Ariodante

Georg Friedrich Händel, Ariodante

★★★☆☆

Spoleto, Teatro Caio Melisso, giugno 2007

«Scherza infida | in grembo al drudo, | io tradito a morte in braccio | per tua colpa ora men vo»

Avesse scritto anche solo quest’aria, in cui la voce dialoga con i fagotti in pianissimo su un basso pizzicato, Händel sarebbe comun­que uno dei massimi compositori d’opera: quattro versi per dodici mi­nuti di musica sublime e rarefatta in cui l’azione rimane sospesa per farci partecipi del do­lore, del disinganno, dell’angoscia di chi si sente tradito in quel che ha di più caro.

In Ariodante(1734) su adattamento anonimo di un libretto del Salvi (1708) ispirato dai canti V e VI dell’Orlando Furioso, questa è l’aria perno dell’opera in cui le vicende fino a quel mo­mento felici e festose si volgono in tragedia e dolore e neanche il lieto fine di prammatica riu­scirà a dissipare il gusto amaro del finto tradimento inscenato sotto i nostri occhi.

L’intreccio non prevede vicende secondarie ed è tutto concentrato sull’inganno tessuto da Polinesso, duca di Alabany, il quale vuole impedire Il matrimonio tra il principe Ariodante e Ginevra, figlia del re di Scozia ed erede al trono.

Atto I. Gabinetto reale. Ginevra attorniata da paggi e damigelle, tra le quali Dalinda, si rallegra per il prossimo coronamento del suo sogno d’amore . L’infido duca d’Albania, Polinesso, si presenta a Ginevra dichiarandole a sua volta il proprio amore, ma viene da lei sdegnosamente respinto. Partita la principessa, Dalinda rivela al duca sia la notizia delle prossime nozze di Ginevra, sia l’amore che è invece lei stessa a provare per lui. Rimasto solo Polinesso scopre la sua natura di calcolatore interessato al potere e studia di utilizzare il sentimento di Dalinda per ordire un complotto contro il suo rivale. Giardino reale. Mentre Ariodante, da solo, è intento a vagheggiare il suo sentimento, viene raggiunto da Ginevra, e i due si scambiano reciproche dichiarazioni d’amore. Essi sono però sorpresi dall’arrivo del re che conferma le sue benedizioni nei confronti della loro unione, tra le manifestazioni di gioia di Ginevra mentre si allontana. Il re dà quindi disposizioni ad Odoardo per la celebrazione delle nozze e manifesta ad Ariodante i segni del suo affetto paterno e della sua stima. Rimasto di nuovo solo, è la volta di quest’ultimo a manifestare tutta la sua contentezza. Partito il giovane, entrano in scena Polinesso e Dalinda: il duca si dichiara disposto ad offrire alla dama il suo amore, ma le chiede di accoglierlo quella stessa sera, travestita da Ginevra, davanti agli appartamenti della principessa, e di farlo così entrare nelle stanze di lei; egli non rivela, peraltro, il perché della messa in scena, senza che la ragazza riesca ad opporsi alla sua richiesta. Partito il duca, entra in scena Lurcanio, fratello di Ariodante, ed è ora il suo turno nel dichiarare il proprio amore a Dalinda, la quale però, sia pure con grazia, lo respinge. Rimasta sola la malaccorta dama si rallegra invece per il suo amore per Polinesso. Valle deliziosa. Mentre Ariodante si aggira estasiato per la valle, appare anche Ginevra e i due, accompagnati da una lieta sinfonia, invitano ninfe, pastori e pastorelle del luogo ad unirsi alla loro gioia. L’atto si chiude con i rinnovati canti d’amore dei due protagonisti accompagnati dal coro e con un ballo alla francese.
Atto II. Notte con lume di luna (sullo sfondo si intravede la porta segreta del giardino reale da cui si accede agli appartamenti di Ginevra). Polinesso si aggira ansioso sperando nell’arrivo di Ariodante. Quando questi giunge, appare anche in lontananza Dalinda sotto le spoglie di Ginevra: Ariodante mostra a Polinesso tutta la sua gioia nel vederla, ma il duca sostiene perfidamente che è a lui che la principessa “dispensa amorosi contenti”, e si offre di darne dimostrazione concreta all’infuriato giovane, mentre anche Lurcanio, entrato nel frattempo in scena, assiste non visto agli accadimenti. Ariodante minaccia di morte il duca se le sue parole si riveleranno menzognere, ma, quando lo vede ammesso agli appartamenti di Ginevra, è a sé stesso che vorrebbe dare la morte, se l’intervento del fratello, che gli strappa la spada, non glielo impedisse. Rimasto solo e senz’armi, Ariodante canta tutto il suo dolore in una mesta aria di disperazione Partito Ariodante, Polinesso pregusta il suo trionfo facendo vane promesse alla sprovveduta Dalinda: questa canta la sua gioia nell’arioso mentre, una volta rimasto solo, Polinesso intona una perfida aria inneggiante al tradimento. Galleria del palazzo reale. Mentre il re si accinge a designare formalmente Ariodante come proprio erede, Odoardo gli comunica la notizia che il principe è scomparso in mare precipitandosi da una roccia, notizia che provoca lo sconforto del monarca. Partito il re con il seguito per investigare sull’accaduto, entrano in scena Ginevra e Dalinda. La principessa è misteriosamente inquieta e, allorché il padre rientra dandole la triste notizia della morte del suo amato, è colta da un malore e deve essere trasportata fuori scena da Dalinda e dal seguito. Quando anche il re si accinge a partire a sua volta, gli si fanno però incontro Lurcanio e Odoardo, ed il primo accusa l’impudicizia di Ginevra della morte di Ariodante, offrendosi di “sostener col brando” la veridicità della sua accusa ed invitando il re a fare il suo dovere di monarca, dimenticando i suoi affetti di padre. Partito Lurcanio e rientrate Ginevra e Dalinda, il re dichiara di disconoscere una figlia impudica e si allontana sdegnato, lasciandole due donne in preda allo sconforto. Ginevra si assopisce e l’atto si chiude con una ballo che ha per protagonisti vari tipi di sogni, e con le meste parole di Ginevra che si lamenta, nel ridestarsi, di non poter trovar conforto neppure nel sonno.
Atto III. Bosco. Ariodante, solo, si lamenta contro i numi che l’hanno lasciato “vivere per dargli mille morti”, quando irrompe in scena Dalinda inseguita da due sicari del duca che stanno cercando di ucciderla. Ariodante mette in fuga i due e la donna gli rivela l’inganno di cui è stato vittima la notte prima. Il principe inveisce allora contro il buio, i suoi occhi ed il travestimento che lo hanno così malamente ingannato. Rimasta sola, Dalinda invoca i fulmini del cielo sul traditore Polinesso. Giardino reale. Il re dichiara la propria intenzione di non incontrare la figlia finché non compaia qualche cavaliere disposto a prendere le sue difese nell’ordalia aperta dalle accuse di Lurcanio. Polinesso si fa avanti e si dichiara “di Ginevra il difensor”. Partito il duca, il re manda a chiamare la figlia. Ginevra protesta la propria innocenza ed implora di poter almeno baciare le paterne mani che hanno decretato la sua morte. Il re le comunica che Polinesso si è levato in sua difesa e respinge la rinunzia “a tal difesa” da parte della figlia. Restata sola, Ginevra invoca la morte quale minore dei suoi mali. Steccato dell’arengo. La corte e il popolo sono adunati per lo svolgimento del giudizio di Dio: Lurcanio invita i difensori di Ginevra a farsi avanti, affronta Polinesso e lo trafigge mortalmente. Chiede quindi se vi siano altri che aspirino “a difender la rea” ed è allora lo stesso sovrano che decide di scendere in campo a tutela del suo onore. Egli viene però fermato dalla subitanea comparsa di un cavaliere incognito che dichiara di assumere lui la difesa dell’innocente Ginevra, e, allorquando Lurcanio si fa avanti per affrontarlo, alza la visiera della propria armatura e si rivela per Ariodante: il principe comunica al fratello di essere accorso non appena appreso dell’innocenza e del pericolo in cui si trovava la sua principessa, ma prima di rivelare i particolari chiede al re la grazia preventiva per il “delitto innocente” compiuto da Dalinda. La donna entra allora in scena dichiarandosi complice inconsapevole di Polinesso, subito seguita da Odoardo che comunica che il duca morendo ha confessato le sue frodi. Il re perdona tutto e si precipita dalla figlia, mentre Ariodante si esibisce in una tipica, virtuosistica, aria. Rimasto solo con Dalinda, Lurcanio le rinnova le sue profferte d’amore e questa volta la giovane, commossa, accetta. Appartamento destinato per carcere di Ginevra. Ginevra, sola, piange sulla sua sorte, quando tutti irrompono esultanti nella sua prigione comunicandole l’accaduto, ed il re invita la corte ad organizzare convenienti festeggiamenti generali. Rimasti soli, Ariodante e Ginevra intonano un duetto inneggiante all’amore e alla fedeltà. Salone reale. L’opera si conclude con cori e ballo finale.

Siamo a Spoleto nel luglio 2007 e nel personaggio del titolo abbiamo Ann Hallenberg, vocalmente eccellente (Cecilia Bartoli in un bis da concerto in questa stessa aria è tutt’altra cosa però e il suo da capo con varia­zioni fa scorrere brividi lungo la schiena per non parlare della struggente e intensissima recente versione di Franco Fagioli, anche lui in concerto), ma sta un po’ “stretta” nei panni virili del personaggio ed è poco credibi­le come eroe ariostesco. Più plausibile è il malvagio Polinesso di Mary-Ellen Nesi, men­tre sensuale è la Ginevra di Laura Cherici e giustamen­te infelice la Dalin­da di Marta Vandoni Iorio, perfidamente ingannata.

In om­bra gli in­terpreti maschili, il re da operetta di Carlo Lepore e soprattutto il Lurca­nio di Za­chary Stains, che dopo l’Ercole nudo dell’an­no precedente con­ferma le sue doti sceniche (anche se qui è vestito di tutto punto), ma ahi­mè anche le sue manchevo­lezze vocali.

In orchestra abbiamo ancora una volta un Curtis senza passione, che diligentemente inanella le magnifiche arie una dopo l’altra con preci­sione, ma senza anima e senza cercare di render­ci partecipi dei senti­menti che vengono messi in scena.

Anche il regista è quello del Vivaldi dell’anno precedente, ma qui Pascoe riesce ancora una volta ad adattar­si con abilità alle esigue dimensioni del teatro Caio Melisso dove am­bienta la vi­cenda nella corte inglese in trasferta in Iscozia negli anni ’50, quelli dell’incoro­nazione di Elisabetta II, e pone gran cura nei dettagli dei costumi (twin-set di cachemire, gonne plissettate di tweed, collane di perle, cappellini che sembrano presi in prestito dal guardaroba della Regina Madre) e nelle scene, con tanto di bellissimi cardi azzurri e rovine goti­co-romantiche. Ma mentre il regista cerca con la sua ambientazione di renderci più vicini i personaggi con le loro emozioni, il direttore d’or­chestra tende a cristallizzare le note in un distante contesto settecente­sco, come conferma lui stesso nell’introduzio­ne all’opera contenuta nel secondo disco.

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  • Ariodante, Marcon/Jones, Aix-en-Provence, 12 luglio 2014
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