Charles Perrault

Ariane et Barbe-bleu

Paul Dukas, Ariane et Barbe-bleu

★★★☆☆

Lione, Opera Nouvel, 24 marzo 2021

(video streaming)

Il rifiuto della libertà

Una coppia appena sposata in macchina. Dai finestrini si vede scorrere la campagna. Lei è ancora vestita di bianco, lui ha una folta barba blu. Fuori campo si sente la folla: «À mort! À mort! […] Retournez! | N’entrez pas! N’entrez pas! C’est la mort!». Le voci degli abitanti del villaggio inutilmente mettono in guardia la sposa, che è decisa a scoprire il mistero che circonda suo marito: «Il m’aime, je suis belle | et j’aurai son secret» risponde decisa Ariane alla nutrice che l’aspetta al castello.

L’Ariane et Barbe-bleue fa parte di un festival on line dal titolo “Femmes libres?” che l’Opéra de Lyon dedica alla donna con conferenze, interviste al femminile e spettacoli dedicati a tre personaggi del teatro musicale: l’Ariane dell’opera di Dukas, la Judith del Castello del duca Barbablù di Bartók e la Mélisande di Maurice Maeterlink con un evento al Museo del tessuto sulle musiche di Fauré, Debussy, Schönberg e Sibelius.

Destinato inizialmente a Edvard Grieg, il libretto dell’Ariane et Barbe-bleu ou La délivrance inutile pubblicato nel 1902 e da lui definito «un canevas pour le musicien. Trois petits actes très brefs sans aucune prétension et qui n’attendent toute leur valeur de la musique qu’y mettra le musicien», dopo la rinuncia del compositore fu proposto a Paul Dukas che lavorò alla sua intonazione fino al 1906 e che al proposito scrisse: «Nessuno vuole essere liberato. La liberazione è costosa perché è l’ignoto, e gli uomini (e le donne) preferiranno sempre una schiavitù “familiare” a quella terribile incertezza che è il peso della “libertà”. E poi la verità è che non si può liberare nessuno, è meglio liberare sé stessi. Non solo è meglio, ma è l’unico modo. E queste signore lo mostrano molto  bene a questa povera Arianna che ne era all’oscuro e che crede che il mondo ha sete di libertà mentre aspira solo al benessere: appena queste signore sono trascinate fuori dalla loro cantina, lasciano andare la loro liberatrice per il loro gioielliere-carceriere (un bel ragazzo, tra l’altro) come era opportuno! Questo è il lato “comico” dell’opera, perché c’è, almeno nel poema, un lato satirico di cui la musica non potrebbe tenere conto senza rendere l’opera abbastanza incomprensibile».

Questo aspetto “comico” non sembra essere stato preso in considerazione dal regista Àlex Ollé de La Fura dels Baus che invece considera il lavoro un inno alla liberazione e alla scoperta della verità, come afferma in un’intervista. La scenografia di Afons Flores copia il labirinto che cala dall’alto della produzione di Stefano Poda, che comunque non influisce molto sulla drammaturgia e rimane appena discernibile nell’oscurità che non rende facile la ripresa dello streaming. Le diverse porte sono risolte con un fascio di luce di colore e l’ultima si apre sul salone in cui si svolge la festa di nozze con le altre mogli tra gli invitati. I tavoli saranno poi impilati a piramide, una barricata in verticale, per il tentativo di fuga (verso il soffitto?) delle donne capeggiate da Ariane. Il terzo atto è dominato da una grande cornice, lo specchio di un bagno per signore ed è dalle quinte che Ariane e la nutrice si allontaneranno, lasciando le altre donne avanzare verso il proscenio con il marito ancora legato alla sedia. Il realismo che vediamo in scena non risolve certo il simbolismo del lavoro e il lungo intervento prima dell’inizio dello spettacolo di due membri di un collettivo che rivendica l’occupazione del teatro non ha aiutato a entrare nell’atmosfera. 

Alla testa dell’orchestra del teatro Lothar Koenigs ricostruisce con sapienza la struttura di questa “sinfonia con voce” dove domina in assoluto Ariane – Barbe-bleu (qui il basso Tomislav Lavoie) ha solo poche battute nel primo atto e delle cinque mogli una è muta. Katarina Kernéus prende in carica il personaggio che tratteggia con efficacia, ma è superata vocalmente dalla nutrice di Anaïk Morel per colore e fraseggio (la lingua madre aiuta molto).

Cendrillon

Jules Massenet, Cendrillon

★★★★★

Berlin, Komische Oper, 12 juin 2016

 Qui la versione italiana

(streaming)

Cendrillon à la Komische Oper de Berlin : une représentation en tout point mémorable !

« Le bal est un champ de bataille! / Tenez-vous bien, / Ne perdez rien / De votre taille! / Pas de mouvements trop nerveux… » recommande Mme de la Haltière à ses filles Noémie et Dorothée alors qu’elles s’entraînent à la barre avec d’autres danseuses, certaines portant moustaches et barbe.

C’est peut-être de ces mots du livret d’Henri Cain que Damiano Michieletto s’est inspiré pour sa lecture particulière du conte de fées mis en musique par Massenet. Nous sommes en effet dans une salle de répétition de ballet et les « jeunes filles » en tutus bleu, dont de nombreux choristes masculins, doivent passer les sélections pour être choisies par un Prince Charmant dansant qui semble ne rien vouloir savoir, enfermé dans un spleen existentiel…

Le reste sur premiereloge-opera.com

La bella dormente nel bosco

 

Ottorino Respighi, La bella dormente nel bosco

★★★☆☆

Cagliari, Teatro Lirico, 3 febbraio 2017

(registrazione video)

La bella poteva continuare a dormire

Il Lirico di Cagliari non rinuncia all’occasione di inserire in cartellone un titolo raro, secondo la sua politica di voler fare luce su opere poco frequentate. Questa è la volta di un altro lavoro di Ottorino Respighi dopo La campana sommersa con cui si era inaugurata la precedente stagione.

La bella addormentata nel bosco fu rappresentata la prima volta al Teatro Odescalchi di Roma il 13 aprile 1922 con grande successo davanti a un pubblico che rappresentava il fior fiore della cultura dell’epoca: Trilussa, Grazia Deledda, Silvio d’Amico, Giuseppe Prezzolini, Marcello Piacentini, Carmine Gallone… L’autore di Cavalleria rusticana fece pervenire le sue congratulazioni: «È opera che io ammiro sotto ogni punto di vista, è concepita in maniera squisitamente ideale».

Atto primo. Scena I. Campagna in riva a un laghetto. Notte stellata del 1620. Il canto dell’usignolo compete con quello del cuculo, fino a che non è disturbato da un gruppo di rane danzanti. Arrivano l’Ambasciatore Reale e un Araldo per annunciare la nascita della Principessa e invitano tutte le Fate all’imminente battesimo. La Fata Azzurra e le sue compagne appaiono, annunciando all’ambasciatore che accetteranno di essere le madrine della Principessa. Cantando in coro, le Fate volano via e si sentono di nuovo solo i due uccelli solitari. Scena II. Sala Grande del castello. Il giullare di corte improvvisa una ninna nanna comica accanto alla culla d’oro della piccola principessa. Appaiono il Re e la Regina, accompagnati dalle Fate e dagli ospiti reali. La Fata Azzurra rende omaggio alla Principessa e fa eco ai suoi compagni. Un gruppo di Rose Ninfe balla un languido valzer. La cerimonia culmina in una solenne marcia, con il suono delle campane, ma è interrotta dall’arrivo della Fata Verde arrabbiata, che con fuoco e fumo fa sparire tutti gli invitati. Alla tremante coppia reale offre il suo regalo di battesimo, annunciando che a vent’anni la Principessa si pungerà il dito con un fuso e si addormenterà per sempre. Quando è scomparsa, il Re chiama il Maestro dei Fusi, ordinandogli di distruggere immediatamente tutti i filatoi del regno. La Fata Azzurra non revoca subito questo incantesimo, ma chiama un coro etereo di stelle cantanti per assicurarsi che ora un occhio vigile sia mantenuto sulla principessa.
Atto secondo. Scena I. Sono passati vent’anni. In una torretta del castello una vecchia sdentata siede a un filatoio dimenticato, intonando una melanconica canzone di solitudine. La donna lascia la stanza in cerca di un po’ di lana ed entra la Principessa, cantando le gioie della primavera. Saluta il gatto sospettoso, che la presenta al Fuso e i tre ballano insieme. La vecchia torna e, sollecitata dalla Principessa, le insegna a filare, utilizzando un fuso che aveva tenuto a parte. Il Gatto se ne accorge, ma è già troppo tardi: la Principessa si è punta il dito e si addormenta. La vecchia si precipita fuori a chiamare aiuto, mentre il Fuso inizia a girare trionfante attorno alla vittima della Fata Verde. Scena II. Negli appartamenti reali ancora una volta quattro Dottori, armati di enormi siringhe, dicono al Re che la malattia della Principessa è sconosciuta. Dopo che questi medici incompetenti sono allontanati, la regina si unisce al marito in un doloroso duetto. Entra un corteo funebre. La principessa, trasportata su una portantina da due marmotte bianche, sembra solo addormentata. I professionisti in lutto si rendono conto che nessun tipo di cibi dolci, né quelle morbide melodie del morboso Strauss, sono stati utili per svegliare la principessa. Finalmente appare la Fata Azzurra. Ordina che la principessa sia messa in un’alcova e fa il suo l’incantesimo del sonno su tutti. Predice che un giorno la principessa si sveglierà con un bacio d’amore e se ne andrà. Il suo compito è concluso da una legione di ragni ronzanti che ricoprono la scena con le loro ragnatele argentee.
Atto terzo. Scena I. L’azione si svolge circa trecento anni dopo, intorno al 1940. La scena è un luogo nel bosco da cui si può vedere il castello incantato. Un taglialegna canta, accompagnato in coro dai suoi compagni. Appare il principe April, accompagnato dalla duchessa e da un gruppo di cacciatori. Nel gruppo ci sono anche membri della “Paper-Hunt”, una ricca società americana presieduta da Mr. Dollar Checks. Dopo un breve tentativo di flirtare con la duchessa, il principe è incuriosito dal misterioso castello, tutto ricoperto di edera. Il taglialegna gli racconta la leggenda della Principessa Addormentata che giace lì dentro, ancora in attesa del bacio di Aprile che spezzerà l’incantesimo. Tutta la compagnia è sollecitata a tornare subito a casa e la Duchessa, già gelosa, viene consolata da Mr. Dollar che si offre di comprare la Bella Addormentata, qualunque sia il costo. Dopo la sua arietta il Principe lascia il cavallo e, pieno di desiderio, si avvicina al castello. Scena II. Nella sala in cui giace la principessa, il principe April saluta ironicamente i cortigiani immobili che incontra, apprendendo da voci echeggianti lontane che sarà l’amore, ispirato dalla primavera, che lo aiuterà a rompere l’incantesimo magico. Scena III. Un grande ragno cerca di attirarlo nella sua tela, ma il principe la distrugge con il suo frustino. All’improvviso l’alcova si illumina intensamente. La Bella Addormentata giace lì sul suo letto e il bacio del Principe sveglia lei e gli altri sotto l’incantesimo. Dopo un appassionato duetto d’amore, la Fata Azzurra fa un’ultima, trionfante apparizione, trasformando la vecchia camera in una splendida sala del trono. La coppia reale e gli ospiti gioiscono. Il gruppo “Paper-Hunt”, appena entrato, riesce a far ballare il fox-trot ai personaggi del Seicento.

Con La boutique fantasque e La pentola magica, entrambe musiche per balletto, il compositore bolognese aveva iniziato un nuova fase compositiva: abbandonate le “sinfonie drammatiche”, le “leggende nordiche”, i “tramonti”, le “sensitive” e le “donne sul sarcofago”, Respighi si era rivolto a musiche fantastiche e briose. La bella addormentata/dormente nel bosco è una di queste. Composta per il teatro di marionette di Vittorio Podrecca, il datatissimo libretto di Gian Bistolfi è tratto dalla fiaba di Perrault e i personaggi sono: La fata azzurra (soprano), Il re (baritono), La regina (contralto), La principessa (soprano,) Il principe (tenore), La fata verde (recitante), Il cuculo (mezzosoprano), L’ambasciatore (baritono), Il giullare (tenore), La vecchietta (mezzosoprano), Il fuso (mezzosoprano), Il gatto (contralto), Un boscaiolo (baritono), La duchessa (soprano) e L’usignolo (soprano).

Il Teatro dei Piccoli di Podrecca mantenne in repertorio l’opera per più di vent’anni, ma nel frattempo i teatri lirici incominciarono a farne richiesta per le loro stagioni. Da qui la necessità di una seconda versione riveduta nella strumentazione che col titolo La bella dormente [sic] nel bosco andò in scena nel 1934 al Teatro di Torino diretta dall’autore stesso. Una terza revisione postuma curata dalla vedova Elsa e da Gian Luigi Tocchi fu rappresentata al Rossini di Torino nel 1967 con tagli giudicati inopportuni e l’aggiunta di danze moderne nel finale.

Ora al Lirico viene consacrata definitivamente la destinazione per i “teatri dei grandi” di questo lavoro con una produzione che si basa sulla versione del ’34. Tutto bene se il teatro sardo dimostrasse un po’ più di coraggio nelle messe in scene e anche questa di Leo Muscato non fa molto per convincerci della necessità di certe riesumazioni. Il tono fiabesco è dominante nella scenografia di Giada Abiendi e nei costumi di Vera Pierantoni Giua e un po’ leziosa la recitazione, ma il libretto è quello che è. Numerosi gli inserti danzati di Luigia Frattaroli mentre l’unico momento veramente godibile è il finale, ma qui avevano avuto ragione i curatori tanto criticati della produzione torinese del 1967 in cui il fox-trot fu sostituito dal twist, il ballo allora in voga: per mantenere l’ironica trovata del risveglio dopo il passaggio dei secoli qui ci voleva qualcosa di più attuale.

Sul podio un maestro indiscusso di questo repertorio, Donato Renzetti, che rende con maestria i colori cangianti e l’eclettismo della partitura. Respighi si conferma qui grande orchestratore e dotto musicista che ingloba il tempo di Perrault con il jazz della sua epoca e nella vocalità gioca con il barocco e Stravinskij. Modesto il cast in scena: le voci vanno dal passabile (principe April) al mediocre (la principessa, la fata azzurra) all’inascoltabile (il giullare).

Come per tante altre “scoperte” però viene da chiedersi se ne valeva la pena, visto che in altri periodi (Seicento, Settecento) ancora dormono tanti capolavori nascosti che magari hanno qualcosa di più da dire alla nostra contemporaneità. Questa Dormente di certo non ce l’ha.

Cendrillon

Jules Massenet, Cendrillon

★★★★★

Berlino, Komische Oper, 12 giugno 2016

bandiera francese.jpg Ici la version française

(registrazione video)

No, non è un sogno

«Le bal est un champ de bataille! | Tenez-vous bien, | Ne perdez rien | De votre taille! | Pas de mouvements trop nerveux…» raccomanda Mme de la Haltière alle figlie Noémie e Dorothée mentre si esercitano alla sbarra assieme ad altre ballerine, alcune con baffi e barba.

Ecco, forse è da queste parole del libretto di Henri Cain che Damiano Michieletto ha preso spunto per la sua particolare lettura della fiaba musicata da Massenet. Siamo infatti in una sala prove di balletto e le “fanciulle” in tutù azzurro, tra cui molti coristi maschi, devono passare le selezioni per essere scelte da un principe azzurro ballerino che però non sembra volerne sapere, chiuso com’è nel suo spleen esistenziale. Originariamente era previsto da Massenet un prologo recitato da attori, ma non venne mai messo in scena per non inficiare l’aspetto fiabesco del lavoro (“Conte de fées”, si legge sulla partitura): a Berlino Michieletto prevede un prologo, ma è muto e vediamo una vecchia signora entrare in scena e rammendare delle vecchie punte per ballerina. Qui il tono fiabesco è soppiantato da un’atmosfera realistica che rende ben più commovente il destino della povera Lucette, questo il nome della Cenerentola di Cain/Massenet, qui immobilizzata in un letto d’ospedale a causa di una gamba fratturata per una caduta in scena. La drammaturgia di Simone Berger è pienamente accettabile e assieme alla regia di Michieletto e alle scene di Paolo Fantin fa di questo spettacolo uno di quelli memorabili che ogni tanto si ha la fortuna di vedere.

Cendrillon è un lavoro della maturità di Massenet e fu creata per l’Opéra-Comique nel 1899. Non è tra le più frequentate di un compositore di circa 35 opere che al di fuori della Francia è conosciuto quasi esclusivamente per Manon e Werther – in particolare questo è un debutto sulle scene della Komische Oper. La musica è un dotto pastiche di stili, da quello “Versailles” di Mme de la Haltière a quello neoclassico del trio con le figlie, dal galante al passionale. I riferimenti letterari si sommano a quelli musicali in una raffinata e un po’ fredda parodia intellettuale e la scelta vocale ricorda lo Hänsel und Gretel di Humperdinck e il Rosenkavalier di Strauss per quanto riguarda il predominio delle voci femminili, anche per alcuni personaggi maschili. Ciò dà un colore particolare a quest’opera crepuscolare.

Cendrillon è una magnifica e intensa Nadja Mchantaf, sicura vocalmente e magnifica attrice, che per di più mette a frutto i suoi studi di danza classica in un’interpretazione a tutto tondo del personaggio che incarna con sconvolgente immedesimazione. Il suo prince charmant trova nel corpo androgino del mezzosoprano Karolina Gumos il partner giusto per vocalità e presenza scenica. Padre affettuoso – specificità di questo personaggio, unico nelle varie versioni di Cenerentola – è quello interpretato con grande sensibilità da Werner van Mechelen mentre Agnes Zwierko è la matrigna, una gustosa maestra russa di ballo. Fata dalle impeccabili colorature è quella di Mari Eriksmoen. Il resto del cast e i coristi partecipano a questa deliziosa fiaba con grande entusiasmo. Brillante e piena di colori la direzione di Henrik Nánási, direttore musicale del teatro.

La scenografia di Paolo Fantin, le luci di Diego Leetz e i costumi di Klaus Bruns fanno il resto: bastano due tende sugli specchi per trasformare la sala prove di ballo nella camera di ospedale e viceversa. Quando poi si tratta del duetto del terzo atto, qui trasformato in pas de deux, quinte di cartapesta scendono dall’alto per creare un romantico boschetto mentre la nebbia è fatta dai macchinisti e i riflettori vengono sistemati a vista. Il teatro è finzione, la realtà non è una fiaba, ma quanto amore per il teatro da parte di Michieletto che rende quest’opera molto più bella di quanto sia in realtà.

Iolanta / Il castello del duca Barbablù

Pëtr Il’ič Čajkovskij, Iolanta

Béla Bartók, Il castello del duca Barbablù

★★★☆☆

New York, Metropolitan Opera House, 14 febbraio 2015

(live streaming)

Due donne che vogliono vedere

Il Met di New York festeggia San Valentino con due storie d’amore molto differenti: dal buio alla luce della vista conquistata  quella di Iolanta, dalla luce al buio di una terribile scoperta quella di Judith. La musica di Čajkovskij tende verso l’alto, verso quell’ingenuo corale finale di lode al creatore, quella di Bartók si avvita verso il basso fino alle ultime parole dell’uomo, quasi un rantolo «És mindig is éjjel lesz már… | Éjjel… Éjjel…» (E sarà sempre notte… | notte… notte…). Iolanta è del 1892, Il castello del duca Barbablù del 1918, meno di trent’anni, ma in mezzo c’è stato di tutto: il crollo di due imperi (quello austro-ungarico e quello russo) e i conseguenti epocali rivolgimenti sociali; lo sconvolgimento nelle arti espressive, dalla letteratura alla pittura alla musica; la nascita della psicoanalisi e quant’altro ancora.

Il regista polacco Mariusz Treliński riserva le sue atmosfere più inquietanti per il secondo lavoro di questo strano dittico i cui pannelli hanno in comune solo il fatto di derivare da favole popolari. Ma neanche l’ambientazione di Iolanta è molto rassicurante: una piccola camera con la parete piena di lugubri trofei di caccia e un lettino di ferro verniciato di bianco per la ragazza che non sa di essere cieca («Possibile che gli occhi ci siano stati dati solo per piangere, Marta? […] Che cos’è “rosso”?») mentre al di fuori della cameretta invece del giardino fiorito un bosco un po’ angoscioso con le immagini in videografica di Bartek Macias proiettate su un velario al proscenio. Avendo poco da scavare nella psicologia dei personaggi, Treliński punta a una superficiale rappresentazione della moralistica favola con un tocco di ironia nel messaggio finale, presentato come un matrimonio con tutti i personaggi in bianco pronti per la foto ricordo. Solo re René, l’uomo dominante, continua a essere vestito in nero e con la mano destra inguantata.

Anche Barbablù ha la mano destra inguantata e lo stesso bosco di Iolanta riappare, pieno di crepitii nel prologo del Barbablù recitato dalla voce di un attore fuori scena. L’uomo e la donna appaiono come reduci da un party, lui in smoking, lei in abito lungo di satin verde turchese. La vicenda è vissuta come uno psicho thriller e l’ascensore che scende nelle profondità del castello si cala anche nelle due anime tormentate. Anche le sette stanze sono stati psicologici e mentali più che fisici: la prima e la seconda sono la stessa stanza dalle pareti sporche di sangue; la terza, invece del tesoro ospita il lusso di una vasca da bagno; del giardino della quarta non c’è traccia, se non un vaso di rose sul tavolo da pranzo di una sala anche questa con una parete di trofei di caccia, qui dorati; la quinta si apre sull’esterno, di nuovo il lugubre bosco; la sesta è una stanza piastrellata e la settima porta ci riporta al bosco dell’inizio i cui alberi fluttuano in aria e le radici sono strappate dal terreno. Da una buca che Barbablù stava scavando spunta la testa bionda di una delle sue mogli precedenti mentre delle altre vediamo i probabili fantasmi agitarsi tra i tronchi neri, presto raggiunti da Judith. Barbablù con spirito necrofilo bacia il cadavere che stava seppellendo.

Prototipo delle colonne sonore di tutti i film horror a venire, la partitura di Bartók è qui lucidamente eseguita da Valerij Gergiev con una particolare attenzione agli effetti timbrici mentre nella fiaba di Čajkovskij si era sentita una certa mancanza di convinzione. Nella prima parte della serata forse un po’ troppo scura è sembrata la voce di Anna Netrebko per impersonare l’ingenua Iolanta, ma magistrali si sono rivelati il fraseggio e la dizione. Un Gottfried Vaudémont glorioso è quello di Piotr Beczała, acuti luminosi e morbidezza di timbro hanno delineato la nobiltà del personaggio. Un efficace Alekseij Markov è l’amico Roberto, introverso e autorevole vocalmente il re René di Ilya Bannik. Ancora più stimolante il cast della seconda parte con la Judith di Nadja Michael e il Barbablù di Mikhail Petrenko. Entrambi hanno una voce non del tutto gradevole, ma espressività e presenza scenica da vendere: la Michael si cala in modo impressionante nella parte, Petrenko delinea un personaggio umanamente inquietante.

Barbe-Bleu

Jacques Offenbach, Barbe-Bleu

★★★★☆

Lione, Opéra Nouvel, 21 giugno 2019

Laurent Pelly conferma la sua affinità col teatro di Offenbach

Quest’anno si festeggiano 200 anni dalla nascita di Jacques Offenbach e ovunque nel mondo si mettono in scena i suoi lavori, con I racconti di Hoffmann in prima linea. Ci saranno infatti rappresentazioni in Argentina, Austria, Belgio, Cina, Corea del Sud, Germania, Giappone, Paesi Bassi, Perù, Regno Unito, Repubblica Ceca, Russia, Slovacchia, Stati Uniti, Svezia, Svizzera e ovviamente Francia. Nell’elenco mancano i teatri italiani. Solo Martina Franca presenta due atti unici, Coscoletto e Robinson Crusoe, nel suo Festival della Valle d’Itria.

Nel 1866 con Barbe-Bleu Offenbach confermava il successo ottenuto due anni prima con La belle Hélène: stessi librettisti, la premiata ditta Meilhac & Halévy, stessa interprete femminile, quella Hortense Schneider che aveva debuttato a Parigi proprio con uno dei primi lavori di Offenbach, Le violoneux. Il libretto toccava argomenti scottanti, non solo per l’epoca: un tiranno stupido, un erotomane serial killer, una ragazza dalla libido scatenata, cinici cortigiani. Ancora una volta si faceva la parodia del passato – qui a farne le spese era il celebre racconto di Perrault – per strizzare l’occhio al presente e attirare al Théâtre des Variétés il pubblico parigino avido di divertimento, soprattutto se condito con qualcosa di salace. E il Barbe-Bleu aveva tutti gli ingredienti per risultare un trionfo popolare, come infatti fu. Pochi mesi dopo sarebbe stata la volta di La vie parisienne a consacrare definitivamente il compositore di Colonia come “le Mozart des Champs-Élysées”.

Laurent Pelly ha una lunga frequentazione col teatro di Offenbach, essendo questo il suo undicesimo allestimento: dal mitico Orphée aux Enfers del 1997 dell’Opéra de Lyon, va in scena ancora una volta in questo stesso teatro una sua opéra bouffe. Lo spettacolo ha quindi qualcosa di rassicurante routine. Manca la lettura sulfurea con cui il regista Stefan Herheim aveva fatto scalpore alla Komische Oper di Berlino l’anno scorso, ma qui si ritrova la mano impeccabilmente teatrale e attenta alla musica cui ci ha da sempre abituato Pelly, il quale gioca con eleganza senza mai cadere nelle volgarità che il testo, già piccante per sé, e l’ambientazione contemporanea avrebbero potuto suggerire. I dialoghi sono parsimoniosamente adattati dalla fidata Agathe Mélinand, tutto è accuratamente recuperato e fedelmente realizzato sia musicalmente sia scenicamente. Chantal Thomas costruisce per il primo atto un ambiente rurale quasi inquietante dopo che si è alzato quel sipario con le pagine di giornali che riportano sparizioni di giovani donne. Il secondo ci porta nella reggia di Roi Bobèche e poi nel sordido sotterraneo del castello di Barbe-Bleu con la parete di celle frigorifere per salme che si apre per far apparire il magico harem delle sue precedenti cinque mogli. Particolarmente gustosi sono i costumi dello stesso Pelly, come l’abitino di cotone strizzato sulle forme generose di Boulotte («C’est un Rubens» esclama soddisfatto Barbe-Bleu quando la vede la prima volta) e del protagonista, cappotto di pelle e completo nero, barba dai riflessi bluastri, capelli tagliati alti sulla nuca  e occhi cerchiati di scuro.

Yann Beuron purtroppo non ha più lo smalto vocale di una volta, gli acuti hanno perso la luminosità di un tempo e il cantante non sembra nella serata ideale, probabilmente per una qualche indisposizione. Intatta rimane la sua straordinaria presenza che galvanizza la scena. Anche la giovane Héloïse Mas si appropria del palcoscenico con abilità e la voce calda e sensuale è perfetta per il personaggio della irrequieta Boulotte. Più lirica e meno imperiosa è la Fleurette di Jennifer Courcier che si scopre principessa. Efficace Carl Ghazarossian, lui invece principe travestito da paesano, dal bel timbro e a suo agio nei couplet. Perfetto attorialmente e vocalmente il Popolani di Christophe Gay che ha come spalla comica il Comte Oscar di Thibault de Damas. Come roi Bobèche Christophe Mortagne si incarna un’altra volta nella parte di monarca inetto e gratuitamente crudele dopo esserlo stato in Le roi Carotte, sempre qui a Lione tre anni fa.

Eccellente il coro preparato da Karine Locatelli e spumeggiante la direzione di Michele Spotti che ha ricavato dalla partitura inedite preziosità orchestrali e colori in continuazione cangianti. Anche grazie alla sua precisa concertazione e al ritmo impresso alla musica la serata ha avuto esiti felicissimi convincendoci che Barbe-Bleu può affiancarsi degnamente agli altri capolavori di Offenbach nella programmazione dei teatri. Anche quelli italiani.

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Ariane et Barbe-bleu

Paul Dukas, Ariane et Barbe-bleu

★★★☆☆

Tolosa, Théâtre du Capitole, 4 aprile 2019

(video streaming)

Sulle orme di Mélisande

Come sempre negli spettacoli di Stefano Poda – autore oltre che della regia, della scenografia, dei costumi, delle luci e delle coreografie – l’aspetto meramente visivo ha il sopravvento sulla drammaturgia e sullo sviluppo logico della vicenda. D’accordo che nell’Ariane et Barbe-bleu sia il testo di Maeterlinck sia la musica di Dukas sono altamente evanescenti e simbolisti, ma se nella vicenda narrata dal libretto succede poco, in scena qui con Poda succede ancora meno e quel che succede avviene al rallentatore essendo gli interpreti zavorrati da lunghi e pesanti costumi. È il fondale con le fatidiche sette porte, un piranesiano gioco di scale e un bassorilievo brulicante di corpi umani, a dominare. Ritornano qui particolari dei suoi precedenti spettacoli, come i caschi tempestati di gemme della sua Turandot o il tulle bianco in cui sono imbozzolati i personaggi.

Il primo atto si apre con il personaggio muto di Alladine («elle ne parle pas notre langue»), qui l’attrice Dominique Sanda,  un’Ariane invecchiata (ha lo stesso abito) ancora e sempre innamorata del suo Barbe-bleu. I contadini in scena hanno la schiena dei loro bianchi costumi segnata dal sangue, la violenza subita dal padrone. Nel secondo atto sulle parole della nutrice «La porte se referme avec un bruit terrible et les murailles tremblent. Je n’ose plus marcher. Je reste ici. Nous ne reverrons pas la lumière du jour» un labirinto scende dall’alto fino a combaciare con quello luminoso tracciato nel pavimento, intrappolando le donne. E al centro del labirinto Ariane ritrova il suo Barbe-bleu Minotauro, ingabbiato in una teca di vetro. Il terzo atto vede il nero prevalere sul bianco nei costumi durante il momento della caccia all’uomo nel racconto delle donne, dove i “salvatori” sono ancora più minacciosi del cacciato. Il coltello con cui Ariane vuole tagliare le corde che legano l’uomo, viene usato invece contro le altre mogli, colpevoli di rispecchiare nella loro sottomissione la sua. Alla fine Alladine, Sélysette, Ygraine, Mélisande e Bellangère rimangono con l’uomo, mentre Ariane se ne va sola con la nutrice.

La tensione che manca nella drammaturgia di Poda si ha per fortuna nella direzione di Pascal Rophé che trova la giusta drammaticità e i colori di questa potente partitura. Sophie Koch debutta nella parte di Ariane cui dedica una declamazione magistrale, Janina Baechle non è sempre vocalmente a suo agio come nutrice, mentre le altre quattro moglie offrono la maggior luminosità delle loro voci. La quasi irrilevante parte vocale di Barbe-bleue è qui affidata a Vincent Le Texier.

Barbe-Bleu

Jacques Offenbach, Blaubart

★★★☆☆

Berlino, Komische Oper, 23 marzo 2018

(diretta video)

Offenbach tra Eros e Thanatos

Sotto la direzione di Barrie Kosky la Komische Oper di Berlino sta ripolverando il repertorio operettistico. Dopo l’operetta berlinese è la volta di quella francese con il Barbe-Bleu di Offenbach – Blaubart giacché qui le opere si danno in tedesco. L’occasione sono i settant’anni della fondazione del teatro berlinese ad opera di Walter Felsenstein il cui Blaubart fu una delle sue mitiche produzioni nel 1963.

Solo alla lontana Meilhac e Halévy si sono ispirati alla favola di Perrault per il loro libretto: come nelle numerose versioni popolari, la truce leggenda è volta al comico con le mogli di Barbablù non uccise, bensì addormentate. Finché si svegliano tutte assieme.

Atto primo. Un piccolo villaggio rurale con il castello di Barbablù sullo sfondo. Il re Bobèche, non volendo una ragazza come erede, aveva abbandonato sua figlia Hermia quando aveva tre anni. Ora è diciottenne e vive come pastorella sotto il nome di Fleurette ed è innamorata del giovane e attraente pastore Saphir, ma non è felice poiché non le ha ancora proposto il matrimonio. Oscar, il ciambellano del re scopre che la pastorella Fleurette è in realtà la principessa Hermia e le chiede di tornare alla corte del re, il che significa però che deve lasciare il ragazzo che ama. Viene nel frattempo “sorteggiata” una fanciulla illibata per il cavaliere Barbablù e tocca alla piccante Boulotte diventarne la sesta moglie.
Atto secondo. Scena prima. Il palazzo reale. Il re Bobèche è felice di dare il benvenuto alla figlia da tempo perduta e di trovarle uno sposo regale. Fleurette resiste a ogni pensiero di matrimonio fino a quando scopre, con sua gioia, che lo sposo prescelto per lei è Saphir, non un pastorello come lei aveva pensato, ma un principe che si era camuffato come tale per esserle vicino. Barbablù arriva a far visita al re Bobèche e mostra la sua nuova moglie Boulotte, ma viene immediatamente colpito dalla principessa Hermia. Scena Seconda. La prigione di Popolani. Barbablù ordina a Popolani di liberarlo della sua nuova moglie Boulotte. Popolani ha eliminato tutte le sue precedenti mogli avvelenandole, in modo che Barbablù possa sposare Hermia. Ma Popolani ha solo fatto finta di ucciderle, ha solo dato loro dei sonniferi facendole poi vivere in confortevoli appartamenti. Barbablù assiste, nel bel mezzo di una tempesta, a quello che pensa sia l’omicidio della sua ultima moglie, Boulotte, ma dopo lei si risveglia e conduce le altre mogli “morte” in marcia al castello del re
Atto terzo. La cappella nel palazzo reale. Hermia e Saphir stanno entrando nella cappella per il loro matrimonio quando Barbablù interrompe la processione e con la forza delle armi e chiede che Hermia si arrenda a lui come la sua settima moglie, essendo morta Boulotte, come lui pensa. Sfida quindi Saphir a duello, lo uccide e prende il suo posto come sposo di Hermia. Saphir non è morto però, come non lo sono i cinque ufficiali che Bobéche aveva voluto far uccidere per gelosia. Insieme con le mogli di Barbablù si introducono di nascosto nel castello travestiti da zingari. Nel trambusto generale la soluzione è presto trovata: i signori “morti” sposeranno le mogli “morte” e Barbablù rimarrà con Boulotte. Si può quindi celebrare finalmente il matrimonio di Hermia e Saphir.

Come sempre Offenbach e i suoi librettisti utilizzano la vicenda per una satira sociale che non risparmia né la borghesia con le sue ipocrisie né Napoleone III: i suoi coetanei nell’insaziabile Barbablù vedevano il riflesso degli analoghi appetiti sessuali del loro imperatore. Se per amare una donna bisogna sposarla ecco che Barbablù si sposa in continuazione perché, come Don Giovanni, ama tutte le donne. Poi però bisogna disfarsene… Tutto è cinismo in quest’opera dominata da un umorismo nero: «Je suis Barbe-Bleu, ô gué! | Jamais veuf ne fût plus gai!». Al Théâtre des Variétés l’opera debuttò con un franco successo il 5 febbraio 1866 e dopo cinque mesi di repliche iniziò un tour in Europa e in Nord America senza però raggiungere mai la popolarità delle altre opere di Offenbach.

La versione in tedesco carica i couplet di Offenbach di quell’umorismo berlinese che è spesso greve, come quando l’originale «C’est un métier difficile | que celui des courtesans […] il faut, s’il veut arriver, […] qu’il s’incline | et qu’il courbe son échine | autant qu’il la peut courber» diventa il più esplicito: «Wenn du etwas willst bezwecken, | wenn du steil nach oben strebst | musst du viele Ärsche lecken, | weil du sonst nicht überlest. […] Fleißig in den Arsch zu kriechen, | um den Duft der Macht zu riechen». Lascio ai poliglotti il piacere di scoprire le differenze.

Qui a Berlino anche la versione musicale è molto liberamente elaborata con richiami della Moldava di Smetana quando si parla del fiume su cui è abbandonata la figlia del re, o di corni wagneriani. Nel cast si stacca nettamente Wolfgang Ablinger-Sperrhacke che presta la sua stralunata presenza per il personaggio titolare. Scenicamente efficaci tutti gli altri attori-cantanti, ma qui non si devono cercare particolari doti di belcanto, che infatti mancano. Sotto la bacchetta di Stefan Soltész i ritmi ora sornioni ora indiavolati di Offenbach trovano la loro esatta realizzazione.

Nella messa in scena di Stefan Herheim la vicenda originale è incorniciata dai dialoghi di due personaggi, Cupido e la Morte, qui affidati a due grandi attori: Rüdiger Frank dal corpo deformato e Wolfgang Häntsch, un crudele Mangiafuoco che fa tirare il suo carrozzone dal povero Cupido. La storia è infatti una creazione dei due che si divertono a tormentare loro stessi e gli umani.

La scenografia di Christof Hetzer e i costumi di Esther Bialas ricostruiscono con ironia gli ambienti: dalla scena pastorale ai sotterranei di Barbalù alla reggia in costruzione di Bobèche.

Nella ripresa non tutto è funzionato a dovere: i microfoni talora non hanno captato le voci dei cantanti e una fune si è spezzata lasciando il fondale sbilenco. Il bello della diretta!

La Cenerentola

cenerentola opera roma emma dante

Gioachino Rossini, La Cenerentola

★★★☆☆

Roma, Teatro dell’Opera, 22 gennaio 2016

(streaming video)

L’automa Cenerentola

Più che alla fiaba di Perrault l’allestimento di Emma Dante de La Cenerentola sembra destinato a un racconto leggermente inquietante di Hoffmann, con tutte quelle marionette caricate a molla e dalle movenze di pupazzo meccanico che riempiono in continuazione la scena.

L’umorismo talora sulfureo di Rossini incontra qui la regista palermitana che non rinuncia anche in questa “fiaba” a denunciare la condizione della donna, incatenata e vittima delle violenze domestiche. E non parliamo di metafore: qui Angelina/Cenerentola a un certo punto è proprio legata a una catena e durante il temporale del secondo atto è fatta oggetto della furia di patrigno e sorellastre che la prendono a pugni e a calci.

La regista non lascia nulla di non detto e tutto è esplicitamente rappresentato in scena con effetti di sazietà. Il sestetto del «nodo avviluppato», definito altrove felicemente come primo “fermo immagine” della storia, è qui inutilmente contrappuntato da mimi e ballerini che replicano fastidiosamente i personaggi principali – Cenerentola ha ben cinque sosia a molla che non la lasciano mai sola. O peggio, nella “fantasia onirica” di Don Ramiro che si vede futuro dispensatore di favori a Corte dietro lauti compensi: e qui la scena è invece pedestremente realizzata con passaggio di monetine dai questuanti allo stagionato Corbelli di cui viene in certo qual modo sminuita la bravura mimica.

Non mancano momenti surreali, come quando le numerose pretendenti, già in abito da sposa, si presentano armate di pistole e kalashnikov, da usare eventualmente contro le altre concorrenti, le puntano contro loro stesse quando il principe fa la sua scelta e si ammazzano in uno stravagante suicidio di gruppo.

La scenografia di Carmine Maringola e i costumi di Vanessa Sannino costruiscono un universo pop dai colori lucidi: azzurro, rosa, verde-acqua. E nero per i “potenti”. Luci non naturali e una parete di fondo che come un’armadiata neo-rococo si apre sul salone del principe dietro un grande sipario di tulle bianco. Cenerentola non è affatto vestita di stracci e in vita ha una cintura con orologio fermo sulla mezzanotte – per chi non avesse ancora capito di che storia si tratta.

Scenette, gag e continui piroettamenti dei figuranti a molla distolgono l’attenzione dalla musica che il maestro Alejo Pérez dirige con meccanica precisione nei concertati ma trascura nei recitativi e nei momenti più lirici. Il coro maschile è sbandato, non omogeneo e sembra buttato in scena senza prove.

La giovane Serena Malfi è una Cenerentola di ottime capacità vocali, ma scarso fascino mentre il principe ha in Juan Francisco Gatell uno stilista di valore che però arriva stremato agli acuti. Vito Priante continua a non convincere al di fuori del repertorio barocco e non riesce a rendere brillante il ruolo di Dandini. Di Corbelli che dire? Gli anni si sentono, ma a compensare i suoni c’è sempre la sua grande presenza scenica e intelligenza interpretativa. Piacevole a vedersi ma non ad ascoltare l’Alidoro del giovane Ugo Guagliardo.

Trasmesso da RAI5 in prima serata con una discreta regia televisiva.

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Cendrillon

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★★★★★

Una Cenerentola di favola

Nel 1899 Jules Massenet mette in musica il “conte de fées” Cendrillon (Cenerentola) in quattro atti – la 14esima delle sue oltre trenta opere – nello stesso anno in cui Georges Méliès gira il film muto dallo stesso titolo. Al volgere del secolo i due francesi si volgono dunque a quel Perrault che due secoli prima aveva pubblicato la sua fortunata versione di fia­be del patrimonio popolare.

Così aveva fatto Rossini nel 1817, ma la musica di Massenet è ovviamente un’altra cosa e l’umorismo è quello di chi ci aveva commosso con il Wer­ther o la Manon, un umorismo “francese”, fatto di sottigliezze e ironia.

Cendrillon non è certo la miglior opera di Massenet, ma contiene pagine magnifiche come il duetto d’amore del terz’atto che sembra anticipare i toni del Rosenkavalier. E comunque il compositore si conferma un esperto illustratore musicale di storie molto diver­se, da Erodiade a Tai­de, dal Don Chisciotte al Cid a Esclarmonde, da Saffo a Cleopatra. La vena fer­tile del musicista sembra sempre a suo agio qualunque sia il sog­getto scelto. E qui eccelle l’elegante parodia di stili che vanno dal barocco della solenne ouverture, alle fatuità settecentesche del risveglio del princi­pe alle trovate timbri­che e armoniche che preannunciano molta musica del XX secolo.

Sia Massenet che Méliès avevano a disposizione i più progrediti ritrovati tecnici della modernità di allora, in particolare il musicista debuttava in una Salle Favart, sede dell’Opéra Comique, appena restaurata, con un nuovo impianto elettrico e con la possibilità di rea­lizzare molti effetti scenici. La sua opera fu un trionfo immediato, con cinquanta repliche nella sola prima stagio­ne. Il libretto di Henri Cain è rispettosamente fede­le al testo di Perrault.

Atto primo. Madame de la Haltière e le sue due figlie si stanno preparando per il gran ballo che il principe darà a corte in uno stato di grande agitazione, mentre Pandolfe si lamenta con sé stesso per aver scelto in seconde nozze una moglie così autoritaria da costringerlo a trascurare Lucette, da tutti soprannominata Cenerentola, figlia nata dal suo precedente matrimonio. Tutti, tranne Cenerentola, si avviano al ballo. La fanciulla, sola e malinconica, si addormenta accanto al fuoco. In sogno le appare la sua fata madrina che, con un colpo di bacchetta magica, la trasforma in una dama splendidamente vestita. Cenerentola promette di tornare entro i rintocchi della mezzanotte e si avvia alla festa.
Atto secondo. Al palazzo reale, medici e ministri cercano di distrarre il principe ma senza successo. Solo la splendente apparizione di Cenerentola durante il ballo riesce a scuotere il giovane. Ma a mezzanotte la fanciulla deve fuggire come ha promesso alla fata.
Atto terzo. Nella sua fuga Cenerentola ha perso una scarpetta di cristallo. La fanciulla, agitata e in ansia, si rifugia vicino al camino. Quando la matrigna e le sorellastre ritornano dal ballo le raccontano di una ‘avventuriera’ che, con il suo comportamento scandaloso, è venuta a turbare la festa e irritare il principe. Al colmo della disperazione, Cenerentola fugge nel bosco e si lascia cadere sfinita sotto la quercia delle fate. Sogna, e nel sogno ritrova il principe, affranto per la sua scomparsa, deciso a donarle il proprio cuore.
Atto quarto. Cenerentola è stata ritrovata svenuta nel bosco. Ora è gravemente ammalata e il padre la veglia. Un messo reale annuncia che il principe, anch’egli ammalato di malinconia, sta cercando la bella sconosciuta del ballo. Guidata dalla fata, Cenerentola raggiunge il principe che finalmente la può stringere tra le braccia nel tripudio generale.

L’edizione corrente è dell’Opera di Santa Fe, ripresa alla Royal Opera House di Londra nel 2011. Il regista Laurent Pelly non tenta nessuna attualizzazione (1) o lettura psicanalitica (2) o sociologica o quant’altro della fiaba. La sua messa in scena è una deliziosa, pulita e a suo modo ingenua rappresentazione della nota vicenda, lasciando alla musica il ruolo principale. Le essenziali scene disegnate da Barbara de Limburg sono costituite dalle pagine di una delle eleganti edizioni in carat­tere Garamond della fia­ba di Charles Perrault (che belli i puntini delle i che diventano stelle o la parola carosse che diven­ta la carrozza che porta Cendrillon al ballo!). I divertenti movi­menti co­reografici sono di Laura Scozzi, partner artistica usuale di Pelly al quale si devono anche i gustosi costumi.

Il direttore Bertrand de Billy spreme dall’orchestra tutte le meraviglie armoniche e melodiche della partitura e si dimostra un eccellente concertatore di voci. E quali voci! Joyce DiDonato è semplicemente meravigliosa. Non solo non fa rimpiangere Frederica von Stade che ha ricreato il ruo­lo di Cendrillon ai giorni nostri, ma è addirittura superiore per espressività ed eleganza di fraseggio senza il vibrato vecchio stile della collega americana. Il ruolo di Prince Charmant è qui affidato a un mezzosoprano, un’eccezionale Alice Coote perfettamente a suo agio nei ruoli en travesti. La gorgheggiante fata madrina è Eglise Gutiérrez, mentre il grande baritono francese Jean-Philippe Lafont, papà Pandolfe, si dimostra ahimè vocal­mente molto affaticato e non riesce a tener testa a quella megera di mo­glie, una spassosa Ewa Podleś.

Due dischi, immagine perfetta, due tracce audio ed extra finalmen­te interessanti tra cui quattro interviste agli artefici di questa feli­cissima produzione.

(1) In Cinderella story, il film di Mark Rosman, la protagonista Samantha alla fine del ballo perde il cellulare.

(2) Bruno Bettelheim ci ha dato il suo punto di vista sulla scar­petta di vetro: «Un ricettacolo dove può penetrare una parte del corpo […]  considerato come un simbolo della vagina poiché è fatta di una materia fragile che si può rompere se si penetra con forza: non si può non pensa­re all’imene. Un oggetto che si perde alla fine di un ballo […] come la verginità» (Il mondo incantato, 1977).

  • Cendrillon, Nanási/Michieletto, Berlino, 12 giugno 2016