Béla Balázs

Il castello di Barbablù / La voix humaine

foto © Michele Monasta

Béla Bartók, Il castello del duca Barbablù

Francis Poulenc, La voix humaine

Firenze, Teatro del Maggio Musicale, 22 marzo 2026

★★★★☆

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Telefonata con delitto: il filo spezzato di un dittico ricucito a forza

Al Maggio Musicale Fiorentino, Claus Guth fonde Bartók e Poulenc in un unico racconto di violenza ed emancipazione femminile. L’idea affascina ma convince a metà: Barbablù trionfa per forza musicale e coerenza scenica, mentre La voix humaine risulta sacrificata e snaturata. Ottima la direzione di Martin Rajna ed eccellenti gli interpreti in uno spettacolo visivamente potente ma drammaturgicamente squilibrato.

Dopo l’inevitabile dittico verista Cav & Pag (qui, nella variante Carsen, Pag & Cav), il Maggio Musicale Fiorentino cambia rotta e prova a sorprendere con un accostamento meno ovvio, più spigoloso, decisamente novecentesco: Bartók e Poulenc fianco a fianco. Un dittico affidato a un altro grande regista di oggi, Claus Guth. Un abbinamento che, sulla carta, sembra quasi un azzardo intellettuale – e forse lo è – ma che non nasce dal nulla, visto che già Warlikowski lo aveva sperimentato a Parigi nel 2015. Qui, però, la sfida viene rilanciata con ulteriore radicalità.

In scena arrivano Il castello di Barbablù (o, per i puristi, Il castello del duca Barbablù, A kékszakállú herceg vára) e La voix humaine in una coproduzione dei Tiroler Festspiele Erl che mantiene il cast originale eccezion fatta per la protagonista del monodramma di Poulenc (là Barbara Hannigan). Fin qui, tutto sommato, nulla di ardito. Ma è la mano di Guth, debuttante al Teatro del Maggio, a trasformare l’operazione in qualcosa di più ambizioso e divisivo: non due atti distinti, non un dittico per contrasto, bensì un’unica narrazione continua collegata dall’esecuzione del terzo movimento “Elegia” del Concerto per orchestra di Bartòk.

Ed è qui che il terreno si fa scivoloso. Guth non si limita a mettere in dialogo due opere: le fonde, le piega, le riscrive sotto il segno di un’idea forte – e fortemente contemporanea. Il suo progetto è chiaro: trasformare due storie autonome in un unico racconto di violenza, trauma e, soprattutto, emancipazione femminile. La donna di Poulenc, tradizionalmente figura sola, abbandonata e prigioniera di una telefonata senza via d’uscita, diventa qui la quinta moglie di Barbablù, torna al castello e lo uccide. Non più monologo dell’abbandono, ma tassello di una narrazione più ampia, che culmina in un gesto di rivalsa. Un ribaltamento netto, quasi programmatico. 

La lettura si inserisce perfettamente in una sensibilità odierna che rifiuta la passività delle eroine del passato e cerca agency, reazione, giustizia. Tuttavia, tra intenzione e risultato si apre una crepa. Perché se l’idea è affascinante sul piano teorico, la sua realizzazione lascia qualche dubbio. Il legame tra i due lavori resta, in fondo, fragile: costruito più per sovrapposizione concettuale che per reale affinità drammaturgica. Eppure – ed è questo il paradosso dello spettacolo – quando si smette di interrogarsi sul “perché” e ci si lascia trascinare dal “come”, il meccanismo teatrale funziona, eccome.

Guth costruisce un continuum visivo di grande eleganza, in cui gli spazi si trasformano senza soluzione di continuità. Il castello di Barbablù si smaterializza, diventa hotel, stanza, corridoio, luogo mentale. Le pareti non sono mai solo pareti: sono memoria, inconscio, proiezione. Le due opere finiscono così per abitare lo stesso universo simbolico, fatto di rimandi (il telefono, la chiave…) echi e presenze fantasmatiche. Ma è l’opera di Bartók a emergere come il cuore pulsante della serata, il baricentro emotivo e musicale su cui tutto il resto si appoggia. Qui Guth sembra muoversi con maggiore naturalezza. Evita ogni tentazione illustrativa, abbandona le chiavi didascaliche e punta dritto alla dimensione psicologica. Le sette porte – che nella tradizione rischiano sempre di diventare un catalogo visivo più o meno kitsch – vengono suggerite, evocate, mai mostrate in modo letterale. Sono variazioni di luce, mutazioni dello spazio, aperture interiori più che architettoniche. Il castello non è un luogo: è una mente.

E in questa mente si aggirano Barbablù e Judit, figure tutt’altro che schematiche. Florian Boesch costruisce un protagonista lontano anni luce dal cliché del mostro granitico: il suo Barbablù è ambiguo, sfuggente, persino vulnerabile a tratti. Non seduce, non terrorizza: inquieta. È un uomo chiuso nel proprio labirinto emotivo, più che un carnefice da fiaba nera. Accanto a lui, Christel Loetzsch disegna una Judit in costante evoluzione. All’inizio curiosa, quasi ingenua, poi sempre più determinata, lucida, consapevole. Il suo percorso è una progressiva presa di coscienza, resa con finezza sia sul piano vocale che scenico. I gesti sono studiati, ogni minimo movimento ha un suo senso drammaturgico secondo una regia calibratissima.

A tenere insieme tutto c’è la direzione di Martin Rajna, giovane maestro ungherese già solidissimo nel controllo della macchina orchestrale. La sua lettura di Bartók è tesa, analitica, priva di compiacimenti. Scava nella partitura, ne evidenzia le fratture, le asperità, senza mai perdere il senso dell’arco complessivo. Il risultato è un’atmosfera densa, inquieta, modernissima, dove i piani sonori della preziosa partitura ricevono il loro preciso peso: inquietanti gli arpeggi, lacerante il fortissimo orchstrale all’apertura della quinta porta, uno dei momenti più sconvolgenti del teatro novecentesco,  assieme al crescendo del Wozzeck nella scena della taverna.

Dopo un primo tempo così compatto e riuscito, La voix humaine arriva inevitabilmente in salita. Non tanto per i meriti intrinseci dell’opera – che restano intatti – quanto per la trasformazione a cui viene sottoposta. Il monodramma di Poulenc è, per sua natura, un oggetto delicatissimo: tutto si gioca sulla sospensione, sull’ambiguità tra parola e canto, sul vuoto che circonda la protagonista. È un teatro dell’assenza. Inserito nella nuova drammaturgia, questo equilibrio si incrina. La dimensione intima viene sacrificata a favore di una maggiore estroversione teatrale. Il finale in particolare, in cui Elle spara all’uomo, rompe bruscamente l’atmosfera di malinconica rassegnazione per aprire a una violenza esplicita, quasi catartica. Una scelta che, più che ampliare il senso dell’opera, sembra tradirne l’essenza.

Eppure, anche qui, lo spettacolo trova un’ancora di salvezza nell’interprete. Anna Caterina Antonacci domina la scena con una prova di rara intelligenza. La sua Elle non è mai sopra le righe: lavora per sottrazione, per dettagli, per microvariazioni. Il canto si fa parola, respiro, sussurro, ogni inflessione è pensata, ogni pausa è significativa. È un ritratto cesellato con precisione chirurgica, che riesce – almeno in parte – a restituire la fragilità originaria del personaggio, nonostante il contesto la spinga in un’altra direzione.

Il vero nodo, però, resta il rapporto tra le due opere. Come spettacolo unitario, il progetto regge: la regia ha una visione forte, coerente, sostenuta da un impianto visivo e musicale di alto livello. Ma se si osserva l’equilibrio interno, emergono inevitabilmente delle crepe. Barbablù è autosufficiente, completo, quasi indifferente alla presenza di Poulenc. La voix humaine, al contrario, sembra esistere solo in funzione del primo, come un’appendice necessaria a chiudere il cerchio concettuale.

Uno squilibrio che è anche emotivo. La potenza simbolica di Bartók, la sua architettura sonora implacabile, finisce per sovrastare la fragilità di Poulenc. Il dialogo tra i due non sempre si traduce in sintesi: spesso resta tensione irrisolta.

Dal punto di vista visivo, invece, lo spettacolo convince senza riserve. La scenografia di Monika Pormale, i costumi di Anna Sofia Tuma e le luci di Michael Bauer costruiscono un mondo coerente, sospeso tra realismo e simbolo. Le atmosfere mitteleuropee del castello evocano un’Europa decadente, fatta di memorie e fantasmi mentre Le figure femminili che popolano lo spazio diventano presenze ricorrenti, quasi ossessive, tracce delle vittime di Barbablù ma anche proiezioni di un immaginario collettivo. Il telefono di Poulenc, oggetto iconico e solitario, si inserisce in questo contesto con naturalezza: non più semplice strumento, ma simbolo di una comunicazione impossibile, di una distanza incolmabile.

Fondamentale, in tutto questo, è il contributo dell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, che offre una prova di grande qualità. Rajna riesce a differenziare con chiarezza i due universi sonori: da un lato la crudezza, quasi tellurica, di Bartók; dall’altro la sensualità malinconica di Poulenc. Due linguaggi lontani, resi con rispetto e precisione, senza mai appiattirli in un’estetica uniforme.

Il risultato è uno spettacolo che non lascia indifferenti. Divide, fa discutere. ma proprio per questo centra uno degli obiettivi più difficili del teatro contemporaneo: evitare l’ovvio. Forse non tutto convince, forse alcune forzature restano tali. Ma in un panorama spesso dominato da soluzioni prevedibili, vedere un’operazione così rischiosa – e in gran parte riuscita – è già, di per sé, un segnale positivo.

Il castello del duca Barbablù

Béla Bartόk, Il castello del duca Barbablù

Göteborg, Konserthus, 7 maggio 2022

(video dell’esecuzione in forma di concerto)

L’ultima porta è dietro gli ottoni. Quando è l’orchestra stessa il castello

Dopo il prologo recitato fuori scena da Karin Tufvesson-Hjörne, Gerald Finley entra sul palcoscenico dellaGöteborgs Konserthus dove è schierata la Göteborgs Symfoniker diretta da Marin Alsop. Dall’altro lato incede Aušrinė Stundytė.

È infatti un’esecuzione in forma di concerto quella dell’opera di Béla Bartόk, Il castello del duca Barbablù che è ora a disposizione dello sterminato pubblico della rete. Una preziosa occasione per immergersi nella inquietante musica del compositore ungherese senza alcuna “distrazione” scenografica, anche se le immagini trasmesse sono di grande suggestione grazie alle luci e alla sobria ma efficace mise en espace di Georg Zlabinger: il castello è l’orchestra stessa e i due interpreti si muovono tra gli strumentisti e in platea tra il pubblico. Viene così posto in primo piano il potere evocativo della musica e il rapporto tra i due personaggi è evidenziato in tutta la sua forza. E non c’è in effetti bisogno d’altro quando si hanno a disposizione due artisti del calibro del soprano lituano e del baritono canadese, ognuno portatore di una personalità carismatica sulla scena e di una resa vocale magistrale. L’affascinante Gerald Finley è un Barbablù introverso e sofferto che non vede l’ora di confessare il segreto che lo tormenta. Non ho gli strumenti per capire se la pronuncia dell’ungherese è buona o no, ma i suoni arcani di questa lingua acquistano un valore idiomatico di grande forza nella sua linea di canto, elegante ed espressiva. Una inesauribile gamma di espressioni è quella realizzata da Aušrinė Stundytė, dall’infantile all’appassionato, dall’incalzante al gelido, tutti gli stati emotivi di Judith si fanno voce e figura. Sostenuta da una tecnica perfetta definisce fin dall’inizio con potenza il suo personaggio di donna innamorata ma determinata.

Prima donna a diventare chief conductor di una grande orchestra americana, la sinfonica di Baltimora, Marin Alsop è ospite dell’orchestra svedese per due concerti con due diversi programmi in qualche modo legati alla condizione femminile. Dopo The Confession of Isobel Gowdie, un lavoro di James MacMillan sulla caccia alle streghe nella Scozia del XVII secolo, è ora la volta dell’opera di Bartόk in cui un’altra figura femminile è messa in confronto al mondo maschile e inquietante del tenebroso duca. Le finezze orchestrali di questa mirabile partitura sono già state evidenziate da mille esecuzioni e anche se questa non ha nulla di memorabile, è comunque una pregevole versione che esalta i timbri e i colori di una delle pagine più esemplari del Novecento. Ottimi gli strumentisti dell’orchestra svedese e attenti alle indicazioni sempre precise della Alsop, soprattutto i fiati, qui chiamati a fornire il tono particolare del lavoro.

Il video è disponibile ancora per alcuni mesi qui.

Il castello del duca Barbablù

Béla Bartók, Il castello del duca Barbablù

Lione, Opera Nouvel, 26 marzo 2021

(video streaming)

Barbablù è di casa a Lione. Ora vietato ai minori – e sconsigliato ai maggiori.

Per la quarta volta in pochi anni Barbablù è protagonista sul palcoscenico dell’opera di Lione: dopo il Bartók di Pelly del 2007 e quello ilare di Offenbach del 2019 ancora di Pelly, ora per il festival “Femmes libres?” a quello di Dukas segue nuovamente quello più famoso di Bartók.

La durata indicata, oltre le due ore, fa supporre che l’atto unico non sia il solo evento della serata e infatti dopo le note finali inizia di nuovo l’opera, ma con una Judith diversa: nella prima parte abbiamo il punto di vista della donna, dice Andriy Zhodak, l’autore della messa in scena, nella seconda quello dell’uomo. Nella drammaturgia di Georges Banu l’idea è intrigante, ma è la realizzazione del regista ucraino che lascia perplessi.

Attraverso una cornice con specchio passiamo in un alloggio fatiscente popolato da una folla di strani personaggi che entrano ed escono in continuazione dalle porte che la donna dovrebbe aprire, così che le camere misteriose risultano  essere quelle che abbiamo appena visto… Riprese da un operatore alla steadicam le immagini sono proiettate in alto su uno schermo (che novità…) mentre l’impianto scenografico di Daniel Zholdak consiste nella solita immancabile piattaforma che ruotando ci mostra i vari ambienti, uno più disgustoso dell’altro, di questa dimora infestata da ossessioni sessuali e crudeltà assortite: dal sadismo alla coprofilia, dalla sodomia all’esibizionismo all’autoerotismo, tutto è reso esplicito tanto quanto è reticente il testo di Balász e misteriosa la musica di Bartók. Per di più quello che viene mostrato non ha nulla a che vedere con quello che viene detto, gli interpreti potrebbero cantare qualunque altra cosa e il risultato non cambierebbe. Che l’opera di Bartók abbia un’indubbia componente psicanalitica non è una novità e lo dimostrano diversi recenti allestimenti, ma qui l’atmosfera onirica si tinge di splatter e di porno gratuito. Il regista sembra voler mettere a prova la pazienza dello spettatore, e ci riesce. Buon per lui che in teatro non ci sia il pubblico.

Nella seconda parte l’ambiente è unico, il corridoio con le porte di prima, e dei vari personaggi sono rimasti solo l’uomo in abito da sera femminile svolazzante in continuazione da una camera all’altra e due delle figure femminili, che ora però appaiono con meno frequenza. In più c’è una ragazzina che chiuderà lo spettacolo scostando per l’ultima volta lo specchio attraverso cui siamo entrati. In questa seconda parte non ci sono più le immagini ripugnanti di prima, i due personaggi rimangono vestiti e ingioiellati e in scena non succede praticamente nulla. Su uno schermo a destra rivediamo alcune delle immagini della prima parte, quelle riprese dalla steadicam, ma dal confronto non ricaviamo nessuna informazione o emozione in più. L’unica cosa certa è che la Judith di questa seconda parte sembra abbia comunque un inconscio molto meno turbato.

Di Andriy Zhodak non si sa molto se non che è nato nel 1962 in Ucraina e dopo aver lavorato in patria è poi andato in Germania. Il suo lavoro sembra un mix mal digerito di Bieito, Warlikowski e Bösch.

Imperterrito Titus Engel dipana con sapienza le inquietanti armonie che non trovano un corrispettivo adeguato nell’incubo che viene proposto in palcoscenico dove manca del tutto la tensione che troviamo nella musica. Károly Szemerédy è un Barbablù dalla voce chiara e sonora ma sembra più impegnato a recitare la parte del perverso che a curare l’espressività. Delle due Judith la prima, Eve-Maud Hubeaux, ha un tono più drammatico, la seconda, Viktoria Karkačeva, un timbro più scuro, ma questo non sembra lo spettacolo adatto a farne risaltare le qualità vocali.

Lasciamo alle fotografie il compito di dare un’idea dell’aspetto visivo di quanto trasmesso in streaming.

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Iolanta / Il castello del duca Barbablù

Pëtr Il’ič Čajkovskij, Iolanta

Béla Bartók, Il castello del duca Barbablù

★★★☆☆

New York, Metropolitan Opera House, 14 febbraio 2015

(live streaming)

Due donne che vogliono vedere

Il Met di New York festeggia San Valentino con due storie d’amore molto differenti: dal buio alla luce della vista conquistata  quella di Iolanta, dalla luce al buio di una terribile scoperta quella di Judith. La musica di Čajkovskij tende verso l’alto, verso quell’ingenuo corale finale di lode al creatore, quella di Bartók si avvita verso il basso fino alle ultime parole dell’uomo, quasi un rantolo «És mindig is éjjel lesz már… | Éjjel… Éjjel…» (E sarà sempre notte… | notte… notte…). Iolanta è del 1892, Il castello del duca Barbablù del 1918, meno di trent’anni, ma in mezzo c’è stato di tutto: il crollo di due imperi (quello austro-ungarico e quello russo) e i conseguenti epocali rivolgimenti sociali; lo sconvolgimento nelle arti espressive, dalla letteratura alla pittura alla musica; la nascita della psicoanalisi e quant’altro ancora.

Il regista polacco Mariusz Treliński riserva le sue atmosfere più inquietanti per il secondo lavoro di questo strano dittico i cui pannelli hanno in comune solo il fatto di derivare da favole popolari. Ma neanche l’ambientazione di Iolanta è molto rassicurante: una piccola camera con la parete piena di lugubri trofei di caccia e un lettino di ferro verniciato di bianco per la ragazza che non sa di essere cieca («Possibile che gli occhi ci siano stati dati solo per piangere, Marta? […] Che cos’è “rosso”?») mentre al di fuori della cameretta invece del giardino fiorito un bosco un po’ angoscioso con le immagini in videografica di Bartek Macias proiettate su un velario al proscenio. Avendo poco da scavare nella psicologia dei personaggi, Treliński punta a una superficiale rappresentazione della moralistica favola con un tocco di ironia nel messaggio finale, presentato come un matrimonio con tutti i personaggi in bianco pronti per la foto ricordo. Solo re René, l’uomo dominante, continua a essere vestito in nero e con la mano destra inguantata.

Anche Barbablù ha la mano destra inguantata e lo stesso bosco di Iolanta riappare, pieno di crepitii nel prologo del Barbablù recitato dalla voce di un attore fuori scena. L’uomo e la donna appaiono come reduci da un party, lui in smoking, lei in abito lungo di satin verde turchese. La vicenda è vissuta come uno psicho thriller e l’ascensore che scende nelle profondità del castello si cala anche nelle due anime tormentate. Anche le sette stanze sono stati psicologici e mentali più che fisici: la prima e la seconda sono la stessa stanza dalle pareti sporche di sangue; la terza, invece del tesoro ospita il lusso di una vasca da bagno; del giardino della quarta non c’è traccia, se non un vaso di rose sul tavolo da pranzo di una sala anche questa con una parete di trofei di caccia, qui dorati; la quinta si apre sull’esterno, di nuovo il lugubre bosco; la sesta è una stanza piastrellata e la settima porta ci riporta al bosco dell’inizio i cui alberi fluttuano in aria e le radici sono strappate dal terreno. Da una buca che Barbablù stava scavando spunta la testa bionda di una delle sue mogli precedenti mentre delle altre vediamo i probabili fantasmi agitarsi tra i tronchi neri, presto raggiunti da Judith. Barbablù con spirito necrofilo bacia il cadavere che stava seppellendo.

Prototipo delle colonne sonore di tutti i film horror a venire, la partitura di Bartók è qui lucidamente eseguita da Valerij Gergiev con una particolare attenzione agli effetti timbrici mentre nella fiaba di Čajkovskij si era sentita una certa mancanza di convinzione. Nella prima parte della serata forse un po’ troppo scura è sembrata la voce di Anna Netrebko per impersonare l’ingenua Iolanta, ma magistrali si sono rivelati il fraseggio e la dizione. Un Gottfried Vaudémont glorioso è quello di Piotr Beczała, acuti luminosi e morbidezza di timbro hanno delineato la nobiltà del personaggio. Un efficace Alekseij Markov è l’amico Roberto, introverso e autorevole vocalmente il re René di Ilya Bannik. Ancora più stimolante il cast della seconda parte con la Judith di Nadja Michael e il Barbablù di Mikhail Petrenko. Entrambi hanno una voce non del tutto gradevole, ma espressività e presenza scenica da vendere: la Michael si cala in modo impressionante nella parte, Petrenko delinea un personaggio umanamente inquietante.

Il castello del duca Barbablù

Béla Bartók, Il castello del duca Barbablù

★★★★★

Monaco, Nationaltheater, 7 febbraio 2020

(live streaming)

Sul luogo del delitto

Judith è il titolo del singolare spettacolo – tutto al femminile: direzione d’orchestra di Oksana Lyniv e regia di Katie Mitchell – proposto dalla Bayerische Staatsoper.

Invece di abbinare a Il castello del duca Barbablù un altro breve lavoro per il teatro, qui l’allestimento prevede l’esecuzione del Concerto per orchestra del 1944 dello stesso Bartók assieme a un video di Grant Gee in cui vediamo un’agente della polizia, esperta nel lavoro di investigazione sotto copertura, indagare sulla scomparsa di tre donne che hanno lavorato tutte come escort. Nel corso dell’indagine la donna, di nome Anna Barlow, è in grado di localizzare l’area in cui è scomparsa l’ultima vittima. Si costruisce quindi un’identità simile a quella delle donne scomparse e, accedendo al sito web di un’agenzia di mature escort, riceve una richiesta da un uomo che si fa chiamare Barbablù. Anna accetta il lavoro e riceve le istruzioni per essere prelevata in auto e portata nel sotterraneo di un edificio.

Quando si alza il sipario sulle prime spettrali note dell’opera la scena è quella dell’ultima inquadratura del video, con la donna ancora in macchina nel sotterraneo dove Barbablù la riceve chiamandola Judith. In questa seconda parte la vicenda è quella prevista dal libretto, ma i risvolti simbolici e psicanalitici del libretto qui sono assenti, la vicenda essendo quella di un thriller ben congegnato e magnificamente ambientato dalla Mitchell grazie anche alle scenografie di Alex Eales: una sequenza di camere che sfilano con continuità sotto i nostri occhi. La prima camera, quella delle torture, qui è una sala operatoria; la seconda è la camera delle armi con la pistola che avrà un ruolo determinante nel finale; la terza un caveau pieno di gioielli; la quarta è quella del giardino segreto in cui la torcia a ultravioletti della donna svela macchie strane sul muro  e altri inquietanti reperti; la quinta è un simulatore di volo per ammirare virtualmente il vasto paesaggio dall’alto; la sesta un tetro locale piastrellato. L’apertura della settima è ottenuta con la minaccia della pistola che Judith/Anna riesce a prendere all’uomo, liberando così le tre donne. Le ultime parole dell’uomo colpito a morte «E ora sarà per sempre notte» qui assumono un significato ben diverso da quello suggerito da Balázs. Ma nel 2020, ci dice la Mitchell, non c’è spazio per ambiguità e simbolismi. La tensione è magistralmente sostenuta dalla regista e raggiunge l’acme quando ci fa vedere l’uomo che incomincia a sospettare della donna e noi cominciamo a temere per lei.

Dopo una tesa e lucida esecuzione del Concerto per orchestra, la giovane Oksana Lyniv, ex assistente di Kiril Petrenko, offre una lettura magistrale dell’atto unico di Béla Bartók che si adatta perfettamente alla ricerca visuale della geniale regista inglese. Con grande sensibilità accompagna i dialoghi, ma quando è il momento fa esplodere l’orchestra in un’abbacinante cluster sonoro, come nella scena della quinta porta. E qui si sente la mano del suo maestro.

In scena due grandi interpreti quali Nina Stemme e John Lundgren, entrambi svedesi, che danno corpo e voce nella lingua originale ungherese a due personaggi che si caricano di intenzioni e psicologie sottili, dove tutto è giocato sull’ambiguo rapporto fra uomo e donna, fra dominatore e vittima. Uno spettacolo da non perdere.

Le château de Barbe-Bleu / La voix humaine

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Béla Bartόk, Il castello del duca Barbablù

Francis Poulenc, La voix humaine

Parigi, Opéra Garnier, 12 dicembre 2015

★★☆☆

La bella e la bestia

Due opere diversissime separate da quarant’anni, ma entrambe ambientate in un ambiente claustrofobico (un castello misterioso, una camera). Entrambe trattano dell’amore disperato di una donna: per un bel tenebroso dal passato inquietante, quella di Bartόk, per un mascalzone che le telefona da un ristorante in cui si trova presumibilmente con la sua nuova fiamma, quella di Poulenc. Ma qui terminano le analogie: il primo è tratto da un racconto popolare che si perde nel tempo, il secondo è una moderna conversazione telefonica. E non basta eseguire senza soluzione di continuità le due opere e usare come trait d’union alcune sequenze del film di Cocteau La belle et la bête per dare unità alle due opere. Da un regista come Warlikowski, visto quello che aveva fatto col Don Giovanni di Mozart, ci saremmo aspettati poi un trattamento osé della vicenda: il testo di Béla Balázs è pieno di allusioni sessuali neanche troppo velate. Oppure horror.

Invece, Warlikowski ci offre una lettura prosaica a cominciare dalle scelte visive improntate alla più banale rappresentazione di quello che dice il testo. Per la camera delle torture avremmo visto almeno un bell’armamentario bondage e sadomaso invece di una tinozza con un drappo rosso. Così per quella delle armi qualcosa di più di un set di coltelli da cucina. Le porte che si aprono fanno scorrere in scena delle grandi teche trasparenti contenenti oggetti che alludono a quello che vede Judith, ma il giardino splendidamente fiorito è una banale aiuola di fiori di plastica; la camera dei tesori una vetrina di gioielliere; lo sterminato paesaggio del regno di Barbablù una sfera di vetro di quelle con la neve dentro; il lago di lacrime un blocco di ghiaccio (perlomeno così sembra) e un bambino (Barbablù da piccolo) che piange.

Lo spettacolo era iniziato in maniera originale: ancora prima del prologo parlato, che spesso viene omesso ma che qui è invece presente, Barbablù si era presentato come un prestigiatore e aveva fatto magicamente lievitare la sua bionda assistente e fatto comparire dal cilindro colombe e conigli di prammatica. Sul fondo della scena, realizzata in una specie di vetrocemento, si susseguono videoproiezioni che insistono sul viso di un bambino in lacrime o col naso sanguinante. Si sa, i cattivi hanno avuto tutti un’infanzia difficile. Per di più un incidente tecnico ha disturbato la serata allorché un grande tendaggio della scenografia si è inceppato e dietro le quinte hanno trafficato non poco per risolvere il problema mentre il pubblico di Palais Garnier (tra un contrappunto di colpi di tosse e zaffate di fiati agliati) si interessava di più alla tenda che non ne voleva sapere di sparire che alla musica. Il mistero, il simbolismo, la metafora psicanalitica dell’opera di Bartόk non interessano al regista polacco che riduce la vicenda a una storia di semplice poligamia: Barbablù ama quattro donne diverse, ognuna per ogni fase della giornata e infatti nell’ultima teca troviamo proprio le tre mogli precedenti, signore non proprio giovani ma tirate a lucido, cui si vede costretta a unirsi la povera Judith.

Una quinta donna appare alla fine. È “Elle”. Infatti senza interruzione si innesta la vicenda della Voix Humaine (1959) di Poulenc con un’unica protagonista, un lui che non sentiamo all’altro capo del telefono e un cane che non vediamo. Ma il vero altro personaggio è proprio il telefono, una macchina che per la prima volta entra da protagonista nell’opera lirica (una comparsa il nuovo mezzo di comunicazione l’aveva già fatta in Intermezzo di Strauss e nel Console di Menotti). Ma nell’allestimento di Warlikowski il telefono non è usato, rimane lì in bella vista sulla commode déco che ospita anche il mobile bar da cui la protagonista si rifornisce con abbondanza. “Elle” smania al vento, si rotola sul divano e per terra con il viso sfatto dal trucco e a un certo punto entra un uomo insanguinato (“Lui”? Un altro ancora? Il Barbablù di prima?), lei tira fuori un revolver, forse per finirlo, invece no, lo usa per ammazzarsi e il testo di Cocteau, che è stato cavallo di battaglia per tutte le dive della scena (Simone Signoret, Ingrid Bergman, Anna Magnani tra le tante), diventa un’altra cosa: il soliloquio allucinato prima del suicidio di una donna disperata che ha ucciso il suo amante.

La presenza di un solo personaggio ha indotto il regista a moltiplicare in un grande schermo dietro di lei la sua immagine ripresa dall’alto (però registrata precedentemente e con un divano leggermente diverso). Ma così invece di concentrarci sulla prestazione vocale della bravissima Barbara Hannigan ci si distrae a guardare i suoi contorcimenti corporei.

La Judith dell’opera di Bartόk è una manierata Ekaterina Gubanova dagli acuti facili ma dal registro basso deludente. John Relyea ha la giusta presenza e la voce è scura quanto necessario. Espone molto bene il prologo, generalmente affidato a un attore, in ungherese, quella lingua strana e dolcissima in cui abbiamo solo quest’opera.

Vero trionfatore della serata è Esa-Pekka Salonen che della partitura di Bartόk svela tutta la spettrale densità e di quella di Poulenc rende magnificamente i colori lirici e intimi.

Il castello del duca Barbablù

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Béla Bartók, A Kékszakállú herceg vára (Il castello del duca Barbablù)

direzione musicale di György Selmeczi

regia di Sándor Silló

Budapest, 2005

Il castello del duca Barbablù (1) è l’unica opera per il teatro di Béla Bartók. Composta nel 1911, non fu però rappresentata se non nel 1918 dopo aver subito alcune modifiche e l’aggiunta di un nuovo finale. Che la vicenda, tratta dalla fiaba di Perrault che è alle origini anche dell’opera di Dukas Ariane et Barbe-bleu di quattro anni prima, abbia risvolti psicanalitici è evidente, se non altro per la contemporaneità di quanto avveniva a Vienna nello studio di un certo dottor Freud. La fiaba di Perrault è stata oggetto di una lettura psicoanalitica di Bettelheim che ha indubbiamente influenzato le messe in scene moderne dell’opera di Bartók.

Un prologo declamato da un bardo introduce la materia dell’azione in chiave simbolica; poi il sipario si leva su una grande sala nel castello del duca Barbablù. Questi entra in scena insieme a Judith e inizia a dialogare con lei nell’oscurità quasi totale, ricordandole l’ostilità di madre, padre e fratello per aver deciso di abbandonare la casa natale. Judith non ha avuto esitazioni nel lasciare tutto quello che le era caro per seguirlo, ma le gelide tenebre del castello, privo di finestre, e l’acqua che traspira dalle mura, quasi lacrimassero, la sgomentano. Altrettanto misteriose e sinistre le paiono le sette porte chiuse che danno sulla sala principale: vorrebbe aprirle per vedere le stanze da esse celate alla sua vista, e portare luce e calore ovunque. Barbablù tenta di dissuaderla, ma Judith insiste sinché ottiene la chiave della prima porta, la camera della tortura, dove il sangue cola dalle pareti. Il marito le chiede di non andare oltre, ma la donna riesce a farsi dare la chiave della stanza successiva, una sala d’armi. Anche sui lugubri ferri Judith intravede delle chiazze di sangue, e a nulla vale la viva resistenza di Barbablù, che è costretto a porgerle la terza chiave. Si spalanca la sala del tesoro, ricca di sfavillanti gioie, ma anche sugli splendidi monili vi sono tracce di sangue, che macchia anche i fiori e le magnifiche piante del giardino del duca, celati dietro la quarta porta. Dietro la successiva si rivela il vasto reame del protagonista, una prospettiva abbacinante, ma ancora una volta Judith vede nubi rossastre che sovrastano il magnifico paesaggio. Un lungo gemito si ode quando la sesta porta viene aperta, e invano Barbablù tenta con sempre maggiore determinazione di impedire che la moglie entri: appare un lago bianco dalla superficie appena increspata dalla brezza. Esso è alimentato dalle sue lacrime, spiega il duca. Resta da svelare l’ultimo mistero. Barbablù è sempre più fermo nel rifiuto, e cede molto a malincuore solo quando Judith dichiara di sapere quel che vedrà: armi, tesoro, giardino, luci filtrate dal sangue preludono al ritrovamento dei corpi senza vita delle precedenti mogli, come vogliono le dicerie carpite nel villaggio. Di fronte a quest’accusa Barbablù consegna la settima chiave, ed è grande lo stupore della donna quando, in luogo di cadaveri, vede sfilare avanti a sé tre donne riccamente addobbate. Sono le mogli del mattino, del mezzogiorno e della sera, spiega l’uomo, e Judith, che egli ha incontrato di notte, sarà la donna della notte. Inutilmente ella chiede pietà, il suo destino è segnato. Barbablù la ricopre di gioielli meravigliosi e la avvolge in un manto stellato; quindi Judith segue le tre compagne sinché la porta non si chiude alle sue spalle. Il duca s’allontana, mentre le tenebre tornano a invadere il suo castello.

A fronte di innumerevoli registrazioni audio esiste un solo video disponibile, quello della London Philharmonic Orchestra diretta da George Solti nel 1979 con Kolos Kováts e Sylvia Sass. Questo invece è un film del 2005 con il basso-baritono István Kovács e il soprano Klára Kolonits. Il direttore d’orchestra è György Selmeczi. Poco si sa di questo film trovato su youtube in lingua originale e senza sottotitoli.

Il bianco e nero molto contrastati da film espressionista rendono molto bene la tensione dell’opera. Il regista ambienta la storia in un vecchio cinematografo, ma bisogna dire che il taglio cinematografico è già presente nel libretto di Béla Balázs, poeta e cineasta egli stesso, quando nelle didascalie descrive: «Barbablù è al fondo della scala. […] Il raggio di luce della porta li illumina direttamente. […] La sua silhouette si staglia nel raggio di luce. […] E ora si apre la settima porta e un lungo raggio affusolato di argentea luce lunare esce dall’apertura e bagna i visi». Quest’opera di Bartók sembra l’antesignana di tutte le musiche da thriller del cinema sonoro che si sarebbe sviluppato di lì a poco.

Una voce fuori campo legge all’inizio i versi del prologo quasi sempre omessi nelle esecuzioni a teatro.

(1) Il titolo è spesso tradotto come Il castello del principe Barbablù. In ungherese si ha lo stesso termine sia per duca che per principe (herceg), ma si è preferito utilizzare il termine duca per mantenere la stessa differenza che esiste in tedesco tra Herzog (duca) e Fürst (principe).