Jan Chęciński

Paria

Stanisław Moniuszko, Paria

Poznań, Hala Widowiskowo-Sportowa Arena, 30 giugno 2019

(video streaming)

L’intolleranza e l’odio classista secondo Graham Vick

Quest’anno si celebra il bicentenario della nascita di Stanisław Moniuszko (1819-1872), il “padre dell’opera polacca” in quanto autore di cinque titoli teatrali. In tutti sono presenti temi del folclore della Polonia e della Lituania, unica entità nazionale dal 1569 al 1791.

Andato in scena a Varsavia l’11 dicembre 1869, Paria si fermò a sei sole repliche prima di cadere in un oblio pressoché totale. Il fatto gettò nello sconforto il compositore che per il resto della vita continuò a chiedersi il perché di quell’insuccesso, visto che la musica era pregevole, piena di belle melodie e l’opera teatralmente efficace.

Il libretto di Jan Chęciński, basato sulla tragedia in cinque atti con cori Le paria (1821) di Casimir Delavigne, era già musicato da Donizetti nel 1829 come Il paria il cui librettista, Domenico Gilardoni, così introduceva la vicenda: «Gli abitanti della penisola bagnata dal Gange, dal Kistna [Krishna] e dall’Indo, venivan partiti in tribù dette caste, delle quali erano tenute in maggior pregio quelle dei bramani o sacerdoti, dei guerrieri, dei negozianti e dei cittadini. Da queste diramavansi le altre, serbando mai sempre l’originario loro nome. Oltre il novero delle medesime, erane una che per superstizione rimotissima riputavasi generata dalle piante del nume Brama, e da questo maledetta. I discendenti di essa, ai quali davasi la denominazione di paria, erano dannati a trarre la loro misera vita nell’erme solitudini dei deserti, a non poter usar con genti d’altre tribù , ed a segnare eziandio le fonti nelle quali spegnevano la loro sete. E l’indica donzella, che avesse osato accorre nel cuore sentimento d’amore per alcun di loro ne sarebbe stata punita con dispregio universale, ignominia, ed infamia oltre la tomba ancora. Avvien che uno di tali sventurati, giovane sovra ogni altro valoroso, impaziente, e vago di veder nuove terre abbandona il padre, e le natie selve di Orissa, cangia le proprie vestimenta, e scende sui piani ameni di Benarez, mentre per fiera pugna che ferve tra gli indiani ed i portoghesi, i primi son giunti all’estremo. Egli incuora, riduce al campo i fuggitivi, e combatte, incalza, e rompe affatto il nemico straniero. Quelle genti superstiziose risguardandolo qual essere sovraumano, gli affidano il supremo imperio delle schiere, e s’ingegnano a tutto potere d’onorarlo in ogni guisa. Il gran bramano, uom senza modo ambizioso, temendo che l’inclito campione, pervenuto ad altissimi gradi, possa usurpargli il freno dell’impero, si avvisa mal suo grado concedergli in moglie la propria figlia, che il giovane ferventemente ama riamato».

Prologo. Idamor, capo delle guardie, salva la vita di un paria poiché lo è lui stesso. È il suo segreto.
Atto I. Bosco foltissimo di palme. Nel tempio Neala è combattuta tra i suoi doveri sacerdotali e l’amore per Idamor cui rivela la decisione del padre di liberarla dai voti e farla sposare. Gli amanti non sanno chi ha scelto Akebar per il marito della figlia. Davanti ai Brahmini Akebar accusa i guerrieri che minacciano il loro potere. Assicura anche che proteggerà il dominio del sacerdozio. Neala teme per il destino del suo Idamor che appare nel tempio alla chiamata del Sommo Sacerdote. Akebar annuncia al giovane capo, che ha difeso il paese dal nemico, che è destinato a essere il marito di Neala per scelta degli dei. I due innamorati si lasciano andare a una grande gioia, che si rivelerà effimera.
Atto II. Idamor rivela il suo segreto a Neala. Dopo un primo attimo di sgomento, l’amore ha la meglio su orrore e disprezzo. Le sacerdotesse sono sorprese dalla preoccupazione della futura sposa. Neala si dispera per il destino di Idamor e ne vuole condividere il destino. Viene annunciato l’arrivo di un vecchio mezzo pazzo che sta cercando Idamor. Il vecchio si rivela essere un paria, Džares, che nel suo salvatore riconosce il figlio che spinge a tornare in patria.
Atto III. Inizia la cerimonia di nozze sul sacro fiume Gange. Akebar recita una preghiera per gli sposi e iniziano le danze di nozze. Il pazzo Džares disturba l’umore gioioso con la sua intrusione nel luogo della cerimonia e come la legge richiede viene condannato a morte. Idamor si getta inutilmente ai piedi del sommo sacerdote chiedendo la grazia per la vita del padre offrendo in cambio la sua. Non serve il tentativo di Džares che dichiara di non conoscere il guerriero. Idamor rivela che anche lui è un paria e viene ucciso da Akebar. Neala allora, sopraggiunta con il corteo nuziale, decide di condividere il destino del vecchio Džares divenendone il sostegno e i due si incammino verso il loro esilio.

150 anni dopo quella sfortunata prima, una produzione molto particolare viene messa in scena da Graham Vick che riprende l’idea del suo Stiffelio per coinvolgere direttamente il pubblico in questa tragedia dell’intolleranza e dell’odio classista. Nel palazzetto dello sport di Poznań gli interpreti si confondono con gli spettatori in piedi occupando gli spazi lasciati vuoti da un pubblico inizialmente stupito, ma ben presto partecipe. Dei giovani con un cartello appeso al collo (attrice, ateo, folle, femminista, emarginato, eretico, secchione…, caratteristiche che ci rendono diversi, rifiutati, strani per gli altri) attendono in piedi su una sedia gli spettatori. In gabbie di vetro, che vengono usate come pedane semoventi, altri giovani eseguono umili lavori. Le sacerdotesse sono suore con un secchio in testa con acqua che versano in una vasca che fa le veci del fiume Gange. Dopo il duetto tra Idamor e Neala entrano in solenne processione i brahmini, ognuno con la sua aureola di led. Particolarmente riuscita è la regia della festa di nozze con le danze nell’acqua coreografate da Ron Howell. Come nello Stiffelio Vick sceglie questo modo di rappresentazione per esaltare il messaggio di denuncia verso il potere religioso e l’intolleranza verso i diversi, temi che sono sempre attuali. E forse è proprio solo in questa maniera che può essere ripreso un titolo desueto come questo.

A capo dell’orchestra del teatro di Poznań Gabriel Chmura, riverito direttore polacco, concerta l’ultimo lavoro di Moniuszko consapevole degli influssi dell’opera francese. Lo asseconda un cast eccellente che supera le difficoltà dell’opera e della particolare messa in scena con abilità. Ecco i loro nomi: Dominik Sutowicz (Idamor), Monika Mych-Nowicka (Neala), Szymon Kobyliński (Akebar) e Mikołaj Zalasiński ( Džares).

Gli spettatori con le loro facce, i loro corpi sono parte dello spettacolo. Molto più di altri, questo dovrebbe essere visto dal vivo per essere pienamente apprezzato.

 

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Straszny dwόr (Il castello dei fantasmi)

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Stanisław Moniuszko, Straszny dwόr (Il castello dei fantasmi)

★★★☆☆

Varsavia, Teatr Wielki, 19 novembre 2015

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Unicum polacco

Dei musicisti polacchi del XIX secolo ricordiamo sempre e soltanto Fryderyk Chopin, ma, soprattutto in patria, è parimente venerato il nome di Stanisław Moniuszko, l’altro grande compositore a cui i compatrioti associano l’eroismo e l’orgoglio della loro terra.

La sua opera più famosa è questo Castello dei fantasmi, quattro atti su libretto di Jan Chęciński, presentata al Teatr Wielki di Varsavia il 28 settembre 1865. Chi pensasse a un’opera romantica e misteriosa se non addirittura inquietante si sbaglia di grosso: il tema cardine di questa tenue vicenda è il patriottismo che viene vinto dall’amore e la musica è quella di un compositore eclettico che ha viaggiato per tutta Europa e ha assimilato i vari stili musicali dell’epoca; stili e stilemi che ritroviamo qui riproposti assieme alle melodie popolari del suo paese. Lortzing, Donizetti, Weber, l’opéra-comique (ma con i dialoghi cantati) e anche anticipazioni di Gilbert & Sullivan (1) sono i primi riferimenti che vengono in mente all’ascolto delle melodie e dei pezzi di insieme di questo lavoro caratterizzato da un’abile costruzione delle scene, da una certa invenzione melodica e dal piacevole colore della strumentazione che accompagna un’esile storia diluita in due ore e mezza di musica. La concisione non è certo una qualità né del librettista né del compositore.

Nel novembre 2015, nello stesso teatro del debutto 150 anni prima e in occasione del cinquantenario della riapertura della sala dopo i restauri dei danni inflitti dalla seconda Guerra Mondiale, viene messa in scena dal regista David Pountney una nuova produzione che nella sua piacevole modernità, le inventive scenografie e i bei costumi anni ’20, non tenta però nessuna attualizzazione. Neanche questo nuovo allestimento però farà guadagnare folle di ammiratori al lavoro di Moniuszko al di fuori dei confini polacchi: la storia dei due scapoli che si votano al celibato per poter meglio servire la patria, ma che alla fine cedono all’amore per due fanciulle tramite l’ingenuo stratagemma di una casa abitata da fantasmi, non è di quelle da avvincere lo spettatore moderno e il paragonare l’opera di Moniuszko alla Sposa venduta di Smetana, come ha fatto qualcuno, è del tutto avventato.

Stefan e Zbigniev al termine della guerra salutano i loro camerati annunciando che mai si sposeranno in modo da essere pronti in qualunque momento per difendere la patria. Ma quando fanno visita al loro vecchio amico Miecznik e ne conoscono le due figlie, Hanna e Jadwiga entrambe  in cerca di marito, i loro propositi vengono messi a dura prova. Con il trucco dei fantasmi le due ragazze riescono quasi a vincere le resistenze dei due celibatari. Nel corso di una festa – e non prima di aver portato in scena una mazurka che impegna il corpo di ballo del teatro – verrà annunciato senza troppe spiegazioni il doppio matrimonio.

Molti sono gli ensemble, ma ognuno dei personaggi viene dotato dal compositore di un pezzo in cui poter sfoggiare le proprie doti canore e a Hanna tocca un’aria di bravura con agilità quasi donizettiane.

Diretti dall’ucraino Andriy Yurkevych, il coro e il cast di sconosciuti interpreti (per noi) eseguono con professionalità la loro missione.

Grazie a theoperaplatform.eu per averci fatto conoscere questa curiosità, per la qualità dell’immagine e dell’audio, ma non sarebbe stato male curare maggiormente le didascalie in inglese afflitte da parecchi errori.

(1) La scena dei ritratti che si animano anticipa di vent’anni quella analoga del loro Ruddigore.