, Giardini)

Venezia, Giardini, 25 giugno 2024

Colonialismi in scena: il cuore segreto della Biennale

Il titolo scelto da Adriano Pedrosa, il direttore della 60esima edizione della Biennale Arte di Venezia di quest’anno è Foreigners Everywhere (Stranieri ovunque), ma non si riferisce a quelli che dilagano rumorosamente nelle calli e nei campielli della città, ma alle minoranze ferite dal corso della storia: i neri, i diversi.

Sul tema del colonialismo fanno i conti con il loro passato nazioni come la Spagna, l’Olanda, il Regno Unito, ognuno a modo suo, ma è la Spagna che recupera un mezzo espressivo che è quasi minoritario in questa rassegna dove dominano video, installazioni concettuali (Germania), sonore (Italia) o olfattive (Corea), ossia le tele dipinte. Come quelle appunto dell’artista Sandra Gamarra Heshiki con la sua Pinacotea Migrantes dove il concetto egemonico di pinacoteca occidentale si capovolge per esporre una serie di narrazioni che storicamente furono messe in silenzio. L’artista, una migrante lei stessa, peruviana ora vivente a Madrid, nelle sue indagini sul passato coloniale spagnolo e sulle sue ripercussioni attuali guarda ai dipinti europei del Seicento riappropriandosi degli stilemi pittorici tradizionali – il paesaggio, il ritratto, la bottega, l’illustrazione scientifica e botanica – per proporre opere in stato di non finitezza o restauro come metafora della ferita coloniale.

Sandra Gamarra Heshiki, Racismo Ilustrado III, 2023

Sfrutta il metodo pittorico tradizionale anche Louis Fratino, artista classe 1994, americano ma con stretti legami con l’Italia, che con riferimenti alla pittura della scuola romana tra le due guerre e Picasso trasforma la monumentalità di un Sironi in tenera freschezza giovanile. Dichiarandosi apertamente artista queer, il sesso nella sua totalità diventa un soggetto ricorrente nelle sue opere fatte di disarmanti corpi nudi che si avvinghiano, di sguardi intensi, di emozioni forti.

Louis Fratino, Eye Contact, 2019

Buona parte parte dei mezzi espressivi adottati dagli artisti scelti da Pedrosa esulano dalla tradizionale pittura e c’è un artista che riesce a stupire per la sua scelta. Si incontra nel padiglione egiziano ed è Wael Shawky il cui video Drama 1882 fa rivivere un momento cruciale della storia del suo paese, ovvero la repressione della rivoluzione nazionalista degli Urabi nel 1882. L’opera scandisce l’escalation di violenze di questo conflitto, innescato dall’uccisione di un guardiano di asini egiziano per mano di un maltese in uscita dal consolato inglese di Alessandria e dalla successiva insurrezione popolare in cui persero la vita circa trecento persone. Nonostante la maggior parte delle vittime del tumulto fossero egiziane, il caso venne preso a pretesto dall’impero britannico per attaccare l’Egitto, con l’alibi di difendere i suoi cittadini in loco. A un mese di distanza da questa sommossa di strada, l’esercito inglese bombardò Alessandria uccidendo più di duemila persone, per poi sconfiggere definitivamente l’esercito arabo nella storica battaglia di Tel El Kebir, che decretò l’occupazione della nazione, destinata a durare fino al 1956.

Shawky affronta il concetto di storia revisionista e di eredità coloniale in modo coinvolgente, tramite un musical, girato in un teatro storico di Alessandria, che rivive i momenti rivoluzionari della storia con un accattivante accompagnamento musicale e in uno scenario tra il fiabesco e il surreale di 45 minuti suddiviso in otto scene. Cantata in arabo classico da interpreti professionisti, l’opera segna una svolta per Shawky: «Di solito insistevo per eliminare il dramma dai miei film precedenti, quindi ho optato per burattini, marionette e bambini. Questa volta il dramma ha diversi significati: c’è il senso della finzione, legato all’idea di avere uno spettacolo, come il teatro. Lo sfondo si muove al rallentatore, come se fosse a strati. Alla fine l’opera è come un dipinto in movimento, con gli interpreti e la colonna sonora come elementi di questa composizione».

Senza dubbio la sua è una delle proposte più inventive e insolite della Biennale di quest’anno.

Pessoa – Since I’ve been me

Robert Wilson, Pessoa – Since I’ve been me

Firenze, Teatro della Pergola, 5 maggio 2024

L’omaggio di Robert Wilson al Portogallo che festeggia 50 anni di democrazia

Luce, spazio, tempo. Gli spettacoli di Robert Wilson nascono prima dalla luce, poi dagli spazi e dai tempi teatrali. Non fa eccezione l’ultima sua creazione ora in prima mondiale alla Pergola.

Pessoa – Since I’ve been me (Pessoa – Da quando sono io) è uno spettacolo multilingue commissionato e prodotto dal Teatro della Pergola di Firenze e dal Théâtre de la Ville di Parigi nel segno del progetto comune “L’Attrice e l’Attore Europei” e coprodotto da Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatro Stabile di Bolzano, São Luiz Teatro Municipal de Lisboa, Festival d’Automne à Paris in collaborazione con Les Théâtres de la Ville de Luxembourg. È un viaggio poetico nell’immaginario del poeta portoghese Fernando Pessoa (1888-1935).

Oltre la regia, Robert Wilson cura luci e scene, mentre la drammaturgia è affidata a Darryl Pinckey e i costumi sono disegnati da Jacques Reynaud. Scrive il regista: «L’idea che sia una produzione internazionale, che ci siano attori di paesi differenti, con background culturali differenti, e che sia uno spettacolo in varie lingue mi sembra giusta per Pessoa. Pessoa era un uomo fatto di tante “persone” diverse, un portoghese cresciuto in Sudafrica. Una maniera di approcciare questo lavoro è cercare di capire come trattare questo insieme di personalità. Nella mia testa c’è proprio un prisma con tutte le diverse personalità, i diversi aspetti di Pessoa».

Nel 2024 il Portogallo festeggia mezzo secolo dalla Rivoluzione dei Garofani che riportò la democrazia nel Paese dopo anni di dittatura. Diventa quasi naturale pensare a Pessoa, l’enigmatico poeta dai molti eteronimi. L’utilizzo del multilinguismo è la chiave di interpretazione del lavoro del poeta che oltre al portoghese si esprimeva nella lingua della madre (inglese) e in francese per amore dei suoi prediletti letterati. L’italiano si è aggiunto come sigillo all’universalità europea dell’opera di Pessoa.

Gli spettatori vengono accolti a sipario chiuso dall’attrice portoghese Maria de Madeiros, regista di Capitães de Abril (Capitani di aprile), un film del 2000 sulla ribellione dei giovani ufficiali che posero fine alla dittatura di Salazar. L’attrice è vestita e truccata in modo da somigliare al poeta, ma ricorda anche Charlie Chaplin con la sua malinconia e leggerezza, le stesse facce dell’anima di Pessoa.

Con l’apertura del sipario entriamo in un tripudio di luci, colori e rumori fragorosi quando arrivano in scena le altre personalità eteronome nate dalla immaginazione del poeta (Alexander Search, Bernardo Soares, Vicente Guedes, Alberto Caeiro, Álvaro de Campos e Ricardo Reis), ossia il magnifico cast internazionale: Aline Belibi, francese; Rodrigo Ferreira, brasiliano; Klaus Martini, italo-albanese; Janaína Suaudeau, franco-brasiliana; Sofia Menci e Gianfranco Poddighe, italiani. I diversi quadri richiamano paesaggi o viaggi (una nave a vela di carta), che per Pessoa sono principalmente viaggi della mente, fino all’ironico e scatenato ballo finale in abiti da marinai americani. I versi del Livro do desassossego (Libro dell’inquietudine), da cui viene tratto il titolo dello spettacolo, sono inseriti in una gioiosa, comica, anarchica, clownesca giostra di battute aforistiche che vogliono esprimere la folle e tragica insensatezza della vita. La totale dedizione ed eccezionale bravura degli interpreti così come le invenzioni visive di Wilson vengono alla fine salutate da applausi convinti e insistiti.

Antologica d’incanto

Barbara Nejrotti, opere 2014-2024

Torino, MUSA, febbraio 2024

Puzzle d’ombra e luce

Nei magici infernotti del MUSA di Torino (via della Consolata, 11E) ci si trova a tu per tu con le opere di Barbara Nejrotti, dieci anni di lavori in cui vengono utilizzate tecniche diverse come il cucito, la pittura, il taglio, per restituire in modo essenziale e rigoroso un’idea o un’emozione su “tele tridimensionali” monocrome, per lo più bianche o nei colori primari.

È un’“arte dello spessore” ottenuta con punti infinitamente piccoli cuciti sulla tela per ottenere spessori che hanno la tridimensionalità dei bassorilievi. Ecco allora le famigliari forme dei puzzle che qui si abbracciano, formano un cuore, se ne stanno solitari, si uniscono con il classico “fil rouge” o si trasformano nella silhouette di un calice di vino con la goccia rossa che spicca sul fondo bianco. O quelle delle onde in cui sguazzano stilizzati nuotatori, o ancora la serie delle impronte. E qui particolarmente toccante è Orme 17002, un lavoro del 2017 dove le impronte di scarpe femminili accostate a quelle minuscole di un bambino richiamano una tenera idea di protezione materna nei primi passi nel mondo del piccolo.

Negli ultimi anni la ricerca dell’artista ha preso strade più astratte, non ci sono più i riferimenti naturali. Si entra in uno spazio depurato dove le ombre diventano le protagoniste dei quadri, talora le sole chiaramente visibili, come nel caso dei sottilissimi fili che tendono i lembi dei tagli nelle opere del 2023 intitolate Spazio Tempo, dove i fili stessi sono praticamente invisibili.

L’interazione con l’ombra è ancora più intrigante nelle opere con lo stesso titolo del 2022, tele coniugate soprattutto in bianco, ma in mostra ce n’è anche uno stupefacente in rosso. Semplici figure geometriche (triangoli e quadrati) si staccano dalla superficie della tela su cui viene segnata l’ombra che essi proiettavano al momento della creazione mentre un’altra ombra si viene ad aggiungere, quella reale della luce dello spazio espositivo in cui è collocata. Ecco in perfetta sintesi spazio e tempo. 

Le opere di Barbara Nejrotti non sono algidi esperimenti concettuali: i pieni e i vuoti delle sue tele sono quelli che riflettono i pieni e i vuoti delle nostre esistenze, quelli che definiscono i contorni del nostro vivere. Le sue sono proiezioni interiori.

Il Terzo Reich

Romeo Castellucci, Il Terzo Reich

Torino, Teatro Astra, 25 ottobre 2023

Le parole bombe di Castellucci

Tempi duri per gli amanti del teatro. Nel giro di poche ore il pubblico torinese è messo a dura prova prima sopportando i lamenti autoreferenziali e le provocazioni degli attori dello spettacolo della compagnia Peeping Tom; poi, passano 22 ore, ed è vittima della sadica tortura inflittagli da Romeo Castellucci con la sua installazione Il Terzo Reich.

All’ingresso della sala del Teatro Astra, dove si svolge il consueto Festival delle Colline Torinesi, vengono distribuiti dei tappi per le orecchie. Era successo anche per Bros, l’altro spettacolo di Castellucci l’anno scorso, ma allora non si erano resi necessari. Qui saranno provvidenziali. La serata inizia senza sorprese, con buio totale e rumori di scalpiccii in scena, ma non succede nulla. Viene accesa una candela, ma poi viene spenta. Per tanti lunghissimi minuti la scena continua a essere immersa nel buio, unica luce quella delle uscite di emergenza. Poi all’improvviso, quando è stata portata al limite la pazienza degli spettatori, accompagnata da un fortissimo rumore, appare una parola sullo sfondo. Svanisce. Ne appare un’altra, con lo stesso rumore. Poi un’altra, un’altra ancora, a ritmo sempre più incalzante, così come sempre più incalzanti saranno i suoni che i tappi nelle orecchie difendono dai timpani, ma non dalle viscere tartassate dalle frequenze sparate a pieni decibel. Il ritmo delle parole proiettate e dei suoni diventa sempre più parossistico. Sono frazioni di secondo, al limite della capacità retinica a percepire le parole che si susseguono a caso senza alcuna logica. Si tratta della sequenza dei 15000 sostantivi del vocabolario italiano che rappresentano tutti gli oggetti della realtà dotati di un nome. Sostantivi senza sostanza, che non tessono alcuna rete di significato tra loro: a tratti le parole si raggruppano per lunghezza o per avere lo stesso prefisso o una lettera in comune, e anche i suoni cambiano, ma sempre allo stesso insopportabile livello sonoro. Ogni parola una bomba. Si va avanti così per 50 minuti, quando il ritmo rallenta e alla fine tutto tace. Fine della corsa, ritornano le luci e nel silenzio il pubblico esce frastornato e con l’udito leso.

Questa è la nuda cronaca.

Che un artista come Castellucci non sia diventato all’improvviso un sadico torturatore è ovvio, ma che il risultato sia quello a cui abbiamo assistito è anche vero. Il titolo fa riferimento a La lingua del Terzo Reich del filologo Victor Klemperer che ha dimostrato quanto la lingua di un regime totalitario riesca a condizionare nel profondo il pensiero di un intero Paese. «Il Terzo Reich di Castellucci è l’immagine di una comunicazione inculcata e obbligatoria, la cui violenza è pari alla pretesa di uguaglianza. Qui il linguaggio-macchina esaurisce interi ambiti di realtà, là dove i nomi appaiono uguali nella loro serialità meccanica, come fossero i blocchi edilizi di una conoscenza che non lascia scampo. Ogni pausa è abolita, occupata. La pausa, cioè l’assenza delle parole, diventa il campo di battaglia per l’aggressione militare delle parole, e i nomi del vocabolario così proiettati sono le bandiere piantate in una terra di conquista». Non c’è spazio per la scelta e il discernimento e il linguaggio diventa rumore bianco, caos. La performance, coprodotta con la Fondazione Merz, è stata presentata l’anno scorso alla Zisa di Palermo e prevedeva una coreografia iniziale che qui è mancata.

L’installazione è specchio degli strani tempi in cui viviamo e forse questa è l’unica risposta possibile alla realtà che ci circonda; dal teatro non possiamo onestamente più chiedere che ci faccia divertire. Ieri un festival di danza si è concluso con uno spettacolo in cui c’era tutto meno che la danza. Questa sera un festival teatrale ha ospitato un avvenimento senza attori, senza scene, senza drammaturgia, senza testo, senza la parola “parlata”. Un po’ di smarrimento da parte del pubblico pagante è comprensibile.

Immagine della lunga striscia di carta nera, con un estratto del flusso di parole proiettate su schermo nell’omonima opera dal vivo, contenuta nella Collector’s Edition del disco di Romeo Castellucci e Scott Gibbons, autore della colonna sonora

S 62° 58′, O 60° 39′


Franck Chartier, S 62° 58′, O 60° 39′

Compagnia Peeping Tom

Moncalieri, Teatro Fonderie Limone, 24 ottobre 2023

Sei personaggi alla ricerca di sé stessi

Se nel loro ultimo spettacolo presentato a TorinoDanza due anni fa l’acqua era protagonista nell’ultimo episodio di Triptych, ora siamo in balia dei ghiacci, come indica chiaramente il titolo, coordinate geografiche di Deception Island, un frammento della penisola antartica che si protende a nord verso la Terra del Fuoco.

Una barca è incagliata nel ghiaccio. Inutilmente viene inviata una richiesta di soccorso via radio. Gli unici rumori sono il ticchettio della radio, i tentativi di riavviare il motore, il vento che infuria. Sulla barca scossa dagli elementi gli occupanti si agitano in un balletto scomposto. Poi il silenzio: la radio tace, il motore non vuole saperne di partire e prende il sopravvento la parola, ma non tanto le battute previste dal copione, quanto i commenti rivolti al regista dagli attori, il backstage si confonde con la finzione, la scena si trasforma in una sala prove, la quarta parete viene sistematicamente e ripetutamente sfondata. Gli attori non fingono più i propri sentimenti, li espongono in tutta la loro crudele sincerità, la struttura narrativa si intreccia tra mondo reale e fantastico, i confini tra biografico e immaginario, tra esperienze personali e finzione si confondono.

La spietata riflessione su quello che intendiamo creare sul palcoscenico del teatro di oggi si avvale di una scenografia ultra-realistica curata fin nei minimi dettagli e di una recitazione intensa di performer che entrano ed escono con abilità acrobatica dal loro ruolo di attori. Nel paesaggio sonoro a un certo punto entrano anche le musiche del Trovatore quando uno dei personaggi diventa con ironia una moderna Azucena. Fuori campo la voce di Franck Chartier chiede il massimo ai suoi attori che vogliono disperatamente sopravvivere come personaggi ma soprattutto come esseri umani. La sua è una richiesta sadica che gli attori non possono più accettare, e questo rifiuto perentorio porta a una discussione dei limiti e delle esigenze dell’arte.

Uno spettacolo impossibile da classificare questo della compagnia belga Peeping Tom ora in prima nazionale a TorinoDanza. È uno spettacolo di parola, specialmente nella seconda parte quando uno dei personaggi si mette a nudo, letteralmente, nel lungo monologo finale e ci presenta i suoi problemi esistenziali di attore in crisi. La sua personalità si scinde in due, come il Gollum de Il signore degli anelli, in un dialogo tra sé stesso e la bestia che nasconde dentro. Per chi ha dato tutto al palcoscenico per così tanti anni invecchiare non è facile, è la confessione del personaggio Romeu, l’attore Romeu Runa, che provoca poi il pubblico scendendo così com’è in platea.

Alla fine della performance resta un certo spaesamento negli spettatori davanti a questo atto di autocompiacimento e autocelebrazione degli attori. Sicuramente si è trattato di una coinvolgente analisi esistenziale che induce il pubblico a una riflessione a più livelli, ma la chiave di decifrazione dello spettacolo resta il nome dell’isola del naufragio, Deception. Inganno, delusione, falsità, mistificazione. È la rappresentazione teatrale in sé a essere messa in discussione e la sua spettacolarizzazione.

Si replica questa sera e poi ci si sposta a Reggio Emilia mentre a gennaio lo spettacolo sarà a Roma al Teatro Argentina.

 

Biennale Teatro di Venezia 2023

Mattias Anderson, Vi som fick leva om våra liv

Venezia, Arsenale – Teatro alle Tese, 21 giugno 2023

Il gioco dei se

Per i pochi che non hanno famigliarità con la lingua svedese la traduzione del titolo suona come Noi che abbiamo vissuto la nostra vita due volte. Si tratta infatti di una teatrale Sliding Doors, il film di Peter Howitt: lo spettacolo nasce sulle risposte a un questionario in cui dei sociologi chiedevano agli svedesi come avrebbero vissuto una seconda vita, se ne avessero avuto la possibilità.

Nato come attore, poi drammaturgo e direttore del Backa Teater di Göteborg, oggi Mattias Anderson è direttore artistico del Dramaten di Stoccolma, la più importante istituzione teatrale dalla cui scuola sono usciti attori del calibro di Greta Garbo, Ingrid Bergman, Max von Sydow, Bibi Andersson… Nel suo docudrama «la fusione delle risposte  dà vita a una performance polifonica, visiva e coreografica insieme, che rivela il potere utopico del teatro: quando le costruzioni sociali e le circostanze esterne mutano, nessuna identità, nessun ruolo nella vita è predestinato o fissato per sempre».

Non c’è palcoscenico: il pubblico è diviso in due di fronte a un quadrato di tela bianca con un ponte in mezzo e uno schermo per la traduzione simultanea. Lo spettacolo inizia in maniera dimessa: degli attori con abiti di tutti i giorni rispondono alla domanda con reticenza, schernendosi. Poi il gioco acquista intensità e vediamo rivivere sotto i nostri occhi molti drammi. La chiave dell’ironia però è sempre presente: lo spettacolo è ovviamente in lingua svedese, e tutti gli attori sono svedesi, ma a un certo punto come testimonianza “sale sul palco” una signora paraplegica: «Ciao, sono Anna» e racconta come il suo sogno sarebbe stato di danzare e invece è su una sedia a rotelle. «Ma ora sono alla Biennale!» e inizia uno struggente balletto con uno degli attori.

Molti sono i momenti di profonda commozione e lieto sorriso dello spettacolo con cui prosegue fino al 1° luglio la rassegna “Emerald” curata da Ricci/Forte.

Sonic Blossom

Lee Mingwei, Sonic Blossom 

Torino, Museo d’Arte Orientale, 5 maggio 2023

La sorpresa del canto: Schubert a tu per tu

Chi visitasse in questi giorni il Museo d’Arte Orientale di Torino, avventurandosi nelle sale ricche di mirabili tesori dell’estremo oriente, potrebbe venire abbordato da un/una giovane che alla domanda: «Posso farle dono di una canzone» nel caso di risposta affermativa accompagnerà il prescelto nel salone principale di Palazzo Mazzonis che ospita il museo, lo farà sedere e, rivolto a lui solo, gli canterà un Lied di Schubert. Si realizza in tal modo una connessione profonda tra due individui fino a quel momento estranei, un’esperienza che per intensità emozionale fa il paio con quello che hanno provato i visitatori del Museum of Modern Art di New York che si sono trovati davanti Marina Abramović durante la sua performance “The Artist is Present”.

Se fino a qualche tempo fa le opere d’arte avevano la forma di dipinti, disegni, sculture, ora ci siamo abituati ad accettare come espressione artistica un variegato campionario di artefatti e di azioni performative. Quello che fa l’artista taiwanese Lee Mingwei è di offrire tre minuti di pura bellezza in forma di canto. «Mentre assistevo mia madre nella convalescenza dopo un suo intervento chirurgico, trovavamo entrambi un grande conforto nell’ascoltare i Lieder di Franz Schubert. Quei brani si presentavano a noi come doni inaspettati che ci tranquillizzavano e senza dubbio contribuivano alla sua guarigione» racconta l’artista. Nasceva così questo progetto concepito per il Museo Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea della Corea del Sud. L’offerta musicale, questa performance partecipativa continua avviene in momenti e spazi casuali, come una inaspettata “fioritura sonora”. I Lieder sono scelti tra i massimi capolavori del compositore: abbiamo infatti An den Mond (Ludwig Hölty), Auf dem Wasser zu singen (Friedrich Leopold Graf zu Stolberg), Du bist die Ruhe (Friedrich Rückert), Frühlingsglaube (Ludwig Uhland) e Nacht und Träume (Matthäus von Collin).

Grazie a Davide Quadrio, direttore del museo, e alla collaborazione di Francesco Pennarola, direttore del Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino che ha prestato i suoi allievi di canto istruiti dal Maestro Erik Battaglia, i visitatori per un mese da oggi potranno vivere un’esperienza unica e di grandissima intensità emozionale.

Bill Viola

Emergence (2002(

Bill Viola

Milano, Palazzo Reale, 27 aprile 2023

Nel flusso tra vita e morte

Per la prima volta è a Milano Bill Viola con quindici delle sue opere più iconiche, alcune viste raramente. I temi sono quelli a cui ci ha abituato: il tempo, l’acqua, la pittura del passato, ma qui particolare evidenza ha il tema della morte.

Il tempo lo viviamo nella lentissima ripresa di The Quintet of the Silent, un video dove cinque uomini sono attraversati da un’ondata di emozioni intense che minaccia di sopraffarli fino a un punto estremo. Poi la tensione cala e li lascia esausti.

Ispirati a pitture sono molti lavori di Viola, come The Greeting (1995), tratto da una tela del Pontormo, già presente alla mostra di Palazzo Bonaparte a Roma l’anno scorso. Qui Emergence rilegge la Pietà di Masolino da Panicale che raffigura Cristo che risorge dal sepolcro, assistito dalla Madonna e da San Giovanni, mentre il video mostra le immagini di un giovane che, allo stesso modo, sta sorgendo non da un sepolcro ma da una cisterna traboccante d’acqua, elemento che, in questo caso, rappresenta entrambi gli estremi della vita e della morte, dell’annegamento e della nascita: Viola sfuggì all’annegamento da giovane nel lago Tahoe e il ricordo, intenso ma non traumatico, di quell’esperienza lo ritroviamo nell’acqua che abbonda nei suoi video. Come in The Raft: un gruppo di 19 persone di età, etnia e condizioni sociali diverse sono raggruppate come alla fermata di una metropolitana, ignorandosi l’un l’altro, quando due getti potentissimi d’acqua travolgono le persone, le sbattono le une contro le altre, le buttano a terra. Quando l’acqua si ferma lascia il gruppo dolorante e spaventato, un mucchio di corpi in abiti fradici. Il gruppo lentamente si rianima, alcuni si riprendono, altri piangono, altri ancora aiutano i più malconci a rialzarsi. L’umanità, sembra suggerire l’artista, può lavorare insieme per sopravvivere agl’imprevisti e alle catastrofi naturali.

Sul tema della morte è l’opera più sconvolgente, Ocean Without Shore presentata nel 2007 a Venezia nella chiesetta di San Gallo e qui ricreata: un trittico di video su schermi montati sopra elementi architettonici –  là erano gli altari della chiesa sconsacrata – che diventano le porte di passaggio dei morti da e verso il nostro mondo. Attraversando una lama d’acqua i corpi prima in bianco e nero acquistano colore, diventano più tridimensionali. Una ragazza ha solo il coraggio di spingere le dita di una mano attraverso il muro d’acqua, ma gli altri entrano nella nostra dimensione con sguardo smarrito e poi ritornano nell’aldilà e si perdono nella nebbia dei pixel.

The Quintet of the Silent (2000)

The Raft (2004)

Bros

 

Romeo Castellucci, Bros

Moncalieri, Fonderie Limone, 29 ottobre 2022

La macchina collettiva della violenza

All’inizio sono solo macchine. Sinistri, inquietanti totem motorizzati che sondano l’ambiente, con un impatto sonoro tale che all’ingresso del teatro vengono distribuiti dei tappi per le orecchie.

Poi entra in scena un vecchio: è Geremia, l’attore Vale Dellakeza, ultra ottantenne gloria del teatro e del cinema rumeno. Urla le sue lamentazioni («Il Signore stese la mano e mi toccò la bocca, e il Signore mi disse “Ecco io metto le mie parole sulla tua bocca”»), ma queste parole sono pronunciate in una lingua incomprensibile da cui affiorano pochi fonemi famigliari, il che ci porta a prestare un’attenzione ancora maggiore del solito. Drammatica metafora del teatro che non ci dice più nulla.

Arrivano allora loro, gli agenti. Sono “attori” reclutati pochi giorni prima dello spettacolo, non hanno imparato la parte e vanno in scena senza prove, guidati dagli ordini impartiti via auricolari dal regista. Per partecipare hanno sottoscritto un protocollo con cui si impegnano ad attenersi fedelmente alle indicazioni che riceveranno. Il codice comportamentale è distribuito anche agli spettatori e vi si legge tra l’altro: «Sono disposto a diventare un poliziotto in questo spettacolo. Sono disposto a credere di essere un vero poliziotto. Eseguirò tutti gli ordini anche se non li capisco».

Da questo momento si susseguono momenti di grande intensità che sfociano in atti di quasi insostenibile violenza per poi sfociare in tableaux vivants con gli uomini in divisa che ricreano La lezione di anatomia del dottor Tulp di Rembrandt, Il 2 maggio 1808 di Goya o La zattera della Medusa di Géricault. Sul fondo del palcoscenico una strana struttura formata da tubi e grandi bombole nere si trasforma in un possente organo che sputa vapore in sincronia con i suoni della musica tellurica di Scott Gibbons, un momento di intensa teatralità. Alla fine gli agenti, dopo aver partecipato a un raduno capeggiato da un inquietante burattino di legno, si accasciano a terra colpiti da convulsioni come automi fuori controllo. Un bambino appare dietro un simulacro di sipario nero ed è vestito come il vecchio eremita. Il tempo si ripete, oppure si è avvolto su sé stesso? Non è l’unica domanda che pone lo spettacolo Bros, scritto e diretto da Romeo Castellucci, regista ospite anche quest’anno della rassegna teatrale organizzata dal Teatro Stabile di Torino, dal Festival delle Colline Torinesi e dal Teatro Piemonte Europa.

Spettacolo difficile da raccontare e perturbante quanto mai, quello di Castellucci mette in scena la responsabilità individuale e collettiva e il nostro rapporto con la legge. Quante volte abbiamo sentito rispondere «Ho solo eseguito gli ordini» da chi aveva compiuto i peggiori crimini. L’autorità superiore e l’agire in gruppo, clan, setta, confraternita (Bros è Brothers, fratelli) giustificano le azioni più efferate. Le violenze qui hanno la forma di un rituale: in modo del tutto casuale, a turno uno degli agenti diventa la vittima di torture condotte con fredda e gratuita determinazione. I colpi di manganello sul corpo nudo e indifeso sono amplificati in suoni fortissimi, gli spari a salve delle rivoltelle riempiono la sala dell’odore di polvere da sparo che incensi profumati in un braciere tentano invano di coprire, immagini di Beckett, di una zampa d’oca (il passo dell’oca?) sono momenti di lucida ironia.

Il pubblico è inchiodato dalla contiguità tra finzione e realtà. Il senso di pericolo pervade ogni momento dello spettacolo, soprattutto quando i 24 agenti, tutti baffuti e corrispondenti al cliché macho della polizia del vecchio cinema americano, si mescolano tra il pubblico con sguardi freddi ma con un fondo di minaccia. Certo, qui è tutto finzione, il malcapitato sottoposto a tortura si rialza e si unisce al gruppo per un altro giro di violenze contro qualcun altro, ma non si riesce a cancellare dalla mente che queste stesse cose avvengono realmente in questo momento in qualche parte del mondo. Guardare non è più un atto innocente, ha spesso scritto e ripetuto Romeo Castellucci. «L’esecuzione degli ordini sarà la mia oblazione, sarà il mio teatro» è l’ultima delle regole di ingaggio consegnate agli ignari partecipanti.

 ⸪

Biennale Arte di Venezia 2022

 

Chun Kwang Young, Aggregation 15-JLO38, 2015

Biennale Arte di Venezia (parte IV, eventi collaterali)

Venezia, Palazzo Contarini Polignac, 15 ottobre 2022

Times Reimagined di Chun Kwang Young

Durante i giorni della Biennale Arte ogni angolo di Venezia è una sorprendente scoperta. Passatoci davanti innumerevoli volte, non avevo mai notato il Palazzo Contarini Polignac, una proprietà privata che ha aperto i suoi bellissimi interni per ospitare le “aggregazioni” di Chun Kwang Young.

Le opere dell’artista coreano sono infatti costruite con prismi a base triangolare di varie dimensioni fatti con le pagine di libri stampati su carta ricavata dalla corteccia dei gelsi secondo un’antica tecnica tradizionale. La longevità di questo materiale supera i mille anni e l’artista utilizza vecchi libri di scarto trasformandoli in bassorilievi, sculture e installazioni. La carta ha avuto una vita precedente sotto forma di libro, contenitore di informazioni e conoscenza, e viene resa nuovamente viva come opera d’arte. Utilizzando la forma visibile del testo stampato tramanda la civiltà e come materiale è altamente riciclabile e se abbandonata si decompone senza lasciare residui, rinascendo anzi come nuovi organismi.

La riflessione di Chun Kwang Young sui temi socio-ecologici e sulla interconnessione dell’uomo con l’ambiente è alla base delle sue sculture a forma di virus, di cuore che soffre per l’inquinamento emettendo un battito irregolare, di fungo deforme cresciuto fino a quattro metri d’altezza, di pianeta all’apparenza inospitale per la specie umana. Così i frammenti di memorie dolorose sono avvolti in carta stampata e colorata e offerti al pubblico come un’arte curativa.