Rosmonda d’Inghilterra

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Gaetano Donizetti, Rosmonda d’Inghilterra

★★★☆☆

Bergamo, Teatro Donizetti, 27 novembre 2016

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La dolente istoria della bella Rosamonda

Proposta pochi mesi fa a Firenze in forma concertistica, Rosmonda d’Inghilterra viene ora allestita in forma scenica, quasi con lo stesso cast, nell’ambito del Donizetti Opera e nel teatro intitolato al compositore dalla sua città natale, Bergamo.

Ultima collaborazione di Gaetano Donizetti con il librettista Felice Romani, che aveva scritto originariamente il testo per la Rosmunda di Carlo Coccia (1829), l’opera ebbe la prima a Firenze nel 1834 con scarso successo, tanto che ci fu una sola ripresa undici anni dopo, prima che l’opera scomparisse dal repertorio, anche a causa del successo della Lucia di Lammermoor di pochi mesi successiva. Nel 1975 Rosmonda fu eseguita a Londra in forma di concerto mentre nel 1996 ne uscì un’edizione discografica con Renée Fleming come protagonista titolare. Come nella Maria Stuarda, l’opera susseguente, vi è uno scontro tra due donne per l’amore di un uomo potente, qui il re Enrico II. La vicenda è infatti basata su una storia del XII secolo degli amori di Enrico Plantageneto e Rosamond Clifford.

La regina Leonora è conscia del tradimento del marito, Enrico II d’Inghilterra, ed è intenzionata a scoprire la rivale. L’amante è la bella Rosmonda, figlia del consigliere del re, Clifford, ignara che il suo amante sia il re d’Inghilterra. Enrico la tiene nascosta dalla corte per timore della vendetta di Leonora, ma la regina riuscirà comunque a scoprire il castello, con la complicità del paggio Arturo, invaghito segretamente di Rosmonda. Clifford, intanto, è deciso a far redimere il re e la sua amante, ma quando scopre che l’amante non è altri che la figlia, le rivela l’identità di Enrico e il suo matrimonio con Leonora. Enrico afferma di poterlo sciogliere, scatenando le ire di Leonora, che medita vendetta. Rosmonda allora decide di fuggire dall’Inghilterra, temendo di poter essere una causa di contrasto tra i regnanti, e decide di partire con Arturo. Ma non riesce a fuggire perché viene accoltellata nel giardino dalla gelosa regina, tra il dolore di tutti quanti.

Sebbene questa non sia tra le opere più convincenti di Donizetti, cionondimeno il lavoro ha pagine pregevoli e una discreta tenuta drammaturgica. La vicenda storica è immersa in una partitura ricca e un’orchestrazione di gran livello, con arie seducenti, pezzi d’insieme trascinanti e notevoli interventi corali. Infatti, l’aria di Leonora «Perché non ho del vento» all’epoca sostituiva talora «Regnava nel silenzio» nella Lucia di Lammermoor. Tale pratica venne pienamente accettata dal compositore, che nel 1838 inserì l’aria nell’edizione francese, Lucie de Lammermoor.

Solo cinque i personaggi, ma tutte prime parti quelle della Rosmonda. I nomi delle due interpreti originali di Rosmonda ed Eleanora, rispettivamente Fanny Tacchinardi Persiani e Anna Del Sere, testimoniano come nei due ruoli femminili debbano essere impegnate cantanti di prim’ordine per la complessità e la difficoltà vocale delle parti. Con Jessica Pratt e Eva Mei abbiamo due stelle del belcanto italiano che hanno portato a un caldo successo questo felice recupero.

Jessica Pratt dimostra ancora una volta di essere perfettamente a suo agio in questo repertorio: la sua interpretazione è impeccabile, gli acuti e i sopracuti raggiunti con facilità estrema, il timbro luminoso, i fiati e i legati impareggiabili. Il ruolo di Rosmonda non richiede una grande introspezione psicologica e forse è per questo che il soprano australiano è parsa qui più convincente che non nella parte, ben più complessa, della Semiramide rossiniana cantata a Firenze pochi mesi fa. Neanche il personaggio di Leonora ha un grande spessore, chiusa com’è nella sua furia vendicativa, ma Eva Mei è riuscita a emozionare con la sua prestazione. Parimenti efficaci sono stati Nicola Ulivieri (Clifford) e Raffaella Lupinacci (il paggio Arturo).

Fin qui il cast è quello dell’esecuzione fiorentina. Unica eccezione è quella del ruolo di Enrico, originariamente affidato al Duprez, qui ricoperto dal tenore argentino Darío Schmunck, che ha sostituito il glorioso Michael Spyres. Voce dal timbro gradevole, ma di grana sottile e inadeguata alle esigenze belcantistiche. Il suo Enrico si è rivelato scenicamente scialbo e impacciato fin dalla sua prima apparizione. Il maestro Sebastiano Rolli dirige l’orchestra senza partitura, tanta è stata la cura dedicata al lavoro. Fin dall’esecuzione fiorentina si è notato il suo amore per la musica di quest’opera che ha reso con brio e con un eccellente accompagnamento dei cantanti. Il coro si è distinto per qualità vocale e presenza scenica.

La messa in scena è affidata alla regista Paola Rota che fa un lavoro accettabile, senza curare però molto il lavoro attoriale dei cantanti, concentrandosi invece sul coro, qui formato da cortigiani impiccioni in abiti moderni e dal trucco pesante. La scenografia di Nicola Bovey è semplicissima: due pareti parallele semoventi definiscono i vari ambienti mentre in scena ci sono una sedia e un tavolo, nient’altro. Tutto è rigorosamente in total black, come gli abiti della furente Leonora. Elaborati i ricchi costumi d’epoca di Massimo Cantini che provvede di incongrui ombrelli i coristi nel primo atto. Lo stesso Bovey è autore dell’efficace gioco di luci.
Successo entusiastico da parte del pubblico accorso anche dall’estero, con un tripudio di acclamazioni per la Pratt, la Mei e il direttore d’orchestra. Chissà che questo ricupero non rimetta in cartellone questo titolo desueto del teatro donizettiano. Lo meriterebbe.