Stiffelio

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Giuseppe Verdi, Stiffelio

★★★☆☆

Venezia, 24 gennaio 2016

(video streaming)

«Un soggetto a noi contemporaneo, gli attori ci compariscono in iscena coi ridicoli nostri vestiti» (1)

«Lo stiffelius era, fino al XX secolo, una giacca scura, lunga fino al ginocchio, aperta posteriormente, a petto unico, con revers slanciati, indossata da benestanti e persone di ceto superiore (una volta era l’abito dei senatori). Era chiamata anche redingote (da “riding coat”) o finanziera. […] Stiffelio (italianizzazione di Stiffelius) è il nome di un protagonista di una novella francese, poi adattata a commedia, di Émile Souvestre e Eugène Bourgeois, che era stata tradotta in italiano da Gaetano Vestri, Le pasteur ou l’Évangile et le foyer, rappresentata nel febbraio 1849. […] Il dramma dell’uomo tradito negli affetti familiari era di moda nell’Ottocento. […] Il tradimento era, per così dire, fisiologico, perché troppo spesso o quasi sempre allora (ma anche ora), molte giovani donne venivano spinte al matrimonio da ragioni di convenienza, per poi scoprire, una volta sposate, la sensualità e la passione. […] Verdi qui anticipa l’argomento e sceglie il soggetto, su consiglio di Piave, perché stanco dei soliti intrecci melodrammatici, anticipando La Traviata e imboccando la strada del realismo. L’opera, per la prima volta, non gli era stata commissionata da un teatro, ma dallo stesso editore Giulio Ricordi». (Antonio Rizzoli)

A ridosso della trilogia popolare, questo dramma in tre atti di Francesco Maria Piave viene rappresentato a Trieste il 16 novembre 1850, cinque mesi prima del Rigoletto. Il successo è condizionato dagli scrupoli censori di chi vede lo scandalo di un uomo di chiesa, seppure protestante, essere coinvolto in un affare di adulterio. La censura aveva fatto modificare molte battute del libretto (le parole «Ministro, confessatemi» della moglie rivolte al marito pastore evangelico erano diventate le banali «Adolfo, ascoltatemi») ed eliminare dalla scena croce e altare, la chiesa non doveva sembrare una chiesa! Per la ripresa l’anno dopo a Firenze il protagonista è trasformato in primo ministro tedesco e il titolo diventa Guglielmo Wellingrode, finché Verdi stanco dell’accanimento della censura decide di abbandonare il soggetto per riprenderlo sei anni dopo nell’Aroldo. (2)

Il teatro veneziano nel dicembre 1985 aveva proposto assieme le due opere (3) per un utile confronto e ora rimette in cartellone lo Stiffelio, in cui il linguaggio drammaturgico verdiano si rivela totalmente differente dai lavori precedenti, passando come fa dai temi risorgimentali/patriottici alle vicende borghesi del suo tempo. Trent’anni dopo l’opera di Verdi ha l’allestimento minimalista di Johannes Weigand e la direzione di Daniele Rustioni. La vicenda borghese che suggerirebbe un’ambientazione claustrofobica è risolta invece dal regista e dallo scenografo Guido Petzold in un ambiente che non è né interno né esterno: una grata si apre su un palo con tre luci a cui si avvolge una scala (se è un pulpito non viene mai usato come tale). Una lunga tavola portata avanti e indietro, sedie e sgabelli sono gli unici elementi in scena. L’assenza di un’idea drammaturgica si accompagna a stranezze, come quando Stiffelius, pastore protestante ricordiamo, diventa un santone guaritore allorché ridà l’uso delle gambe a una malata. (4) La possibilità di realizzare uno scontro di personaggi e di psicologie contrastanti (c’è chi ha parlato di Pirandello per questo lavoro) viene completamente trascurata da una regia attoriale vuota.

Vocalmente, a parte lo Stiffelio di Stefano Secco ragguardevole per fraseggio e varietà di colori, la Lina di Julianna di Giacomo e lo Stankar di Dimitri Platanias si fanno notare  per uno stile vocale generico e tendente al grido verista.

Il giovane Rustioni assomiglia a Riccardo Muti da giovane nei tratti e nella baldanza dei ritmi imposti all’orchestra, ma complessivamente offre una prova sicura delle sue capacità.

(1) Da una recensione della prima.
(2) Atto primo. In Germania al principio del secolo XIX, sulle rive dello Salzbach, presso il castello del conte di Stankar. Stiffelio, alias Rodolfo Müller, capo di una non meglio definita setta assasveriana, già a suo tempo fuggito per le persecuzioni religiose, ha fatto ritorno, dopo la pace, nel castello del suocero Stankar, che ha organizzato una festa di benvenuto. Accolto da famigliari e amici, l’uomo narra un episodio che gli è stato riferito da un barcaiolo: questi percorreva all’alba il fiume quando, da una finestra del castello, scorgeva un giovane che, al culmine di un agitato colloquio con una donna, si gettava nelle acque, perdendo un foglio. Immaginando che nasconda qualche tresca amorosa e non volendo accusare nessuno, Stiffelio lo dà alle fiamme. Mentre i presenti commentano l’accaduto, Lina e Raffaele, riconosciutisi nei due amanti, manifestano il loro sgomento. Rimasto solo con Lina, Stiffelio è turbato dal suo comportamento, tanto più quando si accorge che la moglie non porta al dito l’anello nuziale. Stankar, anch’egli insospettito dal comportamento della figlia, la sorprende mentre scrive una lettera di confessione indirizzata a Stiffelio. Per evitare un tale dolore al genero, impone a Lina di distruggerla. Frattanto Jorg ha scorto Raffaele riporre una lettera in un libro, ma poiché esso passa successivamente nelle mani di Federico, cugino di Lina, il sospetto cade su quest’ultimo. Stiffelio, avvertito del fatto, si impadronisce della lettera: ma prima che possa leggerla, Stankar la distrugge. Mentre Stiffelio dà sfogo al suo furore e al suo atroce sospetto, Stankar affronta segretamente Raffaele e lo sfida a duello presso il cimitero.
Atto secondo. È notte. Lina, in preda alla più viva agitazione, si aggira per il cimitero dove, scorta la tomba della madre, si getta in ginocchio implorando il perdono divino. Sopraggiunge Raffaele, che le dichiara ancora una volta il suo amore. Mentre la donna, pentita, chiede che le venga restituito l’anello nuziale, Stankar li sorprende e inizia a battersi con Raffaele. Stiffelio, richiamato dal clamore, si getta tra i due contendenti per dividerli e, disarmato Raffaele, gli stringe la mano in segno di amicizia. Il gesto suscita lo sdegno di Stankar che, incautamente, rinfaccia a Raffaele la propria improntitudine nello stringere la mano all’uomo che ha tradito. A questo punto Stiffelio vorrebbe vendicarsi; ma Jorg, giunto nel frattempo, gli ricorda la sua missione evangelica e il suo dovere di perdonare. Sopraffatto dall’emozione, Stiffelio perde i sensi.
Atto terzo. Raffaele è fuggito: Stankar, consapevole dell’impossibilità di vendicarsi e sopraffatto dalla vergogna, medita il suicidio. Ma quando Jorg gli rivela che ha convinto l’uomo a ritornare e ad affrontare Stiffelio, esulta al pensiero della futura vendetta. Durante il colloquio con il rivale, Stiffelio gli chiede come si comporterebbe se a Lina fosse restituita la sua libertà. Raffaele rimane perplesso; allora Stiffelio lo fa assistere di nascosto a un colloquio con la moglie, durante il quale le propone il divorzio. Disperata, Lina accetta ma, senza poter nascondere il suo intimo strazio, rivela a Stiffelio il suo amore per lui e la sua debolezza di donna abbandonata, della quale Raffaele ha approfittato. Sconcertato, Stiffelio vorrebbe vendicarsi del rivale: ma apprende che Stankar lo ha già ucciso. Sconvolto, e desideroso di fuggire da una casa dove si sono consumati il tradimento e il delitto, Stiffelio si reca a celebrare il servizio liturgico. Nella chiesa, con il cuore straziato e come in delirio, il ministro passa tra i fedeli. Tra questi riconosce anche Lina. Poi, aperto il Vangelo di Giovanni e leggendo il passo dell’adultera e le parole di perdono del Cristo, perdona a sua volta la donna che, tra la commozione dei presenti, cade ai suoi piedi.
(3) Con la direzione orchestrale di Eliahu Inbal e la messa in scena di Pier Luigi Pizzi, le opere erano state presentate nella stessa giornata: al pomeriggio l’Aroldo, la sera lo Stiffelio.
(4) Vero è che una delle due figure storiche connesse al protagonista del dramma è un tale Stiffelio seguace del dottor Müller, pranoterapeuta di Dresda con velleità miracolistiche.

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