Kát’a Kabanová

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★★★★☆

«Sublime tragedia della colpa» (1)

Come l’omonima Katerina Izmailova del racconto di Leskov musicato da Šostakovič,  anche la Kát’a (Caterina) Kabanová del dramma di Aleksandr Nikolaevič Ostrovskij Гроза (Grozá, Uragano, 1859) è una “mal marià”, come si dice dalle mie parti. Ha infatti un ma­rito imbelle in partenza per un viaggio il quale la lascia in balia delle tentazioni e nelle grinfie qui di una suocera (là di un suocero) che non vedono l’ora di rende­re la vita ancora più grama alla povera nuora.

La protagonista dell’o­pera di Janáček, andata in scena nel 1921 a Brno, non arriva all’omicidio come la omologa russa, ma in preda ai rimorsi per l’adulterio consumato, durante un temporale si getta nel Volga lì vicino, commettendo un peccato ancora peggiore dell’assassinio. Kát’a è ossessionata dal peccato, come un po’ tutti gli abitanti del villaggio. La soggezione religiosa è infatti molto forte nel dramma del compositore moravo, che aveva avuto la sua istruzione in un convento di Brno – mentre in quello del russo l’unico accenno alla religione è nella figura del prete orto­dosso ubriacone e lascivo.

Atto I. Intorno al 1860, in una cittadina sulle rive del Volga. Nel parco sulla riva del fiume, passeggiano alcune persone. Boris litiga con lo zio Dikoj e si lamenta del fatto che è lontano dall’amata Mosca e con uno zio dal carattere orribile. Intanto escono dalla chiesa Tichon, sua madre, Káťa e Varvara. Kabanicha accusa il figlio di trascurarla per la moglie, ma Káťa la rassicura che il figlio continua ad amarla. Oppressa da molti sentimenti, Káťa svela a Varvara di amare un altro uomo. In quel momento giunge Tichon, dicendo che deve partire per un lungo viaggio. Káťa implora di portarla con sé, ma Tichon rifiuta. Káťa allora si impone di non parlare più con nessun’altra persona durante la sua assenza e di pensare soltanto a lui. Partito Tichon, Kabanicha sottopone Káťa agli umilianti rituali che una moglie deve compiere durante l’assenza del marito.
Atto II. Kabanicha continua a maltrattare Káťa, che tenta invano di difendersi. Varvara ruba le chiavi del cancello e le dà a Káťa per incontrarsi con l’amante. Káťa esita, ma al ritorno della suocera nasconde la chiave. Nel frattempo Dikoj, ubriaco, chiede ospitalità a Kabanicha per la notte. Varvara e Káťa s’incontrano con i loro amanti. Kudrjáš e Varvara si allontanano, lasciando gli altri due da soli, e Káťa si getta tra le braccia di Boris. Passata la notte, Varvara e Káťa rientrano, quest’ultima in preda al rimorso.
Atto III. Durante un temporale, Káťa è sconvolta dai rimorsi e dai segreti. Al ritorno di Tichon, rivela al marito e alla suocera di avere un amante e scappa sotto la pioggia. Mentre Varvara e Kudrjáš progettano un’impossibile fuga verso Mosca, Káťa è disperata e decisa a farla finita. Incontra per l’ultima volta Boris, che sta per partire per la Siberia con lo zio. Dopo l’addio a Boris, Káťa si getta nel Volga. Dopo aver visto il corpo della moglie annegata, Tichon accusa i presenti di aver provocato loro quella morte mentre invece Kabanicha ringrazia tutti per aver recuperato il corpo.

Kát’a Kabanová, la settima delle dieci opere compiute di Janáček (2), è «una storia d’incomunicabilità, solipsismo, rassegnazione e debolezza. […] L’unicità di Janáček, in quest’opera, è stata quella di consegnarci la descrizione di un mondo antico e primitivo narrato con tutta la ferocia della lingua moderna, in una gamma che va dagli oscuri brontolii fino alle so­norità terse, trasognate e celestiali.» (Franco Pulcini)

La registrazione della produzione del festival di Glyndebourne è del 1988 e si avvale della direzione musicale di Sir Andrew Davis, direttore del festival stesso, alla guida della London Philarmonic, particolarmente convin­cente in questo dramma di passione struggente.

Lo assecondano in questa lettura il bravissimo soprano Nancy Gustafson e un cast di interpreti inglesi di buon livello tra cui spicca la carat­terizzazione di Felicity Palmer nella parte dell’odiosa suocera. Una fugace comparsa la fa anche un allora non ancora famoso Christopher Ventris.

Scene di Tobias Hoheisel molto semplici e dai colori primari che sottolineano la crudezza della vi­cenda. Dai credits non si capisce di che la regia è di Nikolaus Lehnhoff, mentre quella video, abbastanza “creativa”, è di Derek Bailey.

Immagine e audio scadenti da riversamento VHS. Sottotitoli in quattro lingue, ma non in italiano e senza extra se non due trailer pubblicitari.

(1) La definizione è di Franco Pulcini.
(2) Sesta delle nove se contiamo come un’opera sola i due Viaggi del Signor Brouček (uno sulla Luna e l’altro al XV secolo).

 

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