Jenůfa

  1. Davis/Lehnhoff 1989
  2. Bolton/Braunschweig 2009

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★★★★☆

1. La più famosa opera del compositore moravo nella versione originale

Arrivare al successo a sessant’anni denota una costanza e un’umiltà che Leoš Janáček ha dimostrato ampiamente. Osteggiata per lungo tempo, a distanza di quasi ventidue anni dalla scrittura delle prime pagine, finalmente il 26 maggio 1916 Její pastorkyňa (La sua figliastra, il titolo Jenůfa, dal nome della protagonista, prenderà piedi più tardi) andava in scena nella capitale, al Národní Divadlo (Teatro Nazionale) di Praga e poco conta che parte del successo ottenuto fosse dovuto al sentimento anti-austriaco che si respirava nella città boema e che inconsciamente la vicenda morava dall’ambientazione contadina sembrava alimentare. Non che fossero mancate rappresentazioni dell’opera prima di quella sera, ma il debutto era avvenuto nel 1904 nella sala da ballo di un caffè di Brno con un organico del tutto insoddisfacente in cui mancavano, tra gli altri, l’arpa (!), il corno inglese e il clarinetto basso. E le riprese nei teatri della città morava non è che fossero andate meglio. La consacrazione praghese poneva fine a tanti anni di amarezze e delusioni.

Její pastorkyňa (1890) è anche il titolo della pièce di Gabriela Preissová da cui è tratta la terza opera di Janáček. Terribile vicenda di un infanticidio, l’opera è lugubremente dedicata alla giovane figlia del compositore, Olga, morta l’anno precedente. Jenůfa è l’ingenua vittima della società rurale in cui il ricco e bello Števa, di cui la ragazza è innamorata, finisce per “metterla nei guai” (una volta si diceva così) e si rifiuta di maritarla. La matrigna, per salvare l’onore, si sbarazza del neonato, in barba alla pietà cristiana continuamente professata. Scoperto il cadaverino, la vecchia confessa il delitto e alla povera fanciulla non resta che il matrimonio riparatore con quel Laca (pronuncia Latza) che da sempre l’ha amata e che dopo averle messo i vermi nel vaso di rosmarino l’ha pure sfregiata! I particolari in cronaca. (1) (2)

Ben tre sono le versioni dell’opera di Janáček: 1903 la prima, 1908 la seconda con la pubblicazione dello spartito, 1916 la terza con le correzioni all’orchestrazione imposte dal direttore musicale del Národní Divadlo Karel Kovařovic. Jenůfa aveva un’ouverture, ma Janáček decise di non utilizzare quella composta che da allora è diventata un pezzo da concerto a sé stante col titolo di Žárlivost (Gelosia).

La produzione del 1989 al Festival di Glyndebourne (che seguiva quella dell’anno precedente di Káťa Kabanová) porta in scena la prima versione ed è affidata al regista Nikolaus Lehnhoff. Assieme allo scenografo Tobias Hoheisel, Lehnhoff allestisce una scena claustrofobica che nel primo atto rappresenta una corte angusta e chiusa e negli altri due atti una camera stretta e lunga in cui la statura dei personaggi e il loro rovello psicologico vengono ingigantiti al massimo (forse il palcoscenico del vecchio teatro non avrebbe comunque permesso tanto di più). Stupendo il finale, quando alla confessione della matrigna il paese convenuto per il matrimonio sfoga la sua rabbia selvaggia mettendo a soqquadro la povera stanzetta e i due giovani su quelle macerie decidono di mettere insieme le loro vite per affrontare con meno angoscia il futuro sul ritmo cullante e tristemente struggente dell’arpa e dei violini. L’ultima immagine è quella della misera pianta di rosmarino che sembra prendere nuova vita dal sole che filtra dalle finestre di una tanto attesa primavera.

Nel ruolo del titolo Roberta Alexander, pur con una voce un po’ troppo vibrata, dimostra grande sensibilità per il personaggio che tratteggia in tutte le sue sfumature. Vocalmente non impeccabile non è neanche Philip Langridge, ma il suo Laca è costruito con grande intelligenza e partecipazione. Presenza scenica possente, da attrice consumata che ha bisogno solo di un accenno di sguardo, di un gesto trattenuto per esprimere tutto il tormento e il rimorso delle sue azioni è la Kostelnička di Anja Silja che giganteggia con una vocalità inesausta. Un po’ meno soddisfacente, ma comunque convincente, è lo Števa di Mark Baker.

Direzione musicale partecipe e dalla giusta tensione drammatica è quella di Andrew Davis. Purtroppo la resa sonora del disco non è ottimale, con un certo distacco tra il livello e la qualità sonora dell’orchestra e le voci dei cantanti. Ancora peggio la qualità video con colori che sbavano, effetto scia nelle figure in movimento e immagini granulose che denunciano la provenienza da nastro VHS della registrazione.

Nessun extra, nessun opuscolo e sottotitoli, fissi, solo in inglese.

(1) Ecco i complicati rapporti di parentela dei personaggi. La vecchia nonna Buryjovka ha avuto due figli: il primogenito mugnaio Buryia che ha sposato la vedova Klemeň (che aveva già un figlio, Laca), con la quale ha generato Števa, e il secondogenito Toma Buryja che dalla prima moglie ha avuto Jenůfa e poi ha sposato la sacrestana (Petrona Slomková). Quindi Laca e Števa sono fratellastri e Jenůfa è loro cugina e figliastra della sacrestana. I due uomini (Laca Klemeň e Števa Burya) sono figli della stessa madre, ma di padri diversi: Laca è più anziano, ma tutta l’eredità dei Buryja (il mulino e proprietà connesse) va al fratellastro per ragioni di maggiorascato e a Laca viene semplicemente concesso di lavorare al mulino come qualunque altro estraneo. Da parte sua Jenůfa è figlia di Toma e di una donna (Jenůfa sr., figlia di un albergatore) morta poco dopo averla data alla luce ed è per questo che la bimba ne ha preso il nome. Petrona Slomková ha sposato Toma da vedovo e alla morte di costui ha trovato impiego come sacrestana (kostelnička) presso la locale cappella. Jenůfa jr. viene da lei allevata come una figlia.

(2) Sulla personalità dei protagonisti dell’opera si legga questo arguto intervento in rete da cui estrapoliamo il seguente lungo brano. «La figura centrale è fuor di dubbio quella della Kostelnička, poiché è lei che determina, nel bene e nel male, ogni singolo sviluppo del dramma che si consuma nella sperduta Veborany. Lo stesso titolo della fonte di Janáček (che il compositore originariamente trasferì anche all’opera) lo testimonia senza ombra di dubbio: Jenůfa vi compare implicitamente, indicata come la sua (della Kostelnička, appunto) figliastra, quindi l’enfasi è sulla titolare i cui comportamenti evidenziano una chiara instabilità psichica, che un suo conterraneo e contemporaneo avrebbe potuto analizzare e magari curare applicando le sue recenti scoperte in tema di psicanalisi: peccato che Petrona Slomkova non abbia avuto la ventura di passare a Příbor per farsi visitare da tale Sigismund Shlomo Freud. Certo, il suo equilibrio psichico doveva essere stato turbato da tutta una serie di circostanze esistenziali particolarmente avverse. Dunque, vediamo: Petrona riceve un’educazione assai severa dal padre (para-medico molto rispettato in paese) e alla morte di lui deve accudire la madre (donna pia e in perenne ansia che qualche uomo le porti via la figlia). A 27 anni – quindi non più una ragazzina – conosce Toma Buryja (bello e pure ricco!) e se ne innamora. Ma lui sposa un’altra (Jenůfa-sr) che muore partorendo una bimba (Jenůfa-jr). Allora è Toma a cercare Petrona, la quale decide di sposarlo, attirandosi così mille maledizioni dalla madre, che non può vedere quel poco di buono (la suocera Buryjovka invece è ben felice che una donna proba tenga a bada il figlio scapestrato). La stessa Petrona deve presto pentirsi del matrimonio, viste le abitudini del marito, che beve e perde tutte le sue sostanze al gioco e a lei riserva solo maltrattamenti. Per di più lei ha scoperto di non poter avere figli, e da questa frustrazione nasce un amore possessivo per la piccola Jenůfa, che è l’unica cosa che le rimane alla morte del marito, ucciso accidentalmente dalla fucilata di un cacciatore. La sua rettitudine e moralità le fa ottenere il posto di sacrestana (Kostelnička). Quando i due fratellastri Števa e Laca cominciano a frequentare Jenůfa, ormai adolescente, le simpatie di Petrona vanno istintivamente a Laca: primo perché lui è (precisamente come lei stessa) estraneo alla famiglia Buryja e quindi penalizzato (tutta l’eredità va a Števa) e secondo perché è un ragazzo con la testa a posto, al contrario del fratellastro che assomiglia – quanto a cattive abitudini – allo zio Toma. Naturale quindi che lei sia contraria alla relazione della figliastra con Števa, ma quando fra i due sopravviene il ‘fatto compiuto’ tutta la sua esistenza è volta al perseguimento del bene (o del… minor male) di Jenůfa: così la nasconde fino al parto e contemporaneamente comincia a sperare che il bimbo (del peccato, quindi ‘sbagliato’) non veda la luce; e quando la vede, dice direttamente in faccia alla figliastra di augurarsi che Dio le tolga quel figlio dalle mani. Per rispetto delle convenzioni di cui è impregnata, cerca comunque di convincere il padre ad addivenire alle classiche nozze riparatrici. Mancato questo obiettivo, la sua decisione è ormai presa: sopprimere il bimbo (qui non è da escludere un inconscio senso di invidia per la figliastra, che un figlio lo ha avuto, mentre a lei era stato negato…).
Quanto alla povera protagonista, lei è una donna sfortunata fin dalla nascita, per la perdita della madre e più tardi del padre: rimane quindi alla mercè di una matrigna tanto possessiva quanto amorevole, che di fatto cerca di sequestrarle ogni libertà di pensiero e di movimento, e successivamente di indirizzare a modo suo la spinosa gestione della nascita e del futuro del nipotino. La stessa conclusione della vicenda ce ne mostra l’intrinseca debolezza di carattere e la subalternità di fronte ad eventi che appaiono decisamente più grandi di lei.
Il personaggio di Laca, come detto, ha qualche punto di contatto con quello della Kostelnička: è figlio della stessa madre di Števa, del quale però non condivide la fortuna, né quella economica, né quella sentimentale, sempre preceduto sul traguardo dal più giovane e privilegiato fratellastro. Naturale che provi risentimento verso quest’ultimo, ma anche verso Jenůfa, rea di preferire il bello e ricco (ma anche vuoto e inaffidabile) Števa a lui che è buono e fedele, ma povero. E così la sua frustrazione sfocia nell’atto violento di sfregiare una guancia della ragazza che gli si nega. Da notare al proposito che sono proprio lui e la matrigna di Jenůfa a rendersi responsabili dei due crimini che caratterizzano la vicenda.
Števa è il classico figlio-di-papà, già nato con la camicia e al quale va (fino a un certo punto!) tutte bene: si prende l’eredità, è il prediletto della cugina, ha fortuna con le donne, antepone la bella vita ai doveri familiari, riesce ad evitare il servizio militare e infine può scegliersi in moglie la figlia della massima autorità locale! La fine ingloriosa che gli viene riservata sembra quasi una giusta punizione divina per il suo comportamento irresponsabile.
Per ultima, nonna Buryjovka: è un personaggio opaco, privo ormai di qualunque iniziativa; una vecchia che non riesce a comprendere che il mondo sta cambiando e che subisce passivamente gli avvenimenti che accadono attorno a lei; non a caso è l’unica persona della famiglia ad essere assente dal secondo atto, dove si sviluppa tutto il dramma dei Buryja».

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★★★☆☆

2. In scena solo un vaso di rosmarino

Jenůfa possiede già tutte le peculiarità dello stile del compositore moravo e del suo inimitabile teatro, compresa quella tensione ritmica, inesorabile come lo scandire del tempo, che sentiamo fin dalle prime battute dell’ouverture scandite allo xilofono e che non sfigurerebbero nella colonna sonora di un film di Hitchcock. Col tempo è diventata la più famosa e la più rappresentata delle opere del compositore moravo.

Questa produzione su DVD del 2009 proviene dal Teatro Real di Madrid ed è diretta con grande senso della partecipazione da Ivor Bolton che bilancia a meraviglia i passaggi lirici con i vigorosi momenti percussivi, i gai accenni di danza dei pochi momenti lieti con i terribili lunghi silenzi della splendida partitura.

In scena un cast che comprende cantanti di varia nazionalità. Inglese è l’interprete titolare, Amanda Roocroft, forse non abbastanza giovane per la parte, ma ottima vocalmente e scenicamente in un ruolo in cui viene ormai identificata. Estremamente toccante la sua preghiera del secondo atto,  che non sfigura per intensità espressiva e bellezza accanto a quella della Desdemona di Verdi.

Americana è la Kostelnička di Deborah Polaski, sempre molto trattenuta e ben lontana dal modello che aveva in Naděžda Kniplová l’esponente più illustre del passato. Il soprano drammatico del Wisconsin lascia alla forza delle parole la spaventosa espressione di questo tremendo personaggio: «Oh quanto ho pregato perché il piccolo non venisse alla luce… Invano! È da una settimana che respira e non dà segno di voler morire». Il suo è un personaggio talmente e terribilmente umano che rende quasi comprensibile la sua turpe azione. Indicibilmente strazianti sono la sua confessione e il successivo addio alla figliastra prima di quello che è uno dei più bei finali d’opera di tutti i tempi, con quell’esile promessa di felicità suggerita dall’ondeggiante motivo in terzine di biscrome dell’arpa sostenuto dalle struggenti note dei violini.

Slovacco è Miroslav Dvorský, Laca, che però risulta il meno convincente di tutti ed è inutilmente stentoreo. Austriaco infine Nikolai Schukoff, gagliardo Števa, con quella seducente faccia da schiaffi perfettamente in linea col personaggio.

La messa in scena di Stéphane Braunschweig è del tutto spoglia e la scena nuda non distrae certo dal dramma umano che vi si svolge, ma non offre neppure alcun appiglio visuale alla rappresentazione. Soltanto pochi particolari fanno riferimento all’ambientazione: il vaso di rosmarino, un lettino bianco, quattro banchi da chiesa, le pale di un mulino che escono dal pavimento ruotando minacciose. Nero e bianco sono i soli colori presenti – anche Jenůfa dopo l’abito bianco veste un luttuoso nero pure per il suo matrimonio – unica eccezione il rosso delle uniformi delle reclute e della croce latina. Di gusto discutibile, anche se di facile teatralità, la pioggia di paillettes sulla culla vuota. Efficace e determinante in questa nudità scenica è il ruolo delle luci affidate a Marion Hewlett.

Sottotitoli in quattro lingue, ma non l’italiano. Come bonus solo il riassunto della trama e la galleria degli interpreti.