Le grand macabre

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★★★★★

«Visione consigliata a un pubblico adulto» (1)

Basato liberamente su La balade du grand macabre (1934) dello scrittore Michel de Ghelderode, il libretto è di Ligeti e di Michael Meschke, direttore del teatro di marionette di Stoccolma dove è avvenuto il debutto nel 1978. Scritto inizialmente in tedesco è stato tradotto in svedese, ma da allora l’opera viene rappresentata anche in inglese, francese, italiano e ungherese. Caso forse unico di opera in cui si è tenuto conto delle diversità delle lingue e che richiede solo minimi aggiustamenti nel passaggio da una all’altra. L’edizione vista a Roma quattro anni fa (con scandalo del pubblico dell’Opera e grande successo, invece, del pubblico di Santa Cecilia con Barbara Hannigan pochi giorni dopo) era in lingua inglese. La registrazione del 2011 della stessa edizione viene dal Liceu di Barcellona e usa la seconda versione del lavoro (1997) con i recitativi cantati al posto dei dialoghi parlati.

La musica che il compositore ungherese presta alla sua unica opera non ha quei suoni di «cosmica immobilità» della colonna sonora del film di Kubrick 2001: A Space Odissey (dove venivano usati brani tratti dai suoi Requiem e da Lux aeterna). Qui Ligeti si diverte a creare un eclettico catalogo di pseudo-citazioni musicali che vanno da Beethoven a Scott Joplin, da Schubert a Charles Ives, da Rameau a Čajkovskij. Una sorta di trompe-l’oreille, come dice il direttore Michael Boder nell’intervista contenuta negli extra del disco, analoghi ai trompe-l’œil della pittura o agli objets trouvés della pop art. È uno stile che si adatta perfettamente allo humour non solo testuale, ma anche musicale di questa sua anti-anti-opera. Nelle parole del musicista il lavoro del surrealista belga «sembrava fatto apposta per le mie idee musicali e drammatiche: una fine del mondo che poi in realtà non ha affatto luogo […] il mondo della immaginaria Bruegelland, distrutto e ciononostante fortunatamente prospero, ubriaco e dissoluto».

Il preludio di 12 clacson “intonati” con cui inizia l’opera accompagna un video di ordinario squallore in cui una ragazza, dopo aver ingurgitato immondi fast-food, si accascia per terra ed è il suo corpo in scala gigantesca che ritroviamo in scena, un corpo-scenografia da cui escono ed entrano i personaggi e sul quale vengono proiettate immagini tridimensionali che seguono magicamente il corpo quando esso ruota utilizzando la 3-D mapping. Siamo nel mondo incantato e ipertecnologico de La Fura dels Baus che cura la messa in scena di questo spettacolo.

Il rimando alle figure mostruose della pittura fiamminga di Bruegel e Bosch è evidente nella visione della compagnia catalana. Siamo infatti nel mondo fittizio di Bruegelland quando appare Nekrotzar, il Grand Macabre del titolo, ad annunciare la fine del mondo. Tra questa brulicante umanità minacciata dall’estinzione ci sono anche il beone Piet e la coppia di amanti Spermando e Clitoria (che la pruderie censoria ha ribattezzato Amando e Amanda). Nella seconda scena facciamo la conoscenza della terrificante coppia formata dall’astronomo Astradamors, che vede al telescopio la cometa che sta per schiantarsi sulla Terra, e dalla moglie Mescalina ossessionata dal sesso. Nella terza scena vediamo il potere corrotto nella figura dell’inetto principe Go-Go e dei suoi due ministri che in uno spassoso duetto si scambiano velenosi insulti elencati ordinati alfabeticamente dalla a alla z. Nell’ultima scena si scopre che a Bruegelland nulla è cambiato e Nekrotzar si è rivelato un ciarlatano. Come nel Rake’s Progress di Stravinskij il finale porta alla ribalta tutti i personaggi per cantare la morale: la morte è certa, nell’attesa godiamoci la vita.

Ligeti chiede moltissimo sia all’orchestra, qui condotta con grande maestria da Michael Boder, sia ai cantanti: Chris Merritt, Werner Mechelen, Barbara Hannigan e tutti gli altri non si risparmiano nei loro impervi ruoli.

Ottima immagine, due superbe tracce audio ed extra interessanti. Sottotitoli anche in italiano.

(1) Avviso stampato sulla locandina dello spettacolo all’Opera di Roma.

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