★★★★☆
Il più bel tradimento dell’opera di Goethe
Pubblicato nel 1774, I dolori del giovane Werther di Johann Wolfgang von Goethe si impose immediatamente come uno dei testi emblematici dello Sturm und Drang, trasformando il disagio esistenziale e sentimentale del protagonista in un paradigma europeo della soggettività moderna. Più di un secolo dopo, Jules Massenet ne ricavò Werther, un drame lyrique rappresentato per la prima volta nel 1892 a Vienna: non una semplice trasposizione operistica, ma una profonda reinterpretazione estetica e psicologica del romanzo goethiano.
Nel testo di Goethe, Werther incarna l’assolutezza del sentimento e l’impossibilità di conciliarlo con l’ordine sociale borghese. L’amore per Charlotte, già promessa ad Albert, precipita progressivamente in una dimensione di isolamento e autodistruzione, raccontata attraverso una scrittura epistolare febbrile, frammentaria e fortemente soggettiva. Il romanzo non solo consacrò la figura dell’eroe romantico moderno, ma rese visibile una nuova concezione dell’interiorità: il sentimento come forza totalizzante, refrattaria a ogni mediazione razionale.
Massenet si confronta con questo materiale letterario attraverso una sensibilità profondamente diversa. La temperie culturale della Francia fin de siècle, attraversata dal simbolismo e dall’interesse per la psicologia dell’inconscio, modifica radicalmente la percezione del personaggio goethiano. Nel compositore francese l’impeto giovanile del Werther originario si stempera in una meditazione elegiaca sul desiderio, sulla memoria e sull’impossibilità del compimento affettivo. Il protagonista non appare più soltanto come un ribelle sentimentale, ma come un individuo incapace di abitare la realtà, prigioniero di una coscienza ipertrofica che trasforma ogni esperienza in nostalgia.
Questa prospettiva emerge con particolare evidenza nella drammaturgia musicale dell’opera. Composto tra il 1885 e il 1887 su libretto di Édouard Blau, Paul Millet e Georges Hartmann, Werther fu inizialmente respinto dall’Opéra-Comique, che giudicava il soggetto eccessivamente cupo per il proprio pubblico. La prima esecuzione avvenne dunque a Vienna, in traduzione tedesca, nel 1892, prima del successivo successo francese. La vicenda produttiva dell’opera rivela già il suo carattere anomalo nel panorama lirico del tempo: lontana tanto dal grand-opéra quanto dall’opéra-comique tradizionale, essa privilegia una dimensione introspettiva e antispettacolare, fondata non sull’azione esterna ma sull’accumulazione progressiva della tensione emotiva.
Dal punto di vista musicale, Werther rappresenta uno degli esiti più sofisticati della maturità di Massenet. La scrittura orchestrale, di straordinaria finezza timbrica, svolge una funzione eminentemente psicologica: i colori autunnali dei legni, le frequenti trasparenze armoniche, l’insistenza sui registri medi e gravi delineano un paesaggio sonoro coerente con la malinconia e l’immobilità interiore dei personaggi. L’orchestra non accompagna semplicemente il canto, ma ne prolunga e approfondisce il significato affettivo, creando un tessuto sonoro continuo nel quale i confini tra aria, recitativo e scena risultano progressivamente attenuati.
Pur conservando formalmente alcuni numeri chiusi, l’opera tende infatti a una concezione quasi durchkomponiert, nella quale il flusso musicale coincide con il movimento psicologico del dramma. In questo quadro, la vocalità tenorile di Werther assume un ruolo centrale e particolarmente complesso. La parte richiede non tanto slancio eroico quanto capacità di introspezione e controllo del fraseggio: il canto deve continuamente oscillare tra abbandono lirico e ripiegamento interiore. Analogamente, Charlotte si configura come figura tragica autonoma, sospesa fra il dovere morale e la verità del desiderio. Massenet evita ogni schematismo melodrammatico e costruisce invece una relazione fondata sull’incomunicabilità e sulla repressione emotiva.
Emblematico, in tal senso, è il celebre «Pourquoi me réveiller», spesso percepito come momento culminante dell’opera. In realtà, l’aria non costituisce una semplice espansione lirica, bensì l’emersione disperata di una coscienza già segnata dalla percezione della fine. L’intera opera sembra infatti attraversata da una temporalità sospesa e retrospettiva, nella quale il desiderio si manifesta sempre come perdita imminente. È proprio questa capacità di trasformare il dramma romantico in una meditazione musicale sull’assenza e sull’impossibilità a conferire al Werther di Massenet la sua persistente modernità.
A più di un secolo dalla sua creazione, Werther continua a interrogare interpreti e studiosi per la sua capacità di coniugare lirismo e modernità psicologica: un’opera che, sotto l’apparente delicatezza, cela una visione radicale e profondamente inquieta dell’individuo moderno.
L’azione del dramma si sviluppa per tre stagioni: l’estate (atto primo) che vede l’incontro di Charlotte e Werther; l’autunno (atto secondo) che vede il matrimonio di Charlotte con Albert; l’inverno, la notte di Natale (atto terzo e quarto) con la morte del poeta. Il personaggio di Charlotte nel libretto è di pari importanza a quello di Werther.
Atto primo. Luglio 178… Nei dintorni di Francoforte. Sulla terrazza di casa del borgomastro, che sta insegnando ai suoi figli un canto di Natale. La quindicenne figlia del borgomastro, Sophie, è in scena mentre la sorella maggiore Charlotte si sta preparando per un ballo. Sopraggiungono gli invitati, che si sono dati appuntamento alla casa di Charlotte da dove si recheranno alla festa. Fra gli altri c’è il giovane sognatore Werther, che il borgomastro presenta alla figlia maggiore. Mentre tutti sono al ballo, Sophie, rimasta sola a casa, viene raggiunta da Albert, fidanzato di Charlotte, che ritorna dopo un viaggio durato alcuni mesi ed è colpito dall’assenza della promessa sposa. Ma Sophie lo rassicura: l’amata lo ha sempre pensato. I due si congedano e rientrano Werther e Charlotte: il giovane le dichiara il suo amore, ma la ragazza gli parla della promessa, fatta alla madre morente, di sposare Albert. Werther, pur disperato, non si oppone.
Atto secondo. Nella piazza di Wetzlar, in un giorno di festa settembrino: si celebrano le nozze d’oro del Pastore. Albert e Charlotte sono sposi da tre mesi e gli amici brindano alla loro unione. L’infelice Werther, che da lontano assiste alla festa, viene raggiunto da Albert che, conoscendo i suoi sentimenti, gli dichiara di stimarlo per la sua rinuncia. Sopraggiunge poi Sophie, innamorata di Werther, che gli chiede di ballare, ma l’invito è respinto. Il giovane vuole parlare con Charlotte e la attende vicino alla chiesa per dichiararle ancora una volta il suo amore. Ma ella gli risponde consigliandogli di allontanarsi per qualche mese: tornerà a Natale. Fin d’ora Werther inizia a pensare che solo la morte potrà liberarlo dalla sua infelicità. Rifiuta un nuovo invito alle danze di Sophie e le comunica che se ne andrà per sempre: a questa notizia la giovane scoppia in lacrime.
Atto terzo. La vigilia di Natale nel salotto della casa di Albert. Charlotte è inquieta e rilegge una lettera di Werther, mentre Sophie le chiede se sia triste a causa dell’assenza del giovane: Charlotte non riesce a dissimulare di fronte alla sorella, ma poi cade in un pianto dirotto. Sopraggiunge proprio in quel momento Werther, che è tornato dopo una malattia e dopo aver invano desiderato la morte. Mentre le legge alcuni versi di Ossian le strappa un bacio, ma dopo questo fugace momento di abbandono la donna fugge rinchiudendosi in una camera. Werther lascia la casa: ora sa che non c’è felicità per lui. Poco dopo manda un biglietto ad Albert per chiedergli in prestito le sue pistole, adducendo il pretesto di un viaggio. Charlotte intuisce la verità e si precipita a casa di Werther.
Atto quarto. È la notte di Natale. Il giovane giace morente nel suo studio e, sentendo la voce di Charlotte, si rianima per un attimo, giusto il tempo di chiedere perdono e invocare una serena sepoltura, per poi spirare tra le braccia dell’amata, che ha appena il tempo di confessargli la verità: ella lo ha sempre amato e si rimprovera di aver sacrificato i propri veri sentimenti a un giuramento. Werther morirà felice di questa confessione. Da lontano si odono i bambini che cantano il loro inno natalizio.
Registrato alla Staatsoper di Vienna nel 2005, questo Werther di Jules Massenet porta la firma registica di Andrei Șerban, artista rumeno noto per il suo teatro visivamente elaborato e spesso incline a interventi personali molto marcati. L’azione viene trasferita alla fine degli anni Cinquanta, scelta evidente sin dai primi dettagli scenici: le bambine giocano con l’hula-hoop, gli abiti richiamano l’eleganza borghese del dopoguerra e l’arredamento domestico comprende sedie di plastica, un televisore e persino un’altalena da giardino che conferisce all’insieme un’atmosfera da villeggiatura estiva. Nonostante l’ambientazione novecentesca, il regista mantiene però intatta la scansione temporale dell’opera, sottolineata simbolicamente dall’enorme albero posto al centro della scena, presenza costante e quasi ossessiva che accompagna il mutare delle stagioni e degli stati d’animo.
Il primo atto è probabilmente il più riuscito dal punto di vista visivo. La vicenda si svolge in piena estate, mentre i bambini della famiglia del Bailli, qui particolarmente numerosi (1), provano ironicamente un canto natalizio indossando costumi da bagno. Il contrasto tra il clima vacanziero e l’eco del Natale accentua il senso di straniamento già presente nel libretto e crea un’atmosfera sospesa, malinconica e al tempo stesso lievemente grottesca. Anche il celebre inno alla natura di Werther non si rivolge più a un paesaggio romantico ottocentesco, bensì a un giardino domestico dall’aria ordinaria, quasi dimessa, che sembra evocare i sobborghi della provincia americana immortalati dal cinema degli anni Cinquanta.
L’associazione con A Summer Place (Scandalo al sole) di Delmer Daves nasce spontanea. Charlotte, con il suo aspetto castigato e la sua femminilità trattenuta, ricorda effettivamente Sandra Dee, simbolo di una giovinezza innocente e repressa. In fondo gli anni Cinquanta, dietro la loro apparente modernità, conservavano un moralismo non troppo distante da quello del XIX secolo immaginato da Goethe e da Massenet: un mondo in cui i sentimenti devono essere controllati, nascosti, sacrificati alle convenzioni sociali. Șerban coglie questo aspetto con intelligenza, ma la sua regia tende spesso a eccedere nel desiderio di sottolineare ogni tensione psicologica attraverso movimenti e gesti insistiti.
Il limite maggiore dello spettacolo emerge soprattutto nel finale. Qui il regista abbandona ogni misura e trasforma la morte di Werther in una scena esasperata e melodrammatica. Charlotte si getta sul corpo insanguinato dell’amato, vi si rotola sopra disperatamente e gli confessa finalmente il proprio amore sotto gli occhi di Albert, presenza che rende il momento ancora più forzato. È un’immagine che divide inevitabilmente il pubblico: alcuni la trovano intensa e passionale, altri la percepiscono come un’inutile concessione al sensazionalismo.
Sul podio Philippe Jordan dirige con energia e partecipazione emotiva. All’epoca ancora giovane, il direttore svizzero affronta la partitura con slancio teatrale, valorizzandone i grandi archi lirici e i climax sentimentali senza mai perdere il controllo dell’orchestra. La sua lettura privilegia il lato appassionato dell’opera più che quello intimistico, ma riesce comunque a mettere in luce la raffinatezza timbrica di Massenet e la continua oscillazione tra tenerezza e disperazione che percorre la partitura.
Marcelo Álvarez, inizialmente un po’ rigido nel suo elegante completo scuro da bravo ragazzo degli anni Cinquanta, conquista progressivamente la scena fino a diventare un Werther pienamente credibile. Il confronto con interpreti leggendari del passato come Georges Thill, Tito Schipa o Alfredo Kraus potrebbe intimidire qualsiasi tenore, ma l’artista argentino regge il paragone grazie alla bellezza del timbro, alla generosità del fraseggio e alla capacità di incarnare sinceramente il tormento del personaggio. La sua interpretazione evita il manierismo e punta soprattutto sull’intensità emotiva, culminando in un ultimo atto di forte impatto.
Accanto a lui Elīna Garanča offre una Charlotte di altissimo livello. Il mezzosoprano lettone sfoggia una voce sontuosa, omogenea in tutti i registri e sostenuta da una linea di canto impeccabile. Alla perfezione tecnica si unisce una presenza scenica magnetica, elegante e malinconica, ideale per un personaggio costretto a reprimere continuamente le proprie emozioni. La sua Charlotte appare meno materna e più giovane del consueto, dettaglio che ben si accorda con l’ambientazione anni Cinquanta immaginata da Șerban.
Molto validi anche i comprimari: Adrian Eröd tratteggia un Albert autorevole e misurato, lontano da ogni caricatura del marito ottuso, mentre Ileana Tonca presta a Sophie freschezza vocale e vivacità scenica. Rimane qualche riserva sulla dizione francese dei due protagonisti, non sempre limpida e idiomatica, limite che però non compromette la qualità complessiva dell’esecuzione.
Curioso, infine, il contenuto extra del DVD: Álvarez e Garanča introducono il tradizionale ballo dell’Opera di Vienna e si cimentano persino in un duetto di zarzuela, inserto piuttosto bizzarro rispetto all’atmosfera tragica dell’opera ma interessante come testimonianza del clima mondano che circondava la produzione.
(1) Ben quindici mentre sono sei nel libretto e dieci nell’originale di Goethe.
⸫
- Werther, Pappano/Jacquot, Londra, 27 giugno 2016
- Werther, Mariotti/Cucchi, Bologna, 15 dicembre 2016
- Werther, Pasqualetti/Vizioli, Brescia, 6 novembre 2020
- Werther, Altinoglu/Loy, Milano, 27 giugno 2024
- Werther, Pichon/Huffman, Parigi, 23 gennaio 2025
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